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ROMA: GENTILONI TENDA LA MANO ALLA RAGGI

Forse per la prima volta da quando fu eletta, appena sei mesi fa, Virginia Raggi l’altro giorno è riuscita senza volerlo a rappresentare fedelmente lo stato in cui versa la città di cui è sindaca. Sola, in un salone del Quirinale, magra e depressa, circondata da un vuoto di diffidenza e antipatia, mentre intorno i potenti d’Italia le davano le spalle, confabulavano, ridevano fra loro, ignorandola platealmente. Un messaggio chiarissimo.

Vedere quelle immagini non può che provocare una pena profonda e un profondo allarme. Non per la Raggi, che sconta il suo rifiuto di cercare un dialogo con le Istituzioni, ma per Roma. Roma è sola, come la Raggi in quel salone. Ma Roma da sola non ce la può fare. Non ce la farebbe neppure se avesse come sindaco Anne Hidalgo, o Rudolph Giuliani, o Luigi Petroselli. E non ha nessuno di questi tre. Roma è in piena agonia, le sue condizioni sono sempre più preoccupanti. Il fallimento è alle porte e continuare a chiudersi in se stessi e a prendersela con le amministrazioni precedenti, come fanno i grillini, non serve. Né serve continuare a irridere l’amministrazione attuale, come fanno quelli delle amministrazioni precedenti. Tutto questo è semplicemente infantile, stupido, immaturo e soprattutto inutile.

La situazione è drammatica. L’assessore Paolo Berdini, responsabile dell’urbanistica, ha detto in TV che senza l’intervento del governo, la Giunta sarà costretta a chiudere in marzo le due principali linee della metropolitana, la A e la B, che sono ormai fuori norma per carenza di manutenzione. E’ chiaro che questo non può accadere, sarebbe la paralisi della città. Servono circa cinque miliardi, per questa e altre emergenze, dice Berdini. E quei soldi nelle casse di Roma non ci sono. Eppure, non risulta che il governo abbia fatto commenti a queste affermazioni.

L’assessore all’Urbanistica della Giunta Raggi, Paolo Berdini (ansa)

Intanto, il Bilancio comunale è in alto mare, bocciato dall’organo tecnico di controllo, con il rischio, che è ormai una certezza, di cominciare l’anno  al buio. L’AMA, che si occupa di rifiuti e ambiente, ha visto la caduta per mano giudiziaria dell’assessore Paola Muraro, oltre a ricambi continui di vertici, con il conseguente susseguirsi di strategie-tampone. Tutto questo non potrà che portare presto ad una nuova emergenza rifiuti, mentre le buste maleodoranti già traboccano minacciose dai cassonetti e il Natale promette nuove tonnellate di mondezza da smaltire.

Cassonetti pieni a Roma

L’Atac, oltre agli interventi per la metro, ha bisogno di rimettere in strada centinaia di autobus rotti per i quali mancano pezzi di ricambio, mentre cittadini e turisti aspettano a lungo alle fermate e prendono d’assalto i pochi autobus in circolazione. Intanto, gli sponsor fuggono e la città deve subire l’umiliazione della cancellazione del concerto di Capodanno, mentre la Procura approfitta della debolezza della politica per fare il bello e il cattivo tempo, decidendo lei chi deve restare e chi deve dimettersi.

Tutto questo è inaccettabile. Roma si avvita in una spirale sempre più cupa, e l’atteggiamento prevalente delle forze politiche sembra quello di quel tizio della barzelletta, che siede davanti ai binari per gustarsi lo spettacolo dello scontro fra due treni.

Seduto in prima fila davanti ai binari sembra essere anche Paolo Gentiloni, il presidente del Consiglio, uno che conosce benissimo la città e la sua macchina amministrativa. Uno che non può non rendersi conto della gravità della situazione. Fu assessore con Rutelli e cercò persino, senza successo, di candidarsi a sindaco nel 2013. Ora che le imprevedibili curve della politica lo hanno portato a palazzo Chigi, ora che ha messo la firma su un assegno da venti miliardi (quasi il doppio del debito di Roma) per salvare il Monte dei Paschi e le altre banche a rischio, per il premier è arrivato il tempo di alzarsi e tornare a occuparsi della sua città.

Gentiloni quando era assessore a Roma

Gentiloni non deleghi un sottosegretario, si esponga in prima persona. Chiami la Raggi, si formi un tavolo per Roma a palazzo Chigi e si cominci a lavorare subito, anche sotto le feste. Si metta da parte l’atteggiamento sprezzante dell’allora sottosegretario De Vincenti, che pochi mesi fa offese pubblicamente la Raggi, vendicandosi per il rifiuto della sindaca, per molti versi sacrosanto, di candidare Roma alle Olimpiadi.

Ognuno faccia la propria parte, evitando di cianciare di “commissariamento” e altre idiozie, si dia finalmente l’esempio di una sana collaborazione fra Istituzioni. Si individuino insieme le strategie per uscire dalle sabbie mobili della crisi infinita della capitale, il governo metta a disposizione risorse straordinarie, con un piano di breve e uno di lungo periodo, con un nuovo realistico piano di rientro e con controlli rigorosi.

E’ urgente che tutti capiscano la posta in gioco, che tutti cambino subito atteggiamento e mostrino finalmente senso di responsabilità. A cominciare dalla sindaca, che deve uscire dalla sua insopportabile presunzione, dal suo splendido isolamento, dal suo irritante rifiuto di ammettere le difficoltà. Per proseguire con le varie fazioni in guerra dei grillini romani, che la devono smettere di beccarsi come prime donne inacidite e devono cominciare a lavorare per il bene comune. Si rendano conto, i grillini, della responsabilità immensa che hanno avuto dal voto dei romani di giugno.

Quanto al governo: esca dal proprio ingiustificabile attendismo, che tradisce un incoffessabile desiderio che Roma fallisca così da poterne trarre un vantaggio politico. Montepaschi è importante, ed è giusto salvare i risparmiatori; battere i grillini può essere un obiettivo politico di rilievo ed è giusto perseguirlo. Ma c’è anche Roma. Roma è la capitale d’Italia, è un tesoro immenso che stiamo dilapidando. Il suo valore politico, culturale, storico, economico, sociale è semplicemente incalcolabile. Roma c’era prima di noi e ci sarà quando noi non ci saremo più: abbiamo tutti il dovere di occuparcene. Roma è di tutti, è dei nostri figli, è di quelli che verranno dopo. Roma, la grande, bellissima, struggente Roma, quella che de Gregori dipinge efficacemente come “una cagna in mezzo ai maiali” non merita di fare da scenografia ad una guerra fra irresponsabili.

GIACHETTI, LE OLIMPIADI E LA BUFALA DEI 170 MILA POSTI DI LAVORO IN PIÙ

Per invogliare i cittadini romani a votarlo e ad imbarcarsi nella rischiosissima avventura delle Olimpiadi, il candidato del Pd Roberto Giachetti sta ripetendo spesso in queste ore una promessa molto berlusconiana: 170.000 nuovi posti di lavoro. Sarebbe quello, secondo lo storytelling giachettiano, il beneficio immediato che i romani riceverebbero dall’organizzazione dei Giochi Olimpici del 2024.

Il logo della candidatura di Roma 2024
Il logo della candidatura di Roma 2024

Ma è davvero così? In realtà no, utilizzare quel numero come lo utilizza Giachetti è sbagliato. Ed è anche piuttosto crudele, perché fa leva sulle speranze dei tanti disoccupati romani. Se andiamo a guardare i dati, il numero di posti di lavoro che forse, ma forse, verrebbero creati con le Olimpiadi è in realtà molto più modesto.

Secondo l’unico studio disponibile, fra l’altro tutt’altro che imparziale, i maggiori occupati sarebbero in tutto circa 8.000 unità, un dato evidentemente assai meno spendibile in campagna elettorale e del tutto insoddisfacente rispetto ai problemi occupazionali di Roma. Ma come è stato possibile far lievitare le cifre in questo modo?

OlimpiadiGiachetti
Giachetti promette 170 mila posti di lavoro in più grazie alle Olimpiadi

Cerchiamo di capirlo. La fonte a cui fa riferimento in modo non molto trasparente il candidato del Pd per parlare di “170mila nuovi posti di lavoro” è la “Valutazione Economica dei Giochi Olimpici e Paralimpici Roma 2024” commissionata dal CONI, realizzata dall’Università di Tor Vergata e presentata pubblicamente nel febbraio scorso. Vale la pena ricordare che tanto il CONI quanto Tor Vergata hanno evidenti interessi diretti alla realizzazione delle Olimpiadi: il CONI per ovvi motivi, Tor Vergata perché proprietaria di alcuni dei terreni dove dovrebbe sorgere il Villaggio Olimpico.

Ecco la tabella sugli effetti previsti sull’occupazione

Sulla sinistra il dato utilizzato da Giachetti, sulla destra il dato reale
Sulla sinistra il dato grezzo utilizzato da Giachetti, sulla destra il dato netto

Stando ai dati iper-ottimistici dello studio, è evidente come Giachetti utilizzi il dato sull’occupazione in modo non corretto. Il candidato sindaco del Pd attribuisce infatti all’effetto-Olimpiadi anche i posti di lavoro che si creerebbero comunque, anche senza i Giochi.  I posti di lavoro che Giachetti “vende” elettoralmente come dovuti alle Olimpiadi sono per la maggior parte dovuti a tutt’altro . Guardate questo grafico (basato sui dati dello studio)

OlimpiadiGrafico

In rosso, ci sono i posti medi che verrebbero creati comunque, con o senza Olimpiadi. In blu, ci sono quelli che, teoricamente, sarebbero dovuti al cantiere olimpico. Per sostenere l’utilità delle Olimpiadi bisognerebbe quindi utilizzare gli 8.000, e non tutti i  29.568 posti. Invece Giachetti non solo si appropria di dati che non c’entrano, ma, per rendere il tutto più convincente, li moltiplica per sei.

Per arrivare infatti ai magici 170mila posti della propaganda giachettiana si ricorre a un vero trucco: i dati di cui sopra si moltiplicano per i sei anni di “cantiere” dal 2018 al 2023. Ecco un altro grafico per spiegare questa singolare metodologia:

OlimpiadiGrafico2

Et voilà: basta sommare tutte quelle etichette gialle e si arriva come per miracolo al notevole quanto fuorviante dato di 177.409 (Giachetti arrotonda per esigenze di comunicazione a 170.000).

Ma è lecito moltiplicare per sei quei posti di lavoro? In realtà no, prima di tutto perché, come detto, si includono i posti la cui creazione non è dovuta alle Olimpiadi. E poi perché un solo posto di lavoro non può valere per sei solo perché dura sei anni.

C’è poi un altro elemento inaccettabile della propaganda elettorale sulle Olimpiadi. Giachetti ripete spesso che senza i Giochi non si farebbero delle opere molto importanti per Roma, quali il prolungamento della Linea C della metropolitana e la chiusura dell’Anello Ferroviario.

La grafica pro-Olimpiadi di giachetti
La grafica pro-Olimpiadi di giachetti

Anche questo però è puro terrorismo psicologico, perché nessuna delle opere che Giachetti cita è prevista nel budget olimpico da cinque miliardi, che coprirà solo le opere sportive e di cui il Comitato Olimpico Internazionale coprirà solo un quinto.

Le altre opere pubbliche che i romani aspettano dovremmo comunque pagarle noi, perché diavolo dunque accollarci anche le Olimpiadi? Non sarebbe meglio realizzare le opere necessarie alla cittadinanza senza entrare nel buco nero del grande evento sportivo, che soprattutto in Italia diventa inevitabilmente fonte di enormi debiti, corruzione e opere inutili o incompiute?

La Vela di Calatrava, costata 300 milioni per i mondiali di nuoto e abbandonata.
La Vela di Calatrava, a Roma, costata 300 milioni per i mondiali di nuoto e simbolo degli sprechi sportivi.

E’ per mettere a tacere questi legittimi dubbi che la propaganda pro-Olimpiadi sta mettendo in giro dati del tutto fuorvianti sull’occupazione. Si vuole distrarre l’opinione pubblica dai rischi di un evento i cui vantaggi diretti per la città sarebbero in realtà molto modesti, per non dire nulli, mentre i rischi sarebbero molto alti.

L’unica cosa evidente sarebbero i vantaggi per chi con i grandi eventi è abituato ad arricchirsi, spesso realizzando lavori fatti male e facendo lievitare i costi in modo esponenziale una volta ottenuto l’appalto. Il tutto a carico della collettività, cioè in questo caso dei romani, già gravati da un debito gigantesco. Siamo sicuri che ne valga la pena?

CONSIGLI (NON RICHIESTI) A VIRGINIA RAGGI PER VINCERE AL SECONDO TURNO

Il risultato molto positivo di Virginia Raggi al primo turno non deve ingannare: la vittoria finale non è scontata e la strada per diventare sindaco di Roma è ancora lunga. In questi quindici giorni deve mantenere alta la tensione e, allo stesso tempo, non fare errori gravi. Giachetti è una vecchia volpe e dispone di mezzi notevoli: ha con sé l’intero apparato del Pd romano, che si gioca la sopravvivenza. Lotteranno con tutte le loro forze e la attaccheranno con tutto il volume di fuoco di cui dispongono. Cercheranno di giocare sulla sua inesperienza, che è la tipica tattica dei conservatori. E’ importante che mantenga la calma, ma allo stesso tempo non dovrà perdere in determinazione.

Il primo consiglio è di puntare su un messaggio chiaro: se eletta sindaco azzererà tutto. Su questo non deve arretrare di un millimetro. E’ questo che molti romani vogliono, è per questo che al primo turno l’hanno votata in tanti, anche molti che grillini non sono. Il suo compito storico è liberare il Campidoglio da una generazione che ha fatto il proprio tempo, che ha formato dei centri di potere e di arroganza divenuti col tempo tossici e che si è definitivamente decomposta contaminandosi prima con la destra e poi con Mafia Capitale, fino a far fuori il proprio stesso sindaco. La forza principale della candidatura della Raggi è nella proposta di una generazione nuova alla guida della città e su quello deve puntare.

Quindi, allegria, ma non leggerezza, niente folklore, niente proposte troppo fuori dagli schemi. Non ce n’è più bisogno e rischiano di scatenare le iene ridens del Pd. Bisogna puntare su messaggi che comunichino affidabilità e  competenza, dimostrare di conoscere bene Roma e i suoi problemi e di avere una visione convincente per il futuro. Non basta la promessa di vietare le vaschette per alimenti, serve un’idea di città per i prossimi decenni. Non si lanci in progetti irrealizzabili, dica chiaro dove vuole portare Roma e Roma la seguirà.

Ma stia attenta: la provocheranno ogni giorno, cercheranno di trascinarla in rissa, perché devono recuperare terreno. Soffieranno sul fuoco di ogni dichiarazione, urleranno parole come “gaffe”, “tempesta”, definiranno ogni sua presa di posizione come “stravagante”, “surreale”. Sono tecniche da ritwittaroli di regime, non bisogna farsi impressionare. La Raggi deve essere pronta a questo tipo di guerriglia ed evitare il ping-pong quotidiano col suo avversario. Voli alto, si occupi di Roma, rassicuri gli elettori sulla loro scelta e lasci che sia il Movimento 5 Stelle a tenere a bada i suoi assalitori.

E poi, impari a comunicare, perché non lo sa fare. Il suo discorso in piazza del Popolo era debole, quello della notte dei risultati del primo turno pure. Sembrava quasi incredula di trovarsi in questa situazione. Era emozionatissima, e questo va bene, è comprensibile, la rende umana. Ma è ora di calarsi di più nel ruolo di front runner e persino già in quello di sindaco, altrimenti l’elettore si fa prendere dal dubbio. Se si usa il tono solenne, la frase deve essere alrettanto solenne, altrimenti meglio un tono colloquiale. Se si cerca l’applauso, l’applauso deve poi arrivare, il silenzio provoca imbarazzo e disagio. E se l’applauso non arriva è perché non si è stati chiari, o efficaci. Gli interventi pubblici vanno studiati e preparati nei dettagli, tempi compresi, non improvvisati. Bisogna comunicare qualcosa, scegliere cosa si vuole che resti di un discorso, non bastano un bel viso pulito e accuse generiche agli “altri” di essersi “mangiati Roma” o altre frasi fatte del genere.

E’ importante poi che la Raggi selezioni la squadra degli assessori e lo faccia presto, ma con molta attenzione. La stanno aspettando al varco, sono già pronti a scaricare su ognuno di loro valanghe di accuse, barzellette, scoop veri o presunti. Servono persone competenti, nuove, preparate, affidabili, possibilmente docenti o ricercatori universitari giovani dal curriculum inattaccabile, che abbiano ognuno una visione chiara del settore di cui si dovranno occupare. Devono essere tutti più bravi di lei, ognuno nel proprio settore. Ho letto che sta preparando un annuncio con le prime delibere che intende sottoporre all’Assemblea Capitolina. Benissimo, ma attenzione, cose realizzabili e di buon senso, attese dai romani, non idee a caso, né promesse irrealizzabili.

Continui ovviamente a girare per i quartieri, ma pianifichi bene ogni minuto di queste due settimane. Si presenti in bicicletta, come ha già fatto varie volte, giri in metropolitana, vada a fare la spesa. Sorrida, ma senza esagerare, sia se stessa, ma assuma un’aria meno barricadera e più istituzionale, non noiosa, ma neanche sopra le righe. Non sia arrogante, si vede che è timida, perché nasconderlo?

Se non lo ha già fatto, chiami Antonello Venditti, Fiorella Mannoia, Sabrina Ferilli e tutto coloro che hanno espresso simpatia nei suoi confronti. Sono alleati importanti. Li ringrazi, dica loro che le farà piacere ricevere consigli da chi conosce e ama Roma. E lo faccia riservatamente, senza farlo sapere: non amano essere strumentalizzati.

Faccia al massimo un duello televisivo con Giachetti. Servono solo a lui, che deve recuperare terreno.  Non perda la concentrazione, stia attenta alle trappole e sicura del fatto suo. Ma non canti vittoria. Il successo al primo turno è un risultato notevole, ma meno clamoroso di come avrebbe potuto essere. Vista la situazione, la Raggi avrebbe persino potuto vincere al primo turno. Se non lo ha fatto è perché alcuni romani non se la sono sentita di votarla, nonostante fosse forse l’unica scelta sensata. Non se la sono sentita di dare il governo della propria città ad una candidata di cui si sa ancora troppo poco e che deve ancora dimostrare di avere le capacità e la statura per fare quel mestiere. Se ce li ha, la Raggi si dia da fare per comunicarlo agli indecisi, sin da oggi.

ORA IL SINDACO MARINO RITIRI LE DIMISSIONI

Ci sarò anch’io, domenica 25 ottobre alle 12, a manifestare in piazza del Campidoglio perché il sindaco Ignazio Marino ritiri le sue dimissioni. Non manifesterò soltanto per Marino, quanto per me stesso, per la comunità alla quale appartengo, per una democrazia ferita, in cui credo ancora, nonostante tutto. Marino è il sindaco di Roma, lo hanno scelto i romani per ben tre volte: alle primarie, al primo turno e al secondo turno delle elezioni comunali del 2013. Basterebbe questo per gridare al cielo di Roma che nessuno, nemmeno chi si sente onnipotente (e ce ne sono parecchi ultimamente) ha il diritto di toglierlo dal Campidoglio prima del 2018.

Il sindaco Maino fra i sostenitori in Campidoglio
Il sindaco Marino fra i sostenitori in Campidoglio

Ma non è solo questo. Marino rappresenta un’idea dirompente, forse persino al di là delle sue stesse intenzioni. Parlo dell’idea di un’amministrazione pulita, che non si ferma davanti agli interessi incrostati negli anni e scambiati per diritti acquisiti, che vuole rimettere una città sventrata dai rapporti opachi col malaffare sui binari della legalità. Una città fatta di persone comuni che si erano arrese, rassegnate, e che finalmente scendono in strada, si rimboccano le maniche, a volte prendono persino la ramazza e danno una mano. Perché questo riesce a fare il sindaco-chirurgo: coinvolgere, dare fiducia, far riemergere la speranza che se ognuno di noi fa qualcosa le cose cambiano.

Mentre decidevo di andare alla manifestazione di domenica, mi sono venute in mente le parole di un grande romano, Francesco de Gregori, che ha scritto versi illuminanti, fra cui questi:

E poi ti dicono: tutti sono uguali
tutti rubano alla stessa maniera
ma è solo un modo per convincerti
a restare chiuso dentro casa
quando viene la sera

Questo stanno cercando di fare con il sindaco di Roma. Stanno cercando di convincere i romani che è tutto il solito “magna-magna”, che sperare è inutile e ingenuo, che battersi non serve a niente, perché non cambierà mai niente. Vogliono convincere le centinaia di migliaia di elettori adulti che hanno votato Marino a rassegnarsi, a chiudersi dentro casa, a lasciare spazio ai lupi affamati che da quando c’è Marino si sono visti togliere il boccone dalle fauci e alcuni sono persino finiti in galera. Hanno messo in pratica per mesi e mesi il “Metodo Marino“, fatto di sorrisetti sprezzanti, interviste ammiccanti, commentini allusivi, editoriali denigratori, nel tentativo di logorare il sindaco e farlo passare per un inetto. Quando si sono accorti che non bastava, hanno cercato di convincerci che fosse un disonesto. E lo hanno costretto alle dimissioni. Bene: è arrivato il momento di dire basta e di rovinare la festa a quanti già sgomitano e si accalcano per occupare abusivamente il suo ufficio e rimettere le mani su Roma.

Ci sono diverse ragioni per cui il 25 ottobre chiederemo a Marino di ritirare le dimissioni. La prima ragione è il rispetto per chi lo ha eletto. Un sindaco, a differenza per esempio del presidente del Consiglio, è emanazione diretta dei suoi cittadini. Quando si candida e ottiene la maggioranza assoluta, prende un impegno che dura cinque anni. Le dimissioni sono un atto grave, che rompe quel patto e che tradisce quell’impegno. Sono possibili, certo, ma solo in presenza di fatti gravissimi ed eccezionali, altrimenti si lacera il concetto stesso di rappresentanza e si infligge una ferita terribile al tessuto democratico di tutto il Paese.

Va aggiunto che confermando le dimissioni Marino assumerebbe su di sé la grave responsabilità di un atto che ha invece subìto. Darebbe sponda a una bugia che si sta trasformando pericolosamente in questi giorni in verità. Basta ascoltare quello che dicono coloro che quelle dimissioni hanno preteso, a cominciare dal segretario del PD, Matteo Renzi. Dopo aver costretto Marino a dimettersi, la linea del PD è stata: Marino si è dimesso da solo. Intervistato da Fabio Fazio, Renzi ha detto domenica 11 ottobre che le dimissioni non erano per una rottura fra Marino e il PD, ma perché “forse qualcosa si è rotto fra Marino e la città”.

Matteo Renzi a "Che tempo che fa"
Matteo Renzi a “Che tempo che fa”

Dichiarazioni quantomeno sorprendenti quelle di Renzi, dato che pochissime ore prima della sua intervista da Fazio, la piazza del Campidoglio si era riempita di sostenitori di Marino che imploravano a gran voce il sindaco di ritirare le dimissioni, al punto che lo stesso Marino si era sentito in dovere di scendere e ringraziarli. Raramente, in Italia, si vede un sindaco con tanto sostegno in una città così difficile ad appena due anni dalla sua elezione. A proposito di quella manifestazione, è interessante notare come la folla alternasse cori di incoraggiamento a Marino con altri di contestazione a Renzi e al suo plenipotenziario romano, Matteo Orfini, lasciando più di un dubbio su chi dei tre avesse davvero rotto con Roma.

Manifestazioni pro-Marino
Manifestazioni pro-Marino

La seconda ragione per cui Marino deve ritirare le dimissioni è il rispetto per se stesso. Marino è criticabile come tutti i sindaci, ci mancherebbe, ma è una persona per bene. L’ultimo atto della feroce campagna politico-mediatica che da mesi e mesi cerca con ogni pretesto di farlo dimettere, dopo aver fallito su altri fronti, ha puntato vilmente e senza scrupoli diritto sulla sua onorabilità. E’ questo un atto vigliacco che dimostra a quale livello di scorrettezza sia giunta la battaglia per la conquista del Campidoglio. Tutto questo per una persona onesta non è accettabile: non si può chinare la testa quando ti danno del ladro, a meno che tu non sia un ladro veramente, e non è il caso di Marino.

E qui veniamo al  terzo motivo per cui le dimissioni di Marino devono essere revocate: le accuse contro di lui non stanno in piedi. Il fattaccio degli “scontrini”, che solo in apparenza è stata la causa delle dimissioni del sindaco, si è ormai sgonfiato. Il sindaco ha spiegato com’è andata ed è chiaro che non ha mai speso soldi pubblici per fini privati. Le sei ricevute non giustificate correttamente, per un ammontare totale intorno ai 900 euro, su un totale già molto basso di 22.000 euro, sono al massimo un’irregolarità amministrativa degli uffici comunali, ai quali il sindaco aveva consegnato gli scontrini. Di quella irregolarità, con tutta evidenza, Marino non ha alcuna responsabilità.

A dirlo non sono i fans di Marino, ma persino il quotidiano La Repubblica, che contro Marino conduce da tempo un’inspiegabile campagna denigratoria. In un articolo seminascosto pubblicato il 10 ottobre, Repubblica ha clamorosamente ammesso che Marino in effetti “ha ragione”, che quelle ricevute si erano accumulate nel primo periodo del mandato del sindaco (sono tutte del 2013) quando per ragioni amministrative non era possibile registrarle. E che solo mesi dopo, nel maggio del 2014, quando il sistema fu riaperto con la novità di richiedere la firma del sindaco sui giustificativi, le ricevute furono registrate dagli impiegati comunali, che si basarono con approssimazione sull’agenda del sindaco.

L'articolo di Repubblica che riabilita Marino
L’articolo di Repubblica che riabilita Marino

Qualcuno potrebbe obiettare: ma la firma sui giustificativi è di Marino. Non è così, e anche questo è stato abbondantemente chiarito nel corso delle dichiarazioni spontanee di Marino al pubblico ministero del 19 ottobre. Le firme sui giustificativi sono state chiaramente contraffatte.  Chi l’abbia fatto, speriamo in buona fede, non si sa, e sarebbe bene appurarlo. Comunque, non è stato Marino, che infatti spiega di non aver mai visto quei giustificativi e  che alcuni di essi sono stati compilati mentre lui non era neppure a Roma. Ecco un esempio: qui sotto si vedono tre firme, ma solo la prima è di Marino. Le altre due, prese dai giustificativi contestati, sono chiaramente delle imitazioni anche piuttosto maldestre.

La firma originale di Marino e quelle apposte sui giustificativi.
La firma originale di Marino, in alto, e quelle apposte sui giustificativi (dal blog romafaschifo,com)

Se questo non bastasse a dimostrare la buona fede del sindaco, sono spuntati nei giorni scorsi altri chiari indizi della sua trasparenza, come le ricevute di  versamenti effettuati direttamente da Marino sul conto di Roma Capitale per rimborsare conti di spese non di rappresentanza pagati con la carta del Comune. Eccone una, effettuata nel maggio 2014 relativa ad un pranzo del dicembre 2013:

Un bonifico di Marino al comune di Roma
Un bonifico dal conto di Marino a quello del comune di Roma (dal blog romafaschifo,com)

C’è poi un altro fatto di pura logica che ci porta ad escludere che Marino facesse la cresta sui ristoranti: per tutto il 2014, il sindaco si era auto-ridotto lo stipendio del 10%. Lo scrissero tutti i giornali, peccato che nessuno in questi giorni lo abbia ricordato. Una riduzione del 10% dello stipendio significa che di sua iniziativa Marino ha rinunciato per un anno a ben 580 euro al mese, che moltiplicato per 12 mensilità fa 6.960 euro. Tutti soldi che il sindaco avrebbe potuto tranquillamente intascare in busta paga senza che nessuno potesse rimproverargli alcunché.

Il Messaggero
Il Messaggero

Quindi tutta la faccenda degli scontrini non è lo scandalo che ci volevano far credere. E’ un grande polverone, alimentato dalle opposizioni di Fratelli dì’Italia e Cinque Stelle, e questo è persino comprensibile, ma strumentalizzato ad arte dal PD per far fuori Marino. E questo è meno accettabile. Bombardato dal fuoco amico, sotto la minaccia di un bombardamento ancora più forte, Marino ha firmato le dimissioni il 12 ottobre, fra le grida di esultanza delle destre e di parte del PD e certamente fra i festeggiamenti di non pochi personaggi loschi. Ora è il momento di fermare tutto questo.

Marino deve restare sindaco di Roma, ma non sarà facile. I suoi nemici più insidiosi, soprattutto nel PD, hanno lavorato alacremente in questi giorni per far passare l’idea di un Marino ormai politicamente morto. Hanno, per così dire, cercato di gettare la calce viva sulla tomba del sindaco, come si faceva un tempo con quelle degli appestati. Per questo si sono affrettati a parlare di “dream team” in arrivo e hanno fatto girare ai giornali i nomi del prossimo commissario ancor prima della scadenza dei venti giorni. Bisognava far passare l’idea che Marino appartenesse ormai al passato.

Marino, invece,ha mantenuto un efficacissimo silenzio. Ha varato ordinanze per tappare le buche e firmato delibere importanti, come quella per chiudere del tutto via dei Fori Imperiali al traffico. Si è occupato di Roma, lasciando che a parlare per lui fossero i moltissimi sostenitori che gli chiedono di ritirare le dimissioni e intasano di messaggi di protesta le caselle di vari esponenti del PD, nazionale e romano, intimando loro di lasciare Marino sindaco se vogliono riavere il voto alle prossime elezioni. Hanno fatto notizia le oltre 52.000 firme sotto la petizione perché ritiri le dimissioni.

Con il suo silenzio, il sindaco in carica ha elegantemente evitato di cadere nelle provocazioni che tutto l’apparato di fuoco del PD gli ha quotidianamente lanciato fra i piedi. Come quelle di un nervosissimo Matteo Orfini, che ha occupato tutti gli spazi a sua disposizione per denigrare scompostamente il sindaco dimissionario. Ma non gli è andata benissimo: basta vedere la sua pagina Facebook, dove ha pubblicato un’impacciata excusatio non petita per giustificare la cacciata del sindaco del PD ed è stato subissato di contumelie, alcune anche piuttosto volgari, firmate da elettori e iscritti del partito di cui è nientemeno che presidente.

Il post di Orfini
Il post di Orfini

Si è speso per la causa anti-Marino, forse per cercare l’approvazione del suo nuovo Capo, anche il deputato del PD Andrea Romano. Ospite in TV, Romano ha sostenuto che il sindaco sarebbe stato costretto ad andarsene perché  “sfiorato da un’indagine per un reato  molto grave”. Ciò che è grave, in realtà, è quello che dice Romano. Secondo l’ex esponente di Scelta Civica, quindi, basta che un amministratore del PD sia solo “sfiorato” da un’inchiesta, fra l’altro per un esposto presentato dalle opposizioni, per essere sfiduciato dal proprio stesso partito. E allora ci scusi Romano, ma Renzi non è stato forse “sfiorato” dalla faccenda dei ristoranti fiorentini e prima ancora da quella dell’appartamento di Carrai? Quanti amministratori PD sono ogni giorno “sfiorati”, vogliamo farli dimettere tutti? Io credo di no, lei che dice?

Andrea Romano
Andrea Romano

Fra coloro che sembrano particolarmente ansiosi di assestare il colpo di grazia a Marino va annoverato anche il molto ambizioso prefetto Franco Gabrielli, quello che si lasciò passare i funerali di Casamonica sotto il naso. Intervistato da uno dei più accaniti aggressori del sindaco dimissionario, il giornalista di Repubblica Francesco Merlo, Gabrielli ha sostenuto che Marino è caduto perché non aveva un “dream team”, una squadra “da sogno”, per mutuare goffamente il lessico renziano. Argomento anche questo debole e pretestuoso, visto che l’attuale giunta Marino comprende personaggi chiave che proprio il PD aveva scelto e definito “di grande qualità”, come Causi, Rossi Doria ed Esposito.

Il prefetto di Roma, Franco Gabrielli

Il prefetto di Roma, Franco Gabrielli

Queste incaute affermazioni sono state in questi giorni scientificamente accompagnate da annunci sorprendenti, come quello dello stesso presidente del Consiglio, Renzi, che subito dopo le dimissioni di Marino ha balenato lo stanziamento di 500 milioni di euro per il Giubileo mentre finora ne sono arrivati appena 50, e con notevole ritardo. Un sacco di soldi che di fatto verranno gestiti dal governo attraverso il commissario per il Giubileo, che con il Comune commissariato rendono di fatto lo stesso Renzi un potentissimo sindaco di Roma, non eletto, in grado di travasare dal governo centrale alla città risorse che fino ad oggi aveva elargito col contagocce.

Particolarmente attivo è stato in questi giorni il Vaticano, che non vede Marino di buon occhio a causa della sua posizione sulle unioni civili, i gay, l’eutanasia e la fecondazione assistita. Dopo il colpo micidiale inferto da Papa Francesco sull’aereo di ritorno da Filadelfia, l’Osservatore Romano ha parlato di “macerie di Roma”, il cardinale vicario di Roma, Agostino Vallini, ha auspicato “una nuova classe dirigente”, ma quello che più mi ha colpito è riassunto dal titolo di Repubblica del 12 ottobre scorso, secondo cui una volta tolto di mezzo Marino, il Vaticano sarà neutrale. Ciascuno commenti come crede.

L'inquietante titolo di Repubblica del 12 ottobre
L’inquietante titolo di Repubblica del 12 ottobre

Insomma, adesso tocca a Marino. Se, come speriamo, ritirerà le dimissioni, farà imbufalire in molti. E potrebbe anche essere inutile, se tutti i consiglieri comunali del PD accetteranno come i giapponesi di suicidarsi per l’imperatore. Ma vale la pena andare avanti e mettere il PD di fronte alle proprie responsabilità e all’obbligo di scegliere fra due strade. La prima, la più logica, sarebbe rispettare il voto dei romani e andare avanti con Marino, cercando magari finalmente di lavorare bene insieme. La seconda, assai più irrazionale, sarebbe raccogliere le 19 firme necessarie per una mozione di sfiducia.

Un’operazione, quest’ultima, che non sarebbe solo del tutto immotivata, ma richiederebbe molto probabilmente un accordo con le opposizioni e difficilmente verrebbe “compresa” dall’elettorato del PD. Soprattutto perché la mozione potrebbe passare solo con l’appoggio di esponenti vicini all’ex sindaco Gianni Alemanno o dei grillini, che grazie al PD potrebbero attribuirsi il “merito” della caduta di Marino e presentarsi da favoriti alle elezioni di primavera. Davvero il PD romano vuole questo?

Io spero che il PD rifletta. Intanto vado in piazza del Campidoglio, dove sono sicuro saremo in tanti. Perché, come diceva un grande romano:

la Storia non si ferma davvero davanti a un portone
la Storia entra dentro le stanze, le brucia
la Storia dà torto e dà ragione

La Storia siamo noi. Ci vediamo domenica.

IL SINDACO MARINO, GLI ORFANI DI ALEMANNO E GLI APPETITI DEL PD

17 novembre 2014

Non ho votato per Ignazio Marino alle primarie del PD per il sindaco di Roma. Avevo e continuo ad avere dubbi sulle sue capacità politiche e di comunicazione. Ma confesso di vivere con un certo disagio il pressing democristiano che il PD sta esercitando sul sindaco perché azzeri la giunta e faccia spazio ad amministratori più “organici”. Ho la sgradevole sensazione che un branco di lupi affamati si stia assembrando minacciosamente attorno alla preda, attratto dal sangue delle ferite.

E’ chiaro che la scelta operata da Marino sedici mesi fa di tenere i politici fuori dalla porta e di formare una giunta scelta da lui ha frustrato molte aspettative. Ed è altrettanto evidente che qualcuno si sia convinto che sia venuto il momento di prendersi qualche sperata poltrona.

Vorrei però far notare che Marino ha vinto le primarie e le elezioni proprio promettendo che avrebbe tenuto i carrieristi politici alla larga e che andare contro questa precisa scelta politica significherebbe andare contro la volontà degli elettori. E nulla mi toglie dalla testa che l’accanimento con cui la stampa lo perseguita sia anche dovuto agli interessi dei veri padroni della capitale (dai costruttori ai tassisti, al business dei venditori ambulanti) che Marino ha meritoriamente e finalmente messo in discussione.

Mi sembra inoltre giusto riconoscere a Marino di aver trovato una situazione a un passo dal fallimento e di aver dovuto passare i primi mesi a cercare di salvare Roma dal disastro finanziario. Nel frattempo è riuscito fra non poche difficoltà a confermare l’apertura del primo tratto della linea C della metropolitana, un intervento certamente a favore della periferia. E di aver preso le decisioni (giustissime) di chiudere progressivamente al traffico via dei Fori Imperiali e di liberare piazza Navona dai tavolini abusivi e dagli insopportabili caricaturisti. Ha trovato l’azienda del trasporto pubblico, l’Atac, inzeppata di protetti dell’ex sindaco Alemanno, praticamente fallita, eppure sta riuscendo a garantire con enormi difficoltà il servizio.

Certo, ha commesso molti errori, soprattutto di comunicazione. La lentezza con la quale sono state riaperte le strade invase dall’alluviuone dell’anno scorso non è apparsa giustificabile e comunque non è stata spiegata. In molti casi il sindaco appare chiuso nelle sue stanze e lontano dalla città. A Tor Sapienza è andato troppo tardi, ma non ha detto cose sbagliate.

A volte, è vero, il suo altezzoso distacco è irritante, ma ancor più irritanti sono le schiere di orfani di Alemanno che soffiano sulla protesta nella speranza di riaprire i giochi e rioccupare il Campidoglio. E insopportabili sono le campagne ai limiti del character assassination lanciate dai padroncini della capitale e rilanciate generosamente dalla stampa romana. In una situazione del genere, ci si aspetterebbe dal PD una difesa del proprio sindaco, una mano, non un assalto alle poltrone.

Ciao, Boemo

Un saluto affettuoso e una stretta di mano a Zdenek Zeman, che non ho mai amato ma sempre rispettato, la cui carriera è giunta forse all’ultima salita. Ripida, ovviamente, come è sempre stata la vita per lui. Ha tenuto testa ai potenti e non ha mai abbassato lo sguardo. Ha predicato il bel gioco e la pulizia, ha sfiorato varie volte il miracolo, senza mai toccarlo. Ha affrontato l’ultimo fallimento con la dignità delle persone vere. Il sipario si chiude tra i fischi, le urla e i lazzi della curva, com’è normale che sia e come meritano gli scarsi risultati della sua squadra. Ma un uomo resta un uomo. Ciao Boemo. 2 febbraio 2012