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IL RAGGIO VERDE

E così, anche il Lingotto è caduto. La strategia renziana di occupazione dei luoghi-simbolo del centrosinista ha raggiunto la capanna del presepe del vecchio Partito Democratico, svuotandolo della sua storia, dei suoi personaggi, dei suoi simboli, e riempiendolo di una retorica indigesta, verticistica, leaderista, peronista. Matteo Renzi passeggia impaziente nella vecchia fabbrica torinese, ne calpesta il suolo, come un piccolo Napoleone un po’ imbolsito, che entra a Notre-Dame per incoronarsi in fretta da solo.

Al seguito del capo, le truppe della Leopolda accorrono esaltate, eccitate, dopo aver varcato strombazzando i confini toscani e aver attraversato in auto, in treno e in pullman le Langhe e il Monferrato, decisi a recitare a Torino lo stesso copione messo in scena negli ultimi anni nella stazione fiorentina: tavoli di discussione di cui pochi ricorderanno gli argomenti, brevi interventi dal palco che pochi ascolteranno. E poi la vera ragione per cui tutti accorrono: l’apoteosi del leader, la capriola nel fuoco del fenomeno, la zampata di “quello che ci fa vincere” (ma che di solito perde) l’ovazione.

Il palco del Lingotto

Il Lingotto si arrende al renzismo senza opporre resistenza, ormai abbandonato, privo di forza, di significato, di senso. Era il luogo dove erano miracolosamente e faticosamente confluite le anime dell’identità riformista italiana, oggi è la casa buia e asfittica dove si torna dopo il divorzio, dove si rimpiange quello che avrebbe potuto essere e non è stato, dove si respira l’assenza di chi se n’è andato. Sotto le volte della vecchia fabbrica si avverte forte la prevaricazione culturale del renzismo, le smargiassate di chi ha prevalso sull’altro, gli effetti dell’Opa ostile andata in porto.

La folla adorante si accalca nel ventre vuoto di quella che una volta era la casa di tutti e oggi è la casa di chi ha cacciato via gli altri. “Fuori, fuori!” avevano gridato in novembre a Firenze. E fuori quelli della minoranza sono andati. La panoramica sulla platea mostra un popolo meno eterogeneo di una volta, con una prevalenza di boy-scout troppo cresciuti insieme a signore di mezza età affascinate dal leader. Più qualche ex di sinistra convertito al renzismo, convinto un po’ per opportunismo, un po’ per comodità, a recidere le proprie radici culturali e ad affidare le proprie idee al funambolismo del nuovo capo. Come se fosse possibile, delegando tutto al vertice, bypassare il percorso doloroso e faticoso che porta alla costruzione di un pensiero politico complesso. Come se fosse sufficiente sostituire alla sintesi il leader, per evitare la fatica del dubbio, del confronto.

Della sconfitta al referendum non resta che qualche frase di circostanza, di convenienza, mandata a memoria per evitare l’analisi e trarne ne conseguenze. Il capo ha ammesso tutt’al più qualche errore di comunicazione sui social network, francamente poco per spiegare la disfatta. Ma ai leopoldini di Torino sembra bastare. “La follia sta nel fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi”, diceva Albert Einstein. Ma il Lingotto leopoldizzato sfida con leggerezza anche l’avvertimento del grande fisico: chi sarà mai, in fondo, questo Einstein?

Albert Einstein

Dai vidiwall della vecchia fabbrica esce, come un raggio paralizzante, il verde renziano, che ipnotizza i presenti, buca gli schermi, martella il pubblico in sala senza sosta. Dagli altoparlanti, con pochissime differenze, si ripetono gli stessi slogan degli inizi, quando sembrava che, dietro agli slogan, ci fosse anche altro. Il verde tracima impetuoso da ogni muro, annulla il rosso, lo sostituisce persino nel simbolo del Pd, rompendone l’equilibrio cromatico, mandando un chiaro messaggio subliminale. Il rosso, colore caldo, della passione, del sangue, ma anche della storia della sinistra, sparisce, sostituito dal verde giallognolo della melassa renziana, che invade ogni spazio, allaga ogni area, tinge ogni angolo, si riflette nei volti e negli occhi dei supporter, rendendoli irriconoscibili: un’indistinguibile “carica dei verdini”.

A livello di comunità, vista da fuori, la sensazione è quella di un corpo mutilato, devitalizzato, incapace di muoversi e crescere autonomamente, privato dell’energia vitale che lo aveva fatto vivere. Un corpaccione inerte, trainato a forza dal renzismo, dal Giglio magico, dal gruppo di potere toscano che dalla sopravvivenza politica del capo dipende interamente. Un corpo a cui sono stati espiantati gli organi, a cui è stato tolto il sangue, e che la cura leopoldista tenta ora magicamente di rianimare impiantando organi e sangue diversi. Si erge dal palco del Lingotto un Frankenstein dall’inquietante colorito verdognolo, che prende vita e forma solo quando dal palco parla il leader, che divora voracemente il luogo, il logo, i simboli del patrimonio della sinistra: il termine “compagno”, Gramsci, persino Robert Kennedy, e quindi Veltroni.

Maria Elena Boschi

Il risultato di questo pasticcio suona falso, posticcio, innaturale. La performance renziana stride, come una musica suonata nel contesto sbagliato, una melodia infantile che profana la sacralità di un posto, caro più ai tanti che non ci sono che a quelli che oggi vi bivaccano. Lui, il leader, si crogiola nell’applauso dei tifosi, a cui basta vederlo eseguire i colpi del vecchio repertorio per scaldarsi. Promette di “passare dall’io al noi”, ma non è sincero, né potrebbe esserlo. Renzi è antropologicamente la persona meno indicata al mondo per passare dall’io al noi. Renzi è la sublimazione dell’”io”, dell’ego come dottrina politica. Il “noi” di Renzi è un plurale maiestatis, è il Giglio magico, è una nuova autoproclamazione.

Emma Bonino

La tre giorni torinese passa in un batter di ciglia. Renzi porta a casa la kermesse, i selfie, le figurine come Emma Bonino, che gli regala la foto ricordo. Non rinuncia, come fa spesso in questi giorni, ad evocare complotti: “Qualcuno ha cercato di distruggere il Pd”, grida, senza pensare che quel qualcuno potrebbe essere proprio chi sta parlando dal palco. E senza ammettere che il lavoro, in fin dei conti, gli stia riuscendo bene. Il Pd non c’è più, c’è un presepe abitato da una persona sola e dai suoi fans, che continua a dire che non è successo niente, che bisogna “ripartire insieme”. Ma insieme a chi? Nel Pd sono rimasti praticamente solo i renziani, della prima ora o dell’ultima. I suoi contendenti al congresso, Andrea Orlando e Michele Emiliano, sembrano destinati al ruolo di sparring partner, obbligati poi a sostenere il vincitore annunciato e quindi a diventare renziani anche loro. Non c’è scampo al renzismo nel Pd.

Roberto Speranza e Giuliano Pisapia

L’unica speranza per chi non si rassegna al renzismo, al populismo e all’astensione è cercare aria fresca fuori, seguire il movimento ancora confuso e magmatico di un centrosinistra che cerca di riorganizzarsi altrove. C’è vita nella galassia del centrosinistra? Chissà. Lo sgretolamento del Pd, combinato con altre forze, ha prodotto in queste settimane un nuovo sistema solare che deve ancora stabilizzarsi, trovare equilibrio, fiducia reciproca e in se stessi. Qualcosa si muove,  la sensazione non è quella di un Big Bang, ma di un processo graduale destinato ad intensificarsi dopo il 30 aprile. La speranza è che si crei uno spazio, dove si possa dare appuntamento chi se ne sta andando, chi se n’è già andato e chi se ne andrà. Ognuno con la propria storia, con il proprio progetto. Per ritrovarsi, riconoscersi, rispettarsi, ricominciare a costruire qualcosa che appartenga a tutti, ma non sia di nessuno. Com’era una volta il Partito Democratico. Prima di perdersi, prima di trasformarsi in un’altra cosa. Prima che lo colpisse il raggio verde renziano.

LE MACERIE DEL PD, IL VOLO DI RENZI, IL RISPETTO, IL “NULLA”

Martedì mattina, mentre colonne di fumo nero salivano ancora tumultuose dalle macerie del Partito Democratico, l’aereo con a bordo Matteo Renzi si allontanava verso l’orizzonte, destinazione: California. Dietro di sé, il segretario dimissionario lasciava un partito ferito, una comunità disorientata, un’idea tradita. Ma non doveva essere particolarmente dispiaciuto, anzi.

L’ultima carica esplosiva piazzata sotto le fondamenta del Pd, del resto, l’aveva fatta detonare lui stesso, domenica, all’hotel Parco dei Principi. “Con il sorriso sulle labbra”, come dice lui. Mentre gli artificieri, le donne e gli uomini di buona volontà di una parte e dell’altra erano ancora impegnati nell’estremo tentativo di disinnescare la carica letale, Renzi era salito sul palco ed aveva premuto il pulsante dell’autodistruzione. Senza esitazioni. Con il sorriso, appunto.

Matteo Renzi all’Assemblea del 19 febbraio

Il Pd si era quindi piegato su se stesso, monco di alcuni dei pilastri sui quali era stato costruito. Dalle macerie si allontanavano un po’ ammaccati, ma ancora vivi, molti degli epigoni della tradizione della sinistra democratica non renziana, considerati in questi anni da Renzi solo dei fastidiosi “gufi”.

Se ne andavano insieme ben tre ex segretari (D’Alema, Bersani, Epifani), a conferma del peso identitario di quella scelta. Se ne andavano un ex capogruppo, Speranza, e un presidente di Regione, Rossi. Preceduti in questi anni, sempre a causa del bombardamento renzista, da Enrico Letta, Ignazio Marino, Sergio Cofferati, Lapo Pistelli, Giuseppe Civati, Stefano Fassina, Alfredo D’Attorre, per citarne solo alcuni. Tante persone di valore, che arricchivano con le loro diversità il melting-pot del pensiero democratico e la cui uscita di scena è stata spesso accompagnata dai lazzi e dallo scherno dei renziani di complemento di palazzo Chigi e del Nazareno.

E faceva una certa impressione, domenica, mentre Renzi premeva il pulsante dell’autodistruzione, sentirlo evocare la parola “rispetto”. Perché è stato proprio dall’assenza assoluta di rispetto che ha pervaso il partito in questa stagione che si è determinata questa forse insanabile frattura. Fu l’assenza di rispetto, soprattutto verso gli elettori, che rese possibile la slealtà dei 101, che sdoganò il tradimento dell’”#enricostaisereno”, che trasformò epiteti inaccettabili, come “gufi” e “rosiconi” in comunicazione istituzionale di governo, che permise il licenziamento del sindaco di Roma, della sua giunta e di tutti i consiglieri del Pd con le firme davanti al notaio, che vibrò il colpo di manganello del “#ciaone” , che incoraggiò irresponsabilmnente i cori “fuori, fuori!” contro la minoranza che risuonavano fra le volte della Leopolda.

E faceva ancora più impressione, nella stessa sede solenne dell’Assemblea del 19 febbraio,  sentire il segretario invocare strumentalmente i fondatori del Pd, lui che della damnatio memoriae dei padri nobili, tramite l’orribile termine “rottamazione”, aveva fatto il proprio tratto distintivo. Lui che ama ripetere che “per trent’anni non s’era fatto nulla”, omettendo di ricordare i meriti storici della stagione dell’Ulivo. Lui, che nella difficoltà implora adesso l'”aiutino da casa” di Walter Veltroni, generosamente concesso.

Roberto Speranza

Il Pd rischia dunque di finire così, amaramente, a meno di dieci anni dalla sua nascita. Rischia di finire per una scelta precisa del suo segretario, ostinatamente contrario a farsi da parte o quantomeno a mettersi in discussione seriamente, nonostante i molteplici errori e le ripetute sconfitte. Rischia di finire per i continui scostamenti, mai spiegati, dalla linea politica ed economica votata dagli elettori alle ultime elezioni, per l’esclusione sistematica di una parte fondamentale della comunità democratica dalle scelte strategiche, rimpiazzata con i fuoriusciti e gli opportunisti del berlusconismo. Rischia di finire, perché assomiglia sempre di più al partito di una persona, e sempre meno al partito di un popolo.

Come un novello Nerone, Renzi adesso sembra impaziente di vedere le fiamme spegnersi, per poter edificare sulle macerie fumanti la sua Domus Aurea, “più bella e più superba che prìa”. Che si chiamerà sempre Pd, ma che sarà, con ogni evidenza, se il progetto renziano andrà davvero in porto, un’altra cosa.

Non a caso, con mossa altamente simbolica, Renzi dà ora appuntamento ai suoi seguaci al Lingotto, che intende trasformare nella nuova Leopolda, portando così avanti il processo di appropriazione dei luoghi e dei simboli del Pd ulivista attraverso i riti e le cerimonie messianiche del renzismo.

Enrico Rossi

Si apre una fase nuova, si volta pagina, in quel che resta del partito e fuori. Non c’è più tempo, non ci sono più spazi per mediare. Il viaggio negli USA di Renzi tronca in modo brutale questo capitolo traumatico. Stupefacente, ancora una volta, la scelta dei tempi. Mentre il popolo del Pd, quello che lascia e quello che resta, è ancora impegnato a capire, a provare a salvare il salvabile di un’idea,  di un’identità, di un progetto caro a tutti, Renzi fa sapere dall’aeroporto che non ci sono margini neppure per spostare le primarie da maggio a luglio. Anzi: che le primarie saranno probabilmente già ad aprile. E comunque ce lo farà sapere, ora non ha tempo di occuparsene perché si sta imbarcando.

Quando atterra dall’altra parte del mondo, l’ex segretario mette la parola fine ad ogni residua discussione. A Roma, dice Renzi dalla California, si sta litigando “sul nulla”. I tormenti, la sofferenza, il travaglio umano e politico di una comunità, di una famiglia che si divide e che si lacera dentro, per Renzi, sono “il nulla”. A proposito di rispetto. “Non può finire così”, dice attonito Enrico Letta dal suo esilio parigino. Ma la sensazione è che sia davvero finita.

SALVARE IL PD

Le eventuali dimissioni di Matteo Renzi da segretario del Pd sono condizione necessaria, ma non sufficiente, ad impedire l’autodistruzione del principale partito del centrosinistra, e a garantirgli una chance di ripresentarsi competitivo alle prossime elezioni. Andrà quindi accolta con sollievo, se sarà confermata, la scelta che Renzi sembra intenzionato ad annunciare lunedì in Direzione, perché consentirà l’apertura di un processo lungo e difficile, che dovrà partire dai livelli più periferici di quello che resta del Pd e arrivare fino alla scelta di un nuovo segretario.

Purtroppo, lo stesso Renzi non sembra intenzionato a favorire questo processo. Nonostante l’evidente fallimento della sua prima esperienza da leader, nonostante la bocciatura inequivocabile dell’architrave della sua proposta politica al referendum del 4 dicembre, nonostante abbia snaturato il partito, lo abbia sottoposto a tensioni insopportabili, abbia causato la caduta di un presidente del Consiglio del calibro di Enrico Letta, nonostante una impressionante emorragia di iscritti e di elettori, Renzi sembra intenzionato ancora una volta ad utilizzare il Pd come sgabello per arrivare a palazzo Chigi, salvo poi abbandonarlo a se stesso, come fece l’ultima volta.

Il segretario del Pd, Matteo Renzi 

Le dimissioni, nelle intenzioni di Renzi, rischiano di essere dunque solo un espediente tattico, un modo per accelerare la conta interna, nella speranza di cogliere i suoi tanti avversari impreparati e divisi ed ottenere in contropiede una nuova investitura, magari provocando ancora una volta la caduta di un presidente del Consiglio del Pd (Gentiloni, stavolta) e forzando la mano al presidente della Repubblica per andare a votare in giugno.

Tutto questo, tuttavia, per quanto sia probabilmente vero, non deve spaventare chi, in questo momento, ha il dovere di tentare di salvare il Pd. Renzi è furbo, ma è anche molto confuso, e non è detto che il suo piano riesca. Dal giorno della sconfitta al referendum, ha cambiato idea, strategia e tattica praticamente su tutto, più di una volta. Stenta a ritrovare il bandolo della matassa, non sa da che parte ricominciare, alterna minacce a disinteresse, ultimatum ad aperture. E’ debole, anche se in pubblico ostenta la solita sicurezza. E’ circondato da gente che, appena gli volta le spalle, scuote la testa, come per dire: “E’ impazzito”. I suoi alleati gli girano intorno come degli squali, in attesa di azzannarlo.

Dario Franceschini

A conferma della sua debolezza, basti notare che, dalla notte del 4 dicembre, Renzi non ha fatto altro che inanellare una serie molto lunga di nuove sconfitte. La prima si chiama Paolo Gentiloni. Renzi dopo il referendum non voleva che si facesse un altro governo, voleva restare dimissionario a palazzo Chigi e andare dritto al voto. Ricordate l’ultimatum “O ci stanno tutti o il Pd non farà parte di alcuna maggioranza e si andrà a votare”? Nessuno gli rispose, gli alleati fecero finta di non sentire, le opposizioni rimasero opposizioni, il presidente della Repubblica fece il suo lavoro e Renzi fu costretto a passare il campanello al suo ministro degli Esteri.

Paolo Gentiloni e Matteo Renzi

Poi ci fu la proposta quasi ultimativa di tornare al “Mattarellum”, il sistema elettorale in vigore dal 1994 al 2005. Anche qui, nonostante l’appoggio della minoranza interna, molte porte in faccia. Stesso discorso per il tentativo di estendere al Senato il cosiddetto “Consultellum”. Intanto, mentre la Corte Costituzionale faceva a pezzi l’Italicum, la legge elettorale voluta a tutti costi dal ragazzo di Rignano, fallivano tutti i tentativi dello stesso Renzi di fissare una data per la caduta di Gentiloni ed il ritorno alle urne: a febbraio, poi ad aprile, a giugno, a settembre…

Ogni giorno i retroscena raccontavano di un foglietto poggiato sulla scrivania di Renzi, con una data cerchiata in rosso: “ecco, in esclusiva, la data fissata da Renzi per le elezioni”. Peccato che quella data cambiasse ad ogni articolo, mentre i foglietti si accumulavano sulla scrivania dell’ex premier ed i ministri Calenda, Franceschini, Alfano, diversi parlamentari della maggioranza e persino l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, un tempo alleato di Renzi, si schieravano più o meno apertamente contro le elezioni anticipate.

Giorgio Napolitano

Poi c’è stata la storia quasi comica della nuova segreteria del Pd, che per settimane i giornali ci hanno raccontato come imminente e ricca di novità, come se si trattasse di un nuovo governo del Paese. Ma Renzi ha ricevuto solo tantissimi “No”, e la nuova segreteria è ancora quella vecchia.

In questo contesto, arrivava da Bruxelles la nota che ci impone di correggere i nostri conti, pena una procedura di infrazione che avrebbe effetti molto gravi sulla nostra reputazione e sulla nostra economia. Quello che l’Unione Europea ci ha mandato è un po’ come il conto del ristorante, peccato che arrivi dopo che colui che aveva ordinato caviale e champagne se n’è andato, lasciando i commensali Gentiloni e Padoan al tavolo. Da Pontassieve, Renzi manda ora messaggi al premier, intimandogli di non pagare, ma intanto Padoan ha già preparato le tabelline e messo mano al portafogli. Perché sa, Padoan, che non si può prendere in giro l’Unione Europea. Ché se si chiedono cinque miliardi di flessibilità per il terremoto e poi se ne spendono 1,6, il resto va restituito.

Pier Carlo Padoan, Ministro dell’Economia

Renzi si presenta dunque alla Direzione di lunedì in una condizione di grande debolezza ed in uno stato psicologico particolarmente pesante. Il passo indietro, se davvero lo farà, sarà un arretramento tattico, un segno di difficoltà. Difficilmente perderà la sua baldanza, certamente ostenterà quel sorriso forzato che in occasione di altre sconfitte ha messo su, davanti agli obiettivi, per mascherare la rabbia. Farà la faccia feroce, lancerà la sfida al resto del partito, ammonirà, come ha già fatto, che poi chi perde dovrà stare alle regole di chi vince.

Michele Emiliano e Roberto Speranza

E’ necessario quindi mantenere la lucidità e raccogliere questa difficilissima sfida senza paura. Renzi è ancora molto forte, in questi anni è stato abile nel costruire un sistema di consenso solido ad ogni livello: dal centro ai territori. Certamente, nonostante i risultati deludenti al governo e fallimentari al partito, parte favorito. E fra l’altro, se si dimetterà, le redini del partito e del congresso resteranno comunque nelle mani di due suoi pretoriani di prima scelta, come Matteo Orfini e Lorenzo Guerini, che faranno di tutto per rendere la vita difficile a chi si candiderà contro di lui.

Renzi guida però un Pd  svuotato e sfiduciato, fatto di circoli spesso disabitati e silenziosi, fatto di una base con un’età media molto alta, anch’essa disorientata dalle scelte neo-centriste del segretario. Ci sono migliaia di iscritti e milioni di elettori in fuga. C’è lo spazio per ribaltare questa situazione.

Pierluigi Bersani

Ma il tempo è poco. E’ necessario che l’operazione “#RetakePD” parta subito. Occorre che tutte le donne e gli uomini di buona volontà che stanno nel partito si diano subito da fare. Non c’è tempo per i padri nobili che non vogliono sporcarsi le mani, né per i king maker. Bisogna uscire di casa, esporsi in prima persona, andare in tutti i circoli, in tutta Italia, creare un movimento interno al Pd che guardi al futuro, che racconti perché finora si è sbagliato e spieghi perché le idee di sinistra torneranno al centro della politica del Pd e aiuteranno finalmente gli esclusi di questo Paese a ritrovare motivazione, convinzione, stabilità, benessere, orgoglio di far parte della propria comunità. L’attività di queste settimane di Roberto Speranza, di Michele Emiliano, di Massimo D’Alema, di Enrico Rossi, di Gianni Cuperlo lascia ben sperare.

Andrea Orlando

Ma bisogna identificare presto una leadership, senza sgambetti, senza tatticismi. Non ci si può presentare contro Renzi in sette, perché si perde. Chi ha più carte da giocare si faccia avanti: Bersani, Franceschini, Emiliano, Orlando, D’Alema, Speranza, Rossi, Cuperlo e tutti gli altri. Ci si sieda intorno ad un tavolo e si individui il candidato segretario che correrà contro Renzi al congresso, uno solo. Un candidato vero, però, non un fantoccio. Poi, si faccia gioco di squadra dietro quel candidato, gli si stia vicino, si chieda conto pubblicamente a Renzi delle sue politiche sbagliate, dei suoi troppi errori, delle politiche fallimentari che hanno portato il partito a sconfitte storiche. Si dia al popolo smarrito del Pd, compresi i renziani delusi,  un approdo, una prospettiva. Si superino le divisioni, che sono inevitabili, e si lavori insieme per voltare definitivamente la pagina del renzismo che da troppo tempo corrode pericolosamente le fondamenta di questo giovane partito.

RIMOZIONE FORZATA

Sono passate otto settimane dal referendum del 4 dicembre, eppure Matteo Renzi ancora si rifiuta di fare i conti con quella bruciante sconfitta. Come se quel passaggio fosse un piccolo incidente di percorso, come se quel No fosse stato un episodio marginale e non la pietra tombale del renzismo. Quasi come se quel disastro politico, nel quale ha trascinato il Partito Democratico, non fosse mai accaduto. Asserragliato nella ridotta del Nazareno, l’ex premier ha ricominciato a dare ordini, come se niente fosse, deciso a tornare a sedere sulla poltrona che sembra ritenere sua di diritto, quella di presidente del Consiglio.

Vederlo sul palco di Rimini, davanti agli amministratori locali del Pd, sabato pomeriggio, lasciava esterrefatti. Gli stessi slogan, la stessa baldanza, la stessa sicumera, gli stessi stucchevoli artifici retorici degli “abbracci” e dei “sorrisi” agli avversari. Con un grande assente: la proposta politica. Con ogni evidenza, Renzi finge di non vedere che la sconfitta al referendum lo ha ormai svuotato di qualsiasi progetto. La sua “narrazione” aveva nella riforma costituzionale il proprio architrave, bocciata quella, non c’è più narrazione e non c’è più proposta. Renzi senza renzismo non è più nulla e quel nulla è oggi alla guida del Partito Democratico.

Matteo Renzi, segretario del Pd

L’ex premier è con ogni evidenza “spompo”, per usare un toscanismo a lui caro, ed è talmente frastornato da non rendersi conto che il suo astro è ormai spento. Si aggrappa alla poltrona di segretario del Pd, conquistata un’era geologica fa e utilizzata solo per scalare il potere, senza riconoscere che il Renzi che nel 2013 conquistò quella poltrona non c’è più. Rifiuta di fermarsi a riflettere, perché altrimenti dovrebbe ammettere che l’unica possibile conseguenza dell’ennesima sconfitta a cui ha condannato il Pd sarebbero le sue dimissioni anche da segretario. Il suo disegno è fallito e se il Renzi di oggi desse retta al Renzi del 2013 non esiterebbe un secondo a “rottamarsi”, rimettere il proprio mandato a disposizione del congresso e farsi da parte.

La strategia dell’ex premier è invece un’altra: portare l’Italia a votare il prima possibile, tentando un’altra puntata sulla roulette del potere, incurante del fatto che votare prima della scadenza naturale della Legislatura (febbraio 2018) non farebbe che danni all’Italia. Il Paese oggi ha un governo, guidato da una persona capace, competente e rispettata come Paolo Gentiloni. Ci sono una serie di emergenze a cui far fronte, a cominciare dall’assistenza alle vittime del terremoto in Italia centrale. Ci sono diversi provvedimenti da adottare, politiche sbagliate da correggere, risposte da dare all’Unione Europea e, soprattutto, importantissime scadenze internazionali: dal Consiglio Europeo di marzo a Roma, al G7 di Maggio a Taormina, alla delicatissima attività di membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni

Se si andasse a votare in primavera, come chiede Renzi (insieme a Salvini, Meloni e Grillo), l’Italia finirebbe nel caos più totale. Lo dimostrano tutte le simulazioni effettuate con il nuovo sistema elettorale, che indicano come nessuna coalizione, nemmeno quella contro natura fra Pd e Forza Italia riuscirebbe ad avere la maggioranza. E lo dimostra, più di ogni altra cosa la repentina impennata dello spread, subito dopo la sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum. Quanto al Pd, se si andasse al voto, stando ai sondaggi e con le nuove regole, otterrebbe meno di 200 deputati, contro i 310 di oggi, e rischierebbe di perdere il governo.

L’ultima simulazione di Demopolis

Ma allora dove corre Renzi? L’ansia da elezioni del ragazzo di Rignano si spiega solo parzialmente con il desiderio di tornare a sedere sulla poltrona dalla quale si è volontariamente alzato dopo il referendum. C’è di più. Si intravvede nel disegno renziano la voglia inconfessabile di distruggere quel poco che è rimasto del partito, costringendo la minoranza alla scissione. Non è solo la rivincita, quella che Renzi cerca. E’ la vendetta biblica, la cintura esplosiva, il colpo del kamikaze. La rivalsa contro quella parte del Pd che si è rifiutata di seguirlo nell’avventura del referendum e alla quale, rabbiosamente, cerca adesso di addossare la responsabilità della sconfitta.

Massimo D’Alema

La chiamata alle armi di Massimo D’Alema, che sabato ha per la prima volta evocato con chiarezza la possibilità di una scissione della parte del Pd che ha votato No, è la conseguenza logica di questa deriva renziana. D’Alema ha aperto una breccia, ma non è detto che debba finire così, non siamo ancora a questo. Gli uomini e le donne del Partito Democratico hanno ancora la possibilità di salvare il salvabile. Si sveglino dal torpore, però, anche quelli che hanno votato Sì. Pretendano con forza la convocazione di un congresso, chiedano in maniera intransigente che si rimetta in discussione la leadership, che si tracci insieme una proposta di governo nuova, in grado di resuscitare un partito allo stremo.

Si dia vita ad un confronto vero, profondo, doloroso, che rimetta insieme i cocci e faccia ritrovare il bandolo della matassa perduto. E, soprattutto, si trovi nel partito energia nuova, che lo metta in grado di tornare a parlare con le nuove generazioni, quelle che con Renzi hanno rotto, votandogli contro. E’ tempo di ridare speranza ai ragazzi sfiduciati e ai cinquantenni disoccupati, di dare risposte concrete e realistiche a chi da tempo non ne ha più e le cerca nel populismo o si rifugia nell’astensione.

Il tempo è poco, ma non pochissimo: un anno. Se si lascia lavorare Gentiloni, se si portano in Parlamento idee di buon senso e le si approva, compresa una buona legge elettorale concordata con le opposizioni, se si mette in piedi un congresso vero, se le migliori energie del Pd si faranno avanti per vincerlo e restituire alla comunità del centrosinistra il senso della propria missione politica, se si ricomincerà a includere gli esclusi, se si riprenderà a produrre idee e non più solo slide, forse non tutto sarà perduto.

SERGIO #STAINOSERENO

L’Unità muore lentamente, malinconicamente, abbandonata invenduta sui marciapiedi vicino alle edicole, o davanti ai cancelli della Leopolda. Non c’è posto sul mercato, per un giornale che prima di aver perso i lettori ha perduto le idee, svuotato di ogni linfa da un Partito Democratico diventato una macchina da retweet. Non c’è posto per le critiche, dove le critiche non sono ammesse, non c’è posto per riflettere sulle vittorie e soprattutto sulle sconfitte, dove la riflessione è vista come un tradimento, dove chi propone un’analisi è un “gufo” e va pertanto zittito. Non c’è posto per l’Unità dei bei tempi, che non piacerebbe al partito, né per quella di oggi, che non interessa i lettori.

Il povero Sergio Staino, la sua storia, la sua dignità, bruciano nella fornace del renzismo, che non si è fatto scrupoli di usare il mobilio nobile della sinistra come combustibile di basso prezzo per alimentare il fuoco fatuo della propaganda. Le copie del giornale, esangue e scolorito da tempo, hanno vagato per mesi per i circoli del partito, alla ricerca disperata di lettori, ma hanno trovato i cancelli chiusi, le finestre sbarrate, la luce staccata, le bollette non pagate, i microfoni rotti. Le pagine che per quasi cento anni hanno parlato a un popolo non hanno più quel popolo, soppiantato dall’intolleranza neo futurista dei cultori dell’infallibilità renziana, che leggono poco, ma pretendono da chi scrive solo approvazione. Gente che recita ai microfoni dichiarazioni dettate tramite Whatsapp, che acclama il capo e delegittima il dissenziente, gente che non tollera la dialettica e quindi non produce idee.

I cancelli della Leopolda

Struggente per la sua ingenuità l’immagine del direttore Sergio Staino, bloccato lo scorso novembre agli ingressi della stazione Leopolda di Firenze, dove arrivò speranzoso con qualche centinaio di copie del giornale, mentre dentro il Capo parlava alle moltitudini. Fa tenerezza pensare a questa anziana bandiera critica della sinistra, voluta impropriamente direttore, che mette idealmente il fratino dello strillone, in un tentativo impossibile di incontrare i lettori, di aprire un dialogo, di fare banalmente “promozione”. E fa male pensare ai cancelli che si chiudono, ai ragazzi del servizio d’ordine leopoldino che non sanno neanche chi sia, Staino, agli “ordini superiori” che non consentono, alle copie del giornale che restano a inzupparsi nella pioggia, ancora legate e incellofanate. E si prova solidarietà per il direttore, grande vignettista del tempo che fu, che resta lì, a bagnarsi ancora un po’, frustrato e infreddolito, mentre il frastuono delle ovazioni arriva come un’eco lontana dall’interno della stazione.

Oggi Staino affonda dignitosamente con tutta la nave, mentre l’ultimo SOS a Renzi risuona nel vuoto. Le copie invendute vanno al macero, la redazione affronta l’ennesima crisi, si cercano altri soldi, altri imprenditori disposti a rimetterci per tenersi buono l’uomo più potente d’Italia. Il nodo di un giornale che doveva essere l’anima della sinistra viene al pettine di un Partito Democratico che ha perso l’anima. Se non c’è anima non ci sono idee, se non ci sono idee non c’è confronto, e se non c’è confronto non c’è un giornale.

Il racconto di Staino

Eppure i lettori ci sono, sono lì, fra il popolo della sinistra italiana, quello che si aggira smarrito in questi tempi strani, che non ha assorbito la scossa tellurica del renzismo e che si è spaccato in mille pezzi, fuori e dentro il Pd. Sono loro, i potenziali lettori, quelli che cercano le riflessioni di cui hanno bisogno su Repubblica, sul Manifesto, sul Fatto Quotidiano, persino sui blog, su Facebook, su Twitter. Non sull’Unità, che non intercetta il dibattito sul disastro dell’Italicum, sui licenziamenti di Almaviva, sulla batosta delle Amministrative, sul crollo degli iscritti, sulle forzature del Jobs Act, sull’Alitalia, sulla legge Madia.

E fallisce clamorosamente la partita del referendum costituzionale, che lascia dietro di sé macerie fumanti, rancori e voglia di rivalsa, ma non genera analisi né riflessioni fra le colonne vuote del glorioso quotidiano. L’Unità non è più il luogo dove discutere, dove disapprovare abbia la stessa dignità di approvare. Le domande su chi siamo e dove andiamo sono uscite da tempo dalle sue pagine, parcellizzandosi in mille luoghi. I lettori si sono allontanati ormai, sfiduciati, divisi, isolati, arrabbiati. Il loro giornale di un tempo resta lì, abbandonato sul marciapiede, davanti al cancello della Leopolda, battuto dal temporale.

MA PAOLO NON AVER PAURA…

Può capitare, in una finale, che una riserva semisconosciuta, entrata in campo quasi per caso a pochi minuti dalla fine, si trovi a dover tirare il rigore decisivo. E’ quello che è capitato a Paolo Gentiloni, mediano della politica, abituato a macinare chilometri nelle retrovie, a coprire le spalle di quelli più dotati di lui, a giocare in difesa, a sacrificarsi. Gentiloni è diventato da pochi giorni presidente del Consiglio dei Ministri per un accidente della storia che deve aver sorpreso prima di tutti lui stesso. Già, perché fino a due anni fa il neo premier non solo era una riserva, ma non era neppure fra i convocati, abbandonato al suo destino da Matteo Renzi dopo la brutale presa del potere del 2014 e ripescato solo per sostituire agli Esteri Federica Mogherini.

Paolo Gentiloni e Matteo Renzi

Eppure, “Paolo chi?” adesso è lì, con la maglia azzurra, davanti al dischetto, inopinatamente, incredibilmente, sorprendentemente al centro dell’attacco della Nazionale, dopo l’espulsione a furor di popolo del “top player” Matteo Renzi. Solo che ha un compito piuttosto inusuale: sbagliare il rigore. Il suo predecessore gli concede infatti solo un po’ di gloria sotto i riflettori mentre aggiusta il pallone, prende la rincorsa, fissa negli occhi il portiere avversario. Ma poi gli ordini sono precisi: tirare fuori, far perdere la Nazionale e consentire a Renzi di riprendersi il posto al centro dell’attacco.

Paolo lo sa che deve sbagliare. Infatti, ha già cominciato. Ha detto che il suo compito sarà “completare” il lavoro fatto da Renzi. Ha detto che non interverrà sulla riforma del lavoro (“Jobs Act”) con il rischio di andare violentemente a sbattere contro il referendum promosso dalla CGIL, o di suicidarsi proprio per impedire ai cittadini di esprimersi con quel referendum. Avvicinandosi al dischetto, il premier si è preoccupato di rassicurare il predecessore sulla sua “fedeltà”, si è sperticato in elogi nei suoi confronti, gli ha persino permesso di nominare due sentinelle come Boschi e Lotti nel governo. Non solo: non ha attribuito neppure un errore al premier uscente, non ha azzardato neppure una velata analisi di una sconfitta storica, che ha quasi spappolato il Partito Democratico.

Luca Lotti e Maria Elena Boschi

Ma forse non poteva fare altrimenti. Bisognava accompagnare Renzi all’uscita, senza ulteriori traumi, come raccomandava il presidente Mattarella. Adesso, però, è il momento di decidere cosa fare. L’Italia che Gentiloni ha ereditato è un Paese incattivito, risentito, messo in marcia verso un voto arrabbiato, che non potrà che portare al governo il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo. A spingerla verso il comico di Genova è stata la politica arrogante, divisiva e povera di risultati veri di Renzi. La politica che adesso Gentiloni ha il dovere di cambiare. Come diceva Enistein, solo un pazzo può pensare di ottenere risultati diversi facendo sempre le stesse cose. Solo un pazzo può pensare di “cambiare verso” all’ascesa di Grillo continuando a fare la politica di Renzi.

Gentiloni non può non saperlo. E non può non vedere la grande occasione che gli si è presentata in questo scorcio finale di partita. Se saprà farsi coraggio, ribellarsi ai diktat e comportarsi di conseguenza, l’Italia avrà ancora un anno per ritrovare lucidità e serenità e il Partito Democratico avrà l’occasione per ricostruire una parvenza di comunità politica, dopo le liti furiose che lo hanno attraversato in questi anni per colpa quasi esclusivamente di Renzi. Insieme, Gentiloni, il Pd e tutto il centrosinistra hanno l’occasione di ricostruire in questo anno un approdo per i milioni di italiani progressisti che non vogliono assolutamente votare per Grillo, ma che lo faranno se non avranno un’alternativa decente.

Qualche segnale, in questo senso, c’è. Gentiloni, per esempio, ha fatto benissimo a non mettere il governo al centro del processo di riforma elettorale. La nuova legge dovrà farla il Parlamento, com’è giusto che sia. E il Parlamento deciderà quanto questo governo deve durare, come il premier ha giustamente detto. Non solo: Gentiloni ha portato con la sua calma e ragionevolezza uno stile diverso al vertice del governo. Basta con il bullismo renziano, non se ne poteva davvero più. Molto meglio la riflessività, magari noiosa, senza applausi, ma concreta, di Gentiloni.

Se sia vera “discontinuità” lo vedremo nelle prossime settimane, quando si capirà di che pasta è fatto il nuovo premier. Lo si vedrà nei provvedimenti sul lavoro, nella revisione della scellerata politica dei voucher, nella gestione dell’articolo 18, nell’autorevolezza con la quale gestirà gli importantissimi appuntamenti di politica internazionale che attendono l’Italia.

Francesco de Gregori

Lo si vedrà dal coraggio dei provvedimenti a favore delle fasce più periferiche della società, a cui chiaramente non bastano le mancette elettorali della renzonomics. Lo si vedrà da quante volte risponderà alle telefonate da Pontassieve e quante a quelle dal Quirinale. Da tutto questo si capirà se la rincorsa di Gentiloni verso il dischetto lo porterà a sbagliare il rigore apposta, per paura della rabbia del capo. O a ribellarsi, fare un bel respiro, accelerare il passo e segnare il gol decisivo, quello della vittoria della Nazionale, proprio nei minuti di recupero.

Coraggio Paolo. In fondo, per parafrasare de Gregori, uno statista si vede dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia.

PD: PERDERE È UMANO, PERSEVERARE È RENZIANO

Auguri a Paolo Gentiloni, ne ha bisogno. Nelle condizioni date, la scelta del suo nome per la guida del nuovo governo va giudicata con cauto ottimismo. Dopo il disastro del referendum, era importante evitare la sconcertante capriola che si stava preparando e che avrebbe permesso al grande sconfitto, Matteo Renzi, di rimanere a palazzo Chigi fino alle elezioni anticipate (dimissionario, o con un bis che il Capo dello Stato avrebbe dovuto chiedergli in ginocchio). Il tentativo c’è stato, ma è andato a vuoto, grazie alla regia silenziosa, ma inflessibile, di un gigante delle istituzioni che risponde al nome di Sergio Mattarella. Il prossimo che penserà di mettersi in tasca questo presidente, silenzioso, ma per nulla ingenuo, è avvertito.

Gentiloni è renziano, molto renziano. Ma non è, a differenza di altri, un miracolato del renzismo. C’era prima, ci sarà dopo. E’ un “burattino”, come lo descrivono le opposizioni? Certamente chi nella notte fra sabato e domenica ha suggerito il suo nome a Mattarella lo considera un prestanome, destinato secondo i piani renziani a tenere calda la sedia di palazzo Chigi in attesa di un improbabile ritorno. Ma non è detto che sia così.

Edoardo Bennato – Burattino Senza Fili – 1977

Gentiloni potrebbe rivelarsi, per dirla con Edoardo Bennato, un “burattino senza fili”, capace di muoversi in autonomia e rispondere solo ai suoi veri datori di lavoro: il popolo italiano, il Parlamento e il presidente della Repubblica.

Le premesse ci sono. L’uomo ha senso dello Stato, è saggio, leale, è un grande tessitore di rapporti, anche internazionali, non è per nulla incline alla rissa, al contrario del premier uscente. Si spera che il suo passaggio, non necessariamente breve, per palazzo Chigi regali al Paese la tregua necessaria per riprendere fiato, dopo un anno ininterrotto di campagne elettorali. E si spera che il Pd e i suoi derivati ne approfittino per rigenerarsi, dopo la devastante avventura renziana.

Il tempo è pochissimo e probabilmente insufficiente. Ma vale la pena tentare. La premessa necessaria è che chi ha lacerato il partito in questi anni stia almeno temporaneamente fuori dai giochi. Per ora, non sembra sia così. Malgrado sia tornato a Pontassieve, infatti, Renzi non appare intenzionato a farsi da parte. Anzi: sembra essersi intestardito nella ricerca di un’ennesima, sanguinosa resa dei conti. Prima di lasciare Roma, il segretario ha umiliato la Direzione del partito soffocando qualsiasi discussione e ha fatto partire la macchina del congresso anticipato, dove intende ricandidarsi per la segreteria e poi ripresentarsi come candidato premier alle elezioni.

Renzi, sconfitto, parla alla Direzione, per poi abbandonarla senza discussione

E’ auspicabile che chi crede ancora nel centrosinistra italiano si ribelli a questa logica autodistruttiva. Le ripetute clamorose sconfitte (elezioni amministrative, referendum) alle quali Renzi ha portato un partito già esangue non possono più restare senza conseguenze. Il conto salatissimo degli errori strategici, tattici, di linea politica che hanno diviso non solo i vertici, ma tutto il popolo di centrosinistra, deve a questo punto essere presentato a chi deve pagarlo.

Se Renzi non vuole dimettersi da segretario, bisogna che sia il resto del partito ad accompagnarlo alla porta, raccogliendo la sfida del congresso, proponendo un’alternativa accettabile e restituendo alla comunità di centrosinistra l’identità perduta. Bisogna che il Pd ritrovi il suo ruolo di rappresentanza delle fasce sociali più emarginate, ignorate e dimenticate, il suo orgoglio riformista e inclusivo, la sua democrazia interna. Poi toccherà al popolo, con le primarie, decretare la fine di questa devastante parentesi, infliggendo a Renzi l’ennesima e speriamo definitiva sconfitta. Forse è tardi, ma si può almeno tentare di evitare di consegnare l’Italia a Grillo, come Renzi stava facendo in modo inesorabile, e come dimostrano Roma e Torino.

Perseverare nella chimera del renzismo, da parte del Pd, sarebbe imperdonabile. Continuare a inseguire la retorica vuota e verticistica, che ha snaturato la casa del centrosinistra, trasformandola in una specie di caserma, sarebbe suicida. Renzi è passato, Renzi è il passato. E’ arrivato il momento per il popolo di centrosinistra di ritrovarsi, di guardarsi negli occhi, di abbracciarsi forte. Chi ha votato Sì e chi ha votato No. E’ tempo di consegnare le armi della guerra civile appena conclusa e ricostruire sulle macerie, insieme, con fiducia, senza paura. L’alternativa è seguire Renzi nel baratro.

QUALCUNO DICA A RENZI CHE HA PERSO

Dunque, dopo essere usciti stremati da un anno di campagne elettorali, ora rischiamo di vedercene subito inflitta un’altra. La preoccupante prospettiva emerge a sorpresa al’indomani della bruciante sconfitta di Matteo Renzi al referendum sulla riforma costituzionale. Le cronache dicono infatti che Renzi, nonostante i toni drammatici dell’altra notte (“me ne vado senza rimorsi”, “la poltrona che salta è la mia”) non abbia nessuna intenzione di lasciare palazzo Chigi e che, pur di tentare un’improbabile rivincita, o di far morire Bersani con tutti i filistei, sia deciso a riportare a stretto giro l’Italia alle urne. Nessun nuovo governo, dunque, nessun passaggio del campanello: a palazzo Chigi resterebbe lui, con un governo dimissionario. In compenso, salterebbero le Camere, sotto Natale, con elezioni a febbraio. Neppure il tempo di riprendere fiato.

Renzi nella notte della sconfitta
Renzi nella notte della sconfitta

Se davvero è questa l’idea che si fa strada nella testa del premier, sarebbe il caso che qualcuno lo inducesse con garbo a pensarci bene.  Qualcuno dovrebbe spiegargli che domenica 4 dicembre ha perso, e ha perso di brutto. Qualcuno dovrebbe rammentargli che aveva già perso in giugno, alle elezioni amministrative, e anche lì aveva perso di brutto. Qualcuno dovrebbe gentilmente ricordargli che siamo in campagna elettorale dall’inizio dell’anno, con le primarie Pd per i sindaci, e poi le Trivelle, e poi due turni di Amministrative, e poi il referendum. Undici mesi di campagna allungati oltre misura perché lui ha voluto imporre al Paese la data più lontana possibile, il 4 dicembre, per tentare di vincere un referendum che non poteva che perdere e che si poteva tranquillamente fare in ottobre.

Ora basta. Queste campagne hanno sfiancato gli elettori, li hanno messi uno contro l’altro, hanno avvelenato il clima e i rapporti, anche personali.  E soprattutto: hanno paralizzato l’Italia. Tutto fermo, tutto bloccato in attesa del risultato. Non se ne può più di questo gioco al massacro sulla pelle del Paese, di questo film “Renzi contro tutti”, che somiglia sempre di più ad un suicidio collettivo di una setta.

Qualcuno glielo dica, perché, se davvero pensa di poter tentare una rivincita a febbraio, è chiaro che Renzi ha smarrito il contatto con il Paese che governa, non si capacita della sconfitta, non la vuole ammettere, è pienamente nella fase della negazione. Qualcuno gli dica che quando si perde ripetutamente, poi si sta fermi un turno.

Il dramma è che neppure quelli intorno a lui sembrano in grado di aiutarlo e insistono a dargli consigli sbagliati. Basta leggere quello che twitta Luca Lotti, braccio destro del premier, che dopo la sconfitta vorrebbe intestare a Renzi il 40% preso dal Sì, quando sa benissimo che si tratta di una semplificazione ridicola e contraria alla logica. Come se Cameron, dopo aver perso sulla Brexit, avesse sostenuto di avere il 48%.

Il tweet di Luca Lotti
Il tweet di Luca Lotti

Se Renzi non accetterà di farsi da parte e di dar tregua al Paese, almeno per un anno, permettendo alla Legislatura di proseguire, torneremo al clima avvelenato dei giorni scorsi, alle accuse reciproche, alle divisioni fra buoni e cattivi, all’occupazione ossessiva e sistematica di programmi televisivi per ripetere quanto è buono e quanto è bravo questo governo, alle piazze precettate. Un incubo. Un tormento che il Paese non può reggere senza rischiare il collasso.

Si dirà: ma se il Pd accetta di fare un governo per un anno, poi vince Grillo. Ma si dimentica che Grillo vincerebbe anche a febbraio e che comunque il campione mondiale nella disciplina di regalare a Grillo amministrazioni a maggioranza Pd è proprio Matteo Renzi. Si guardi alle ultime Amministrative, in particolare a cosa fece a Roma, dove costrinse 19 consiglieri comunali a dimettersi in blocco, illudendosi di far eleggere sindaco il fedelissimo Giachetti. Un disastro, che fece perdere al Pd sindaco, giunta e municipi e spalancò le porte della Capitale alla Raggi.

Oggi Renzi sta chiedendo sostanzialmente ai deputati e ai senatori del suo Partito di fare come quei 19 consiglieri romani del Pd. Siamo sicuri che sia il caso? Non sarebbe meglio approfittare di questo anno di Legislatura per rimettere insieme i cocci frantumati del centrosinistra e ritrovare l’unità perduta? Non sarebbe meglio se Renzi, che ha diviso così profondamente il Pd e lo ha portato a così tante sconfitte, facesseun passo indietro e tornasse a dare una mano nelle secone file? Certo, la partita con Grillo è messa male, forse è troppo tardi per recuperare da qui al 2018, ma non varrebbe la pena tentare di ritrovarsi, invece di dividersi ancora e affidare tutto, ancora una volta, a quello che doveva vincere sempre e che invece sempre perde?

Tutto si deciderà in questi giorni. I luoghi-chiave dello psicodramma renziano sono tre: il Quirinale, il Parlamento e il quartier generale del Partito Democratico. Alla presidenza della Repubblica siede forse l’unica persona davvero saggia che abbiamo nelle Istituzioni: Sergio Mattarella. Non abbiamo motivo di dubitare della sua saggezza e del suo equilibrio, ma dovrà faticare non poco a far ragionare gli animi esagitati di chi ha vinto e soprattutto quelli di chi ha perso.

Renzi e Mattarella
Renzi e Mattarella

In Parlamento ci sono i gruppi di deputati e senatori. A loro spetta individuare una maggioranza che consenta il varo di un governo che permetta all’Italia di attraversare il 2017 senza gettarsi in una nuova devastante campagna elettorale.

E poi c’è il Partito Democratico, la cassaforte di voti e di parlamentari che consente a Renzi, nonostante le tante disfatte, di continuare a dare le carte. E’ lì che si capirà se il segretario tiene ancora in pugno le sue truppe, se gode ancora dell’appoggio bulgaro che finora ha approvato ogni sua mossa, anche se in gran parte quelle mosse si sono rivelate fallimentari.

Per il Partito che doveva essere la casa del riformismo italiano e che è stato trasformato in questi anni in un guscio vuoto al servizio del leader è arrivato il momento della verità, di decidere se ritrovare se stesso, la propria identità, le proprie ragioni, la propria responsabilità, o accettare la logica della setta, che si suicida in massa perché il capo non vuole arrendersi alla realtà.

ORA E SEMPRE: ACCOZZAGLIA

No, non mi ha offeso né sorpreso il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, quando ha definito lo schieramento contrario alla sua riforma costituzionale “un’accozzaglia”. Certo, il termine è spregiativo, la sua è una piccola provocazione dettata dal nervosismo, ma non tale da provocare in me una reazione emotiva degna di nota. L’uomo ha evidentemente perso lucidità, oltre ad aver perso forse il contatto con il Paese che governa. E il suo è certamente un esempio di cattiva educazione, ma è difficile, dopo mille giorni di questo governo, trovare la forza per sorprendersene.

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A me fra l’altro va benissimo ritrovarmi dentro un’”accozzaglia”. Significa che siamo in tanti, che andiamo oltre le differenze politiche contingenti e che abbiamo tutti a cuore l’interesse generale nel rispetto della diversità di idee. Si chiama “spirito costituente”, quello che a Renzi e alla sua Boschi è del tutto mancato in questi anni.  A pensarci bene, un’”accozzaglia”, come la chiama lui, era proprio ciò che sarebbe servito a Renzi per cambiare magari con fatica, ma senza traumi la Costituzione. Il premier ha invece voluto fare tutto da solo. Si è autoproclamato “nuovo”, bollando come “vecchio” tutto ciò che non diventava immediatamente renziano. Ha escluso potenziali alleati, ne ha persi altri per strada. Ha identificato se stesso con il Bene del Paese e tutti gli altri con il Male, ha diviso l’Italia in buoni e cattivi, riformisti e conservatori, e sta cercando ora la consacrazione di questa sua personalissima visione attraverso l’approvazione della sua indigesta riforma costituzionale.

Ma la richiesta lascia più di una perplessità. Al di là delle personalizzazioni e dei personalismi, che non mi interessano, è il merito che preoccupa. Renzi non sembra infatti voler vedere che il mondo è cambiato. Non sembra accorgersi del vento populista che soffia non solo sull’Italia, ma su tutta l’Europa e persino sugli Stati Uniti. Non sembra aver capito che in una fase di grande incertezza come l’attuale un Paese deve attrezzarsi per proteggere le Istituzioni dai possibili eccessi di chi sarà chiamato a governare e non indebolirle, disegnando un sistema per l’uomo solo al comando. Non sembra essersi accorto, Renzi, che con la riforma che egli cerca oggi di farci accettare e con la legge elettorale che ha fatto approvare dal Parlamento a colpi di fiducia si priverebbero le Istituzioni repubblicane di alcune difese immunitarie indispensabili e le si esporrebbe ad attacchi forse esiziali.

Ua manifestazione in difesa della Costituzione
Ua manifestazione in difesa della Costituzione

E’ quindi molto importante che al tentativo renziano di snaturare gli equilibri costituzionali si stia opponendo uno schieramento di forze così eterogenee (leggi: “accozzaglia”) perché dimostra che in un Paese così diviso c’è ancora qualcosa che ci lega tutti, o quasi. Lo avrebbe detto Roberto Benigni qualche anno fa (ora ha cambiato idea) ma quel qualcosa è proprio la nostra Costituzione, quella che chiamiamo giustamente “Costituzione Repubblicana”, perché ha disegnato la nostra Repubblica dopo il trauma del fascismo, l’orrore della guerra e l’uscita di scena del Duce e del Monarca. E’ la Costiuzione che, con i suoi difetti, ci ha permesso di tenere a bada i rigurgiti del fascismo, di sconfiggere i terrorismi di destra e di sinistra, di sopravvivere alla guerra fredda, di resistere allo stragismo mafioso, di fronteggiare le crisi economiche e sociali, di superare Tangentopoli, di limitare gli effetti più deteriori dell’epoca berlusconiana.

E’ una Costituzione che siamo ovviamente disposti a correggere e ad ammodernare. Ma quando ci si propongono modifiche così vaste e radicali, che indeboliscono la fondamenta costituzionali in nome di una governabilità che già c’è (basta guardare al numero di provvedimenti fatti approvare da Renzi stesso), che mescolano cose anche giuste, come l’abolizione del CNEL, a cose sbagliatissime, come il nuovo Senato, o confuse, come il nuovo processo legislativo, è fisiologico che una vasta area dell’elettorato si fermi a riflettere e si ponga il problema dell’opportunità di far passare tutto questo con un semplice “Sì”.

E’ quindi molto deludente sentire un presidente del Consiglio che, in preda alla frustrazione perché il popolo non sembra disposto a seguirlo ciecamente in massa, comincia ad insolentire lo schieramento che gli si oppone definendolo “accozzaglia” solo perché composto di storie, tradizioni, idee politiche diverse. Perché “accozzaglia” possono anche essere tutte le automobili che ti vengono incontro se imbocchi l’autostrada per il verso sbagliato, ma la colpa è tua se vai contromano.

Un gruppo di partigiani nel 1944
Un gruppo di partigiani nel 1944

E poi, si perdoni il paragone, ma erano forse accozzaglia le forze della Resistenza Partigiana e dei Comitati di Liberazione Nazionale, che univano fra gli altri i garibaldini, i militari, il Partito d’Azione, i socialisti, i repubblicani e il partito popolare? Può darsi, ma fecero cose importanti, unendo le forze di un Paese distrutto, permettendogli di uscire da un incubo e di riconoscersi, tutti o quasi, in una Carta comune. Furono, in fondo, capaci di dire un “No” importante, allora, e poi di costruire qualcosa di nuovo, e di migliore, per poi tornare a contrapporsi, com’è giusto e naturale. Non so se fossero un’accozzaglia o se fossero semplicemente persone molto diverse, italiani uniti dall’amore per il proprio Paese e determinati a darsi delle regole comuni senza imporle gli uni agli altri. Non lo so se “accozzaglia” sia la definizione giusta. E non so se noi, oggi, sapremo essere all’altezza della loro memoria. Ma mi riconosco nel loro esempio, ogni giorno. Ora e sempre.

RENZI IN TV: LA DOLOROSA SCULACCIATA DI DE MITA

Confesso, mi sono sbagliato, avevo sottovalutato De Mita. Il vecchio leone democristiano sembrava destinato a fare da scenografia, l’altra sera, all’ennesimo spot televisivo di Matteo Renzi a favore del Sì. Nei piani dei guru della comunicazione renziana, il suo ruolo doveva essere quello della macchietta, del vecchietto balbettante e incomprensibile dello zombie che torna dal cimitero delle vecchie glorie, ricacciato indietro dal nuovo che avanza. E invece venerdì sera De Mita ha dato a tutti, compreso me, una lezione memorabile.

Il confronto andato in scena da Enrico Mentana è stato forse la cosa migliore vista in questa estenuante campagna referendaria. E il merito è del vecchio premier, che ha stracciato il copione, è uscito dalla parte ed è riuscito a dire a Renzi con parole durissime ed efficacissime ciò che molti nel fronte del No probabilmente pensano, ma che non sono ancora riusciti a dirgli in faccia, un po’ perché Renzi di solito fa monologhi, un po’ forse per mancanza dei riflessi che De Mita ha dimostrato di avere.

Clicca qui per rivedere il confronto

Di fronte a De Mita, Renzi mi è sembrato forse per la prima volta da quando è apparso sulla scena nazionale in evidente difficoltà culturale. E’ sembrato non avere i mezzi per competere ed ha tradito nervosisimo, rimanendo più volte spiazzato quando il vecchio leader rispondeva colpo su colpo alle sue insinuazioni e sminuzzava i suoi slogan.

Il premier non è riuscito a recitare il ruolo del giovane riformatore che si è dato. E’ sembrato piuttosto un bambino capriccioso, di quelli che si permettono di provocare gli adulti. Mentre De Mita è apparso come un padre severo, che riprende con durezza il giovane discolo e lo sculaccia, mettendolo in imbarazzo davanti a tutti.

Tra il quarantunenne e l’ottantottenne, incredibilmente, è risultato più interessante, più spontaneo, più credibile l’ottantottenne. De Mita cercava ogni parola, costruiva ragionamenti, sviluppava pensieri, agitando le lunghe dita affusolate davanti a sé, quasi a cercare di intercettare gli snodi della storia che raccontava. Renzi ripeteva frasi evidentemente preparate e provate decine di volte con i suoi spin doctor. Il risultato, a mio avviso e con mia sorpresa, è stato quasi imbarazzante per la nuova generazione, con il vecchio leader padrone assoluto della scena e il giovane premier che, quando interveniva, suonava fastidioso come un’interruzione pubblicitaria già sentita decine di volte.

La rasoiate di De Mita sul merito della riforma erano talmente ben assestate e dolorose, che Renzi per contrattaccare ha fatto anche ricorso ad allusioni personali ben oltre l’insolenza. Memorabile un confronto, dove Renzi rinfaccia a De Mita la lunga permanenza in Parlamento, ponendo se stesso come esempio di chi resterà in politica solo pochi anni. Sferzante la risposta di De Mita: “Se la politica è mestiere dura pochi anni, se è pensiero, dura tutta la vita”. Bellissimo. Violenta la reazione di Renzi: “L’idea che sia pensiero la politica tua che cambi partito quando ti levano un seggio…”. Indignato De Mita: “Questo è falso! Questa è una volgarità che non mi aspettavo, soprattutto se detta da chi in politica le ha inventate tutte”. E poi: “Tu non hai il diritto di parlare di moralità in politica. Tu hai una gestione autoritaria. Hai fatto un partito dove parli da solo e io che ascolto le tue relazioni in direzione credo che andrebbero pubblicate per vedere la politica a cosa si è ridotta”.

Insomma: uno scontro fra generazioni, come voleva Renzi, che però non è andato come Renzi probabilmente si aspettava. Il premier credeva di fare di De Mita un sol boccone, mentre il vecchio leader si è dimostrato un osso duro e Renzi si è rotto i denti. De Mita ha dato a tutti noi una lezione, l’altra sera: si può parlare con competenza di futuro anche a ottantotto anni. E lo si può fare ovviamente anche a quarantuno. Ma il futuro non può essere solo uno slogan, e, se se ne parla ignorando, travisando sbrigativamente o mistificando cosa c’è stato prima, si rischia di essere poco credibili.