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GRAZIE RAGAZZI

Non so quanti di noi averebbero avuto il coraggio di mettere le ciaspole e inoltrarsi nel bosco, nel buio, sotto una tormenta di neve, per nove chilometri, e raggiungere l’albergo travolto dalla slavina, l’altra notte. Non so in quanti l’avremmo fatto, e non voglio saperlo. Mi basta sapere che esistono nel mio Paese abbastanza persone eccezionali come quelle. Persone che quando le macchine si sono arrese, non hanno esitato un secondo ad andare avanti a piedi, ciascuno con una piccola luce piazzata sulla fronte. Con il rischio di scivolare ad ogni passo, di entrare in un cumulo di neve senza più uscirne, di venire travolti da altra neve, altre rocce, altri tronchi strappati alla terra. Ma anche con la competenza di chi sa dove mettere i piedi, e come metterli.

Di fronte a gente in grado di fare questo non resta che dire grazie e restare in silenzio. E sentirsi piccoli. E pensare che se siamo una comunità, se l’Italia ha un cuore, quel cuore è fatto di persone come loro. Che avanzano nel freddo e nel vento, che scavano con le mani, che si infilano nei cunicoli senza chiedersi se ne usciranno, che piangono quando tirano fuori dalle macerie un bambino ancora vivo. Sono loro che ci permettono di mettere a letto i nostri figli, la sera, mentre fuori nevica, e il vento batte sulle serrande, e addormentarci sapendo che finché nel buio, là fuori,  ci saranno le luci fioche delle loro lampade, che avanzano passo dopo passo nella tormenta, le tenebre e la morte ci faranno meno paura.

IL BISOGNO DI SPEGNERE, PER RESPIRARE

E arriva il giorno in cui non ne puoi più. E spegni il televisore, lasci chiuso il giornale, allontani lo sguardo dall’ennesima foto del bambino estratto dalle macerie, e speri che sia vivo, e temi che sia morto, come tanti altri bambini, ancora lì sotto, al freddo, al caldo, nella polvere, senz’acqua, senza voce per gridare. E non sai piú che fare, ti dicono che serve sangue, poi che non serve più, servono vestiti e coperte, no, non servono, manda l’SMS al 45500.

E il tempo passa e la gente là sotto muore, e i nostri ragazzi scavano e piangono, e raccolgono i corpi, e si fermano un attimo a urlare bestemmie senza parole contro l’assurdità della morte, o della vita, per poi ricominciare a scavare e a piangere, raccogliendo resti di vite, finché sentono un sospiro, un lamento, e si arrampicano come dei gatti, si danno coraggio, dai, ché forse ne salviamo uno.

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Arriva il giorno in cui smetti di contare i morti, e ti aggrappi ai vivi: chiedi quanti ne hanno salvati e aggiorni un grottesco medagliere fatto di vite salvate. E pensi ai giornalisti, costretti a recitare il crudele questionario: cosa farà adesso che ha perso tutto? Cosa prova? Quanto le manca sua moglie, sua figlia, suo nipote? Arriva il momento in cui raggiungi il limite e spegni tutto, almeno per un’ora, perché capisci che non puoi far niente e ti senti anche tu sotto le macerie, in cerca d’ossigeno. Sentì il bisogno disperato di uscirne, spegni il computer, illudendoti che basti a cancellare tutto.

E guardi fuori e vedi l’Italia, la tua terra, che c’è ancora, lì bellissima e crudele, che ti innamora con le sue strade ed i suoi borghi e che ogni tanto ti tradisce, ti colpisce alle spalle mentre dormi e ti inghiotte. E ti chiedi un’altra volta cosa sia la vita e cosa sia la morte, e che ci fai ancora qui, in questa mattina di fine estate, in un silenzio denso, che appena ti distrai si riempie delle urla, dei pianti, del frastuono di strade che si aprono e pietre che cadono. E pensi ai bambini di Amatrice, Arquata e Accumoli, poi a quelli di Aleppo, a quelli sui barconi, a quelli in fondo al mare. E non sai dove andare, perché ti sentì inutile. E rimani lì a guardare il cielo, e ti rendi conto di essere solo un sopravvissuto. E cerchi di non fartene una colpa.