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PENSAVO FOSSE UN LEADER, INVECE ERA PISAPIA

Forse è arrivato il momento di dirlo, con tutta l’amarezza del caso: Giuliano Pisapia, da quando è entrato in scena, ha fatto più danni che altro al nuovo soggetto politico nato per rappresentare gli elettori non renziani del centrosinistra. Incerto, ambiguo, permaloso, silenzioso, inconcludente, “riluttante”, o meglio “renitente”, assente per settimane, salvo poi rifarsi vivo senza un’idea forte, senza una direzione, senza un’anima, con il solo risultato di esasperare tutti.

L’attenzione e la disponibilità che per tanti mesi così tanti esponenti del centrosinistra hanno rivolto all’ex sindaco di Milano si è rivelata, a mio avviso, largamente eccessiva. Non ha carisma, non ha un progetto, non sa decidere nulla. Resta fermo, immobile, come fosse la più bella ragazza della festa che tutti devono ammirare e corteggiare senza bisogno che muova un sopracciglio. Salvo poi scoprire che quella ragazza  non è poi tanto avvenente e, soprattutto, è molto presuntuosa.

Roberto Speranza e Pierluigi Bersani

L’immobilismo e l’altezzosità di Pisapia stanno costando troppo caro, ad un progetto che non può permettersi di perdere altro tempo. Sta mettendo seriamente in crisi un percorso che era nato fra grandi aspettative e speranze e che ora rischia di snervare anche il più paziente dei sostenitori. Un progetto che scontava il dolore per l’uscita dal Partito Democratico di alcuni dei suoi fondatori e che si riprometteva di creare uno spazio, un luogo accogliente e sicuro per quei milioni di elettori di sinistra che non voterebbero Renzi neppure sotto tortura, ma che se ci fosse qualcosa di accettabile da votare, magari tornerebbero alle urne.

Lo spazio politico per un’operazione popolare di ampio respiro e di alta dignità politica c’era, e c’è ancora. Potenzialmente, una forza credibile che si ripromettesse di occupare quello spazio potrebbe raggiungere percentuali di tutto rispetto, avere un ruolo, rappresentare le persone più deboli e farle contare, promuovere la dignità del lavoro, correggere il blairismo di ritorno, battersi per lo sviluppo sostenibile. Ma se ci si illude di convincere i delusi e gli arrabbiati da Renzi mettendo in scena ogni giorno questa grottesca danza intorno al nulla, con Pisapia al centro e gli altri che gli girano intorno senza sapere quello che devono fare esattamente, si sbaglia di grosso.

Spiace dirlo, ma il progetto che ha portato alla nascita di MDP – Articolo Uno sembra aver perso slancio, e ha cominciato a rallentare proprio nel momento in cui Pisapia è entrato in scena. Sin dai primi passi, l’ex sindaco ha deluso i militanti con il suo atteggiamento ambiguo, schizzinoso e altero, con il suo porsi ogni volta in cima ad un piedistallo, due metri sopra agli altri e, soprattutto, a una distanza siderale da quelli che in teoria dovrebbero essere i suoi elettori.

Gad Lerner

“Leader riluttante”, lo definì il suo alter ego, Gad Lerner, al debutto in piazza, a Roma, il primo luglio scorso. Una definizione irritante. Cosa vuol dire “leader riluttante”? Che lo dobbiamo pregare in ginocchio? Ma davvero, chi credono di essere, questi signori che girano intorno all’ex sindaco di Milano? Definirsi “leader riluttante” è di uno snobismo insopportabile, di un autolesionismo folle. E’ un modo eccellente per smorzare qualsiasi entusiasmo.

La piazza del primo luglio a Roma

Ricordo bene quel tiepido pomeriggio di luglio, quella piazza carica di speranze e di facce pulite. Prima di Pisapia aveva parlato Pierluigi Bersani, con uno dei suoi discorsi più belli, intensi, vivaci, densi di riferimenti precisi a cose da fare, da cambiare. E infatti la platea era calda, la gente applaudiva, le bandiere di Articolo Uno e di Campo Progressista sventolavano insieme, “dritte in faccia al sole”.

Poi, preceduto dall’incredibile presentazione di Gad Lerner, salì sul palco Pisapia, che emise un timido vagito, un inaudibile farfuglio, che ebbe l’effetto di uno tsunami di camomilla sull’entusiasmo dei presenti. Eppure, in tanti concedemmo la sufficienza al discorso di Pisapia, una sorta di “sei politico” in attesa che la sua leadership maturasse. E alla fine applaudimmo calorosamente anche lui. E forse fu un errore.

Pisapia annuncia che non si candiderà

Passarono pochi giorni, e Pisapia ne fece un’altra delle sue. Tornato a Milano, a un convegno della Filt-CGIL, mentre tutti aspettavano che finalmente, dopo la piazza di Roma, cominciasse a fare il leader, disse serafico che alle prossime elezioni politiiche lui non si sarebbe candidato. Anzi, disse proprio: “Non penso nemmeno lontanamente di candidarmi alle prossime elezioni”. Ora, la pazienza del militante è tanta, ma come spiegarsi un simile rifiuto di assumersi le proprie responsabilità?

Non mancarono i mugugni, Pisapia precisò, spiegò, ma non disse che poi si sarebbe candidato. Anzi, pretese lo scioglimento di Artcolo Uno – MDP, infastidito dalle tante bandiere del movimento di Speranza e Bersani che aveva visto sventolargli davanti in piazza. Chiese in sostanza di demolire quel poco che si era riusciti a costruire prima del suo arrivo. Come se ce ne fosse la necessità, per non dire il tempo. Come se la priorità e l’urgenza non fossero continuare a costruire, radicarsi, invece che distruggere. A che gioco giochi, sindaco?, veniva da chiedergli.

Intanto, i suoi uomini di fiducia spargevano veleno sugli alleati. A cominciare da Gad Lerner, sempre lui, che ai giornalisti che gli riferivano delle dichiarazioni concilianti di Massimo D’Alema rispondeva: “Quando D’Alema dice che Pisapia è il leader, io e Giuliano ci tocchiamo”. Una battuta pessima, un modo odioso di lavorare alla costruzione di un progetto comune. L’inizio di un ostracismo verso D’Alema senza alcun senso che dopo sarebbe venuto allo scoperto. Lerner fu costretto a scusarsi, ma Pisapia non prese le distanze da quella battuta.

Pisapia abbraccia Maria Elena Boschi

Poi ci fu il famoso “abbraccio”, la scappatella estiva con Maria Elena Boschi, la più renziana dopo Renzi, a una Festa dell’Unità a Milano. Ora, nessuno si dovrebbe scandalizzare per un abbraccio, ma il punto è che in quella occasione, quando disse “qui mi sento a casa” ed evitò qualsiasi seria critica alla stagione renziana, Pisapia dette platealmente l’impressione di tenere il piede in due staffe. Anzi: di preferire una staffa all’altra. Il suo obiettivo sembrò soprattutto piacere a quelli del Pd, infischiandosene di piacere a quelli che dal Pd se ne erano andati. A che gioco giochi, sindaco? Finito sotto attacco per quell’atteggiamento, oggettiamente e ostentatamente equivoco, Pisapia reagì facendo l’offeso, annullando un incontro con Roberto Speranza e partendo per non so dove. E noi qui, ad aspettare che cominciasse a fare il leader.

Massimo D’Alema

Fino al recente showdown, la scorsa settimana, quando Pisapia, piccato per un’intervista nella quale D’Alema gli chiedeva “più coraggio” (meno è difficile) ha chiesto pubblicamente quello che informalmente chiedeva da mesi: la testa dell’ex premier. Una richiesta ribadita con una pervicacia tale, da apparire quasi un’ossessione. Paradossalmente, si direbbe che la rottamazione di D’Alema sia l’unica cosa comprensibile della strategia dell’ex sindaco.

Ora, se Pisapia ha un problema personale con Massimo D’Alema possono anche essere fatti suoi, dei quali a me e credo a molti altri esterrefatti osservatori delle cose di sinistra interessa pochissimo. Ma che l’eliminazione di D’Alema diventi il punto centrale del suo programma come leader di quello che dovrebbe essere un partito di sinistra, mi allarma. Davvero fra le sue idee Pisapia non trova niente di meglio su cui concentrare la propria energia?

Vasco Errani parla con Bersani e Pisapia

Bene ha fatto, l’altra sera a Ravenna, Vasco Errani, uno che si è lacerato l’anima a lasciare il Pd, a dirgli in faccia: “Tu sei il leader, ma non sei il capo”, aggiungendo a scanso di equivoci che “D’Alema è una risorsa”. Non perché D’Alema sia più importante degil altri, nessuno lo è. Ma perché di rottamatori presuntuosi ne abbiamo conosciuti abbastanza e sono talmente odiosi e insopportabili da aver provocato una scissione nel più grande partito di centrosinistra d’Europa.

Ma non si rende conto, Pisapia, lui che accusa D’Alema di essere “divisivo”, che non c’è nulla di più divisivo di accanirsi contro un compagno di squadra e costringere gli altri a schierarsi con lui o contro di lui? Non si rende conto che il più divisivo di tutti, in questa fase, è diventato proprio lui, che invece era quello che avrebbe dovuto unire? A che gioco giochi, sindaco?

Pisapia a Roma

Più si va avanti, o indietro, più quello di Giuliano Pisapia assomiglia ad un equivoco, un errore, un grande malinteso. Avrebbe dovuto guidare, ma non ha la patente. Avrebbe dovuto unire, ma divide. Avrebbe dovuto entusiasmare, ma annoia. Da quando è arrivato lui, le percentuali già non esaltanti della sinistra, alla sinistra del Pd, si sono ulteriormente ridotte. Come nelle storie d’amore nate male, è arrivato il momento di parlare. Forse non siamo fatti l’uno per l’altro, forse sono io che non ti merito, forse abbiamo tutti e due bisogno di una pausa di riflessione. Se tu cambiassi, forse, potremmo riprovarci. Ma le persone non cambiano. Piuttosto che andare avanti così, magari, è meglio darci un taglio. Restiamo amici.

LE MACERIE DEL PD, IL VOLO DI RENZI, IL RISPETTO, IL “NULLA”

Martedì mattina, mentre colonne di fumo nero salivano ancora tumultuose dalle macerie del Partito Democratico, l’aereo con a bordo Matteo Renzi si allontanava verso l’orizzonte, destinazione: California. Dietro di sé, il segretario dimissionario lasciava un partito ferito, una comunità disorientata, un’idea tradita. Ma non doveva essere particolarmente dispiaciuto, anzi.

L’ultima carica esplosiva piazzata sotto le fondamenta del Pd, del resto, l’aveva fatta detonare lui stesso, domenica, all’hotel Parco dei Principi. “Con il sorriso sulle labbra”, come dice lui. Mentre gli artificieri, le donne e gli uomini di buona volontà di una parte e dell’altra erano ancora impegnati nell’estremo tentativo di disinnescare la carica letale, Renzi era salito sul palco ed aveva premuto il pulsante dell’autodistruzione. Senza esitazioni. Con il sorriso, appunto.

Matteo Renzi all’Assemblea del 19 febbraio

Il Pd si era quindi piegato su se stesso, monco di alcuni dei pilastri sui quali era stato costruito. Dalle macerie si allontanavano un po’ ammaccati, ma ancora vivi, molti degli epigoni della tradizione della sinistra democratica non renziana, considerati in questi anni da Renzi solo dei fastidiosi “gufi”.

Se ne andavano insieme ben tre ex segretari (D’Alema, Bersani, Epifani), a conferma del peso identitario di quella scelta. Se ne andavano un ex capogruppo, Speranza, e un presidente di Regione, Rossi. Preceduti in questi anni, sempre a causa del bombardamento renzista, da Enrico Letta, Ignazio Marino, Sergio Cofferati, Lapo Pistelli, Giuseppe Civati, Stefano Fassina, Alfredo D’Attorre, per citarne solo alcuni. Tante persone di valore, che arricchivano con le loro diversità il melting-pot del pensiero democratico e la cui uscita di scena è stata spesso accompagnata dai lazzi e dallo scherno dei renziani di complemento di palazzo Chigi e del Nazareno.

E faceva una certa impressione, domenica, mentre Renzi premeva il pulsante dell’autodistruzione, sentirlo evocare la parola “rispetto”. Perché è stato proprio dall’assenza assoluta di rispetto che ha pervaso il partito in questa stagione che si è determinata questa forse insanabile frattura. Fu l’assenza di rispetto, soprattutto verso gli elettori, che rese possibile la slealtà dei 101, che sdoganò il tradimento dell’”#enricostaisereno”, che trasformò epiteti inaccettabili, come “gufi” e “rosiconi” in comunicazione istituzionale di governo, che permise il licenziamento del sindaco di Roma, della sua giunta e di tutti i consiglieri del Pd con le firme davanti al notaio, che vibrò il colpo di manganello del “#ciaone” , che incoraggiò irresponsabilmnente i cori “fuori, fuori!” contro la minoranza che risuonavano fra le volte della Leopolda.

E faceva ancora più impressione, nella stessa sede solenne dell’Assemblea del 19 febbraio,  sentire il segretario invocare strumentalmente i fondatori del Pd, lui che della damnatio memoriae dei padri nobili, tramite l’orribile termine “rottamazione”, aveva fatto il proprio tratto distintivo. Lui che ama ripetere che “per trent’anni non s’era fatto nulla”, omettendo di ricordare i meriti storici della stagione dell’Ulivo. Lui, che nella difficoltà implora adesso l'”aiutino da casa” di Walter Veltroni, generosamente concesso.

Roberto Speranza

Il Pd rischia dunque di finire così, amaramente, a meno di dieci anni dalla sua nascita. Rischia di finire per una scelta precisa del suo segretario, ostinatamente contrario a farsi da parte o quantomeno a mettersi in discussione seriamente, nonostante i molteplici errori e le ripetute sconfitte. Rischia di finire per i continui scostamenti, mai spiegati, dalla linea politica ed economica votata dagli elettori alle ultime elezioni, per l’esclusione sistematica di una parte fondamentale della comunità democratica dalle scelte strategiche, rimpiazzata con i fuoriusciti e gli opportunisti del berlusconismo. Rischia di finire, perché assomiglia sempre di più al partito di una persona, e sempre meno al partito di un popolo.

Come un novello Nerone, Renzi adesso sembra impaziente di vedere le fiamme spegnersi, per poter edificare sulle macerie fumanti la sua Domus Aurea, “più bella e più superba che prìa”. Che si chiamerà sempre Pd, ma che sarà, con ogni evidenza, se il progetto renziano andrà davvero in porto, un’altra cosa.

Non a caso, con mossa altamente simbolica, Renzi dà ora appuntamento ai suoi seguaci al Lingotto, che intende trasformare nella nuova Leopolda, portando così avanti il processo di appropriazione dei luoghi e dei simboli del Pd ulivista attraverso i riti e le cerimonie messianiche del renzismo.

Enrico Rossi

Si apre una fase nuova, si volta pagina, in quel che resta del partito e fuori. Non c’è più tempo, non ci sono più spazi per mediare. Il viaggio negli USA di Renzi tronca in modo brutale questo capitolo traumatico. Stupefacente, ancora una volta, la scelta dei tempi. Mentre il popolo del Pd, quello che lascia e quello che resta, è ancora impegnato a capire, a provare a salvare il salvabile di un’idea,  di un’identità, di un progetto caro a tutti, Renzi fa sapere dall’aeroporto che non ci sono margini neppure per spostare le primarie da maggio a luglio. Anzi: che le primarie saranno probabilmente già ad aprile. E comunque ce lo farà sapere, ora non ha tempo di occuparsene perché si sta imbarcando.

Quando atterra dall’altra parte del mondo, l’ex segretario mette la parola fine ad ogni residua discussione. A Roma, dice Renzi dalla California, si sta litigando “sul nulla”. I tormenti, la sofferenza, il travaglio umano e politico di una comunità, di una famiglia che si divide e che si lacera dentro, per Renzi, sono “il nulla”. A proposito di rispetto. “Non può finire così”, dice attonito Enrico Letta dal suo esilio parigino. Ma la sensazione è che sia davvero finita.

SALVARE IL PD

Le eventuali dimissioni di Matteo Renzi da segretario del Pd sono condizione necessaria, ma non sufficiente, ad impedire l’autodistruzione del principale partito del centrosinistra, e a garantirgli una chance di ripresentarsi competitivo alle prossime elezioni. Andrà quindi accolta con sollievo, se sarà confermata, la scelta che Renzi sembra intenzionato ad annunciare lunedì in Direzione, perché consentirà l’apertura di un processo lungo e difficile, che dovrà partire dai livelli più periferici di quello che resta del Pd e arrivare fino alla scelta di un nuovo segretario.

Purtroppo, lo stesso Renzi non sembra intenzionato a favorire questo processo. Nonostante l’evidente fallimento della sua prima esperienza da leader, nonostante la bocciatura inequivocabile dell’architrave della sua proposta politica al referendum del 4 dicembre, nonostante abbia snaturato il partito, lo abbia sottoposto a tensioni insopportabili, abbia causato la caduta di un presidente del Consiglio del calibro di Enrico Letta, nonostante una impressionante emorragia di iscritti e di elettori, Renzi sembra intenzionato ancora una volta ad utilizzare il Pd come sgabello per arrivare a palazzo Chigi, salvo poi abbandonarlo a se stesso, come fece l’ultima volta.

Il segretario del Pd, Matteo Renzi 

Le dimissioni, nelle intenzioni di Renzi, rischiano di essere dunque solo un espediente tattico, un modo per accelerare la conta interna, nella speranza di cogliere i suoi tanti avversari impreparati e divisi ed ottenere in contropiede una nuova investitura, magari provocando ancora una volta la caduta di un presidente del Consiglio del Pd (Gentiloni, stavolta) e forzando la mano al presidente della Repubblica per andare a votare in giugno.

Tutto questo, tuttavia, per quanto sia probabilmente vero, non deve spaventare chi, in questo momento, ha il dovere di tentare di salvare il Pd. Renzi è furbo, ma è anche molto confuso, e non è detto che il suo piano riesca. Dal giorno della sconfitta al referendum, ha cambiato idea, strategia e tattica praticamente su tutto, più di una volta. Stenta a ritrovare il bandolo della matassa, non sa da che parte ricominciare, alterna minacce a disinteresse, ultimatum ad aperture. E’ debole, anche se in pubblico ostenta la solita sicurezza. E’ circondato da gente che, appena gli volta le spalle, scuote la testa, come per dire: “E’ impazzito”. I suoi alleati gli girano intorno come degli squali, in attesa di azzannarlo.

Dario Franceschini

A conferma della sua debolezza, basti notare che, dalla notte del 4 dicembre, Renzi non ha fatto altro che inanellare una serie molto lunga di nuove sconfitte. La prima si chiama Paolo Gentiloni. Renzi dopo il referendum non voleva che si facesse un altro governo, voleva restare dimissionario a palazzo Chigi e andare dritto al voto. Ricordate l’ultimatum “O ci stanno tutti o il Pd non farà parte di alcuna maggioranza e si andrà a votare”? Nessuno gli rispose, gli alleati fecero finta di non sentire, le opposizioni rimasero opposizioni, il presidente della Repubblica fece il suo lavoro e Renzi fu costretto a passare il campanello al suo ministro degli Esteri.

Paolo Gentiloni e Matteo Renzi

Poi ci fu la proposta quasi ultimativa di tornare al “Mattarellum”, il sistema elettorale in vigore dal 1994 al 2005. Anche qui, nonostante l’appoggio della minoranza interna, molte porte in faccia. Stesso discorso per il tentativo di estendere al Senato il cosiddetto “Consultellum”. Intanto, mentre la Corte Costituzionale faceva a pezzi l’Italicum, la legge elettorale voluta a tutti costi dal ragazzo di Rignano, fallivano tutti i tentativi dello stesso Renzi di fissare una data per la caduta di Gentiloni ed il ritorno alle urne: a febbraio, poi ad aprile, a giugno, a settembre…

Ogni giorno i retroscena raccontavano di un foglietto poggiato sulla scrivania di Renzi, con una data cerchiata in rosso: “ecco, in esclusiva, la data fissata da Renzi per le elezioni”. Peccato che quella data cambiasse ad ogni articolo, mentre i foglietti si accumulavano sulla scrivania dell’ex premier ed i ministri Calenda, Franceschini, Alfano, diversi parlamentari della maggioranza e persino l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, un tempo alleato di Renzi, si schieravano più o meno apertamente contro le elezioni anticipate.

Giorgio Napolitano

Poi c’è stata la storia quasi comica della nuova segreteria del Pd, che per settimane i giornali ci hanno raccontato come imminente e ricca di novità, come se si trattasse di un nuovo governo del Paese. Ma Renzi ha ricevuto solo tantissimi “No”, e la nuova segreteria è ancora quella vecchia.

In questo contesto, arrivava da Bruxelles la nota che ci impone di correggere i nostri conti, pena una procedura di infrazione che avrebbe effetti molto gravi sulla nostra reputazione e sulla nostra economia. Quello che l’Unione Europea ci ha mandato è un po’ come il conto del ristorante, peccato che arrivi dopo che colui che aveva ordinato caviale e champagne se n’è andato, lasciando i commensali Gentiloni e Padoan al tavolo. Da Pontassieve, Renzi manda ora messaggi al premier, intimandogli di non pagare, ma intanto Padoan ha già preparato le tabelline e messo mano al portafogli. Perché sa, Padoan, che non si può prendere in giro l’Unione Europea. Ché se si chiedono cinque miliardi di flessibilità per il terremoto e poi se ne spendono 1,6, il resto va restituito.

Pier Carlo Padoan, Ministro dell’Economia

Renzi si presenta dunque alla Direzione di lunedì in una condizione di grande debolezza ed in uno stato psicologico particolarmente pesante. Il passo indietro, se davvero lo farà, sarà un arretramento tattico, un segno di difficoltà. Difficilmente perderà la sua baldanza, certamente ostenterà quel sorriso forzato che in occasione di altre sconfitte ha messo su, davanti agli obiettivi, per mascherare la rabbia. Farà la faccia feroce, lancerà la sfida al resto del partito, ammonirà, come ha già fatto, che poi chi perde dovrà stare alle regole di chi vince.

Michele Emiliano e Roberto Speranza

E’ necessario quindi mantenere la lucidità e raccogliere questa difficilissima sfida senza paura. Renzi è ancora molto forte, in questi anni è stato abile nel costruire un sistema di consenso solido ad ogni livello: dal centro ai territori. Certamente, nonostante i risultati deludenti al governo e fallimentari al partito, parte favorito. E fra l’altro, se si dimetterà, le redini del partito e del congresso resteranno comunque nelle mani di due suoi pretoriani di prima scelta, come Matteo Orfini e Lorenzo Guerini, che faranno di tutto per rendere la vita difficile a chi si candiderà contro di lui.

Renzi guida però un Pd  svuotato e sfiduciato, fatto di circoli spesso disabitati e silenziosi, fatto di una base con un’età media molto alta, anch’essa disorientata dalle scelte neo-centriste del segretario. Ci sono migliaia di iscritti e milioni di elettori in fuga. C’è lo spazio per ribaltare questa situazione.

Pierluigi Bersani

Ma il tempo è poco. E’ necessario che l’operazione “#RetakePD” parta subito. Occorre che tutte le donne e gli uomini di buona volontà che stanno nel partito si diano subito da fare. Non c’è tempo per i padri nobili che non vogliono sporcarsi le mani, né per i king maker. Bisogna uscire di casa, esporsi in prima persona, andare in tutti i circoli, in tutta Italia, creare un movimento interno al Pd che guardi al futuro, che racconti perché finora si è sbagliato e spieghi perché le idee di sinistra torneranno al centro della politica del Pd e aiuteranno finalmente gli esclusi di questo Paese a ritrovare motivazione, convinzione, stabilità, benessere, orgoglio di far parte della propria comunità. L’attività di queste settimane di Roberto Speranza, di Michele Emiliano, di Massimo D’Alema, di Enrico Rossi, di Gianni Cuperlo lascia ben sperare.

Andrea Orlando

Ma bisogna identificare presto una leadership, senza sgambetti, senza tatticismi. Non ci si può presentare contro Renzi in sette, perché si perde. Chi ha più carte da giocare si faccia avanti: Bersani, Franceschini, Emiliano, Orlando, D’Alema, Speranza, Rossi, Cuperlo e tutti gli altri. Ci si sieda intorno ad un tavolo e si individui il candidato segretario che correrà contro Renzi al congresso, uno solo. Un candidato vero, però, non un fantoccio. Poi, si faccia gioco di squadra dietro quel candidato, gli si stia vicino, si chieda conto pubblicamente a Renzi delle sue politiche sbagliate, dei suoi troppi errori, delle politiche fallimentari che hanno portato il partito a sconfitte storiche. Si dia al popolo smarrito del Pd, compresi i renziani delusi,  un approdo, una prospettiva. Si superino le divisioni, che sono inevitabili, e si lavori insieme per voltare definitivamente la pagina del renzismo che da troppo tempo corrode pericolosamente le fondamenta di questo giovane partito.