Archivi tag: raggi

ROMA: GENTILONI TENDA LA MANO ALLA RAGGI

Forse per la prima volta da quando fu eletta, appena sei mesi fa, Virginia Raggi l’altro giorno è riuscita senza volerlo a rappresentare fedelmente lo stato in cui versa la città di cui è sindaca. Sola, in un salone del Quirinale, magra e depressa, circondata da un vuoto di diffidenza e antipatia, mentre intorno i potenti d’Italia le davano le spalle, confabulavano, ridevano fra loro, ignorandola platealmente. Un messaggio chiarissimo.

Vedere quelle immagini non può che provocare una pena profonda e un profondo allarme. Non per la Raggi, che sconta il suo rifiuto di cercare un dialogo con le Istituzioni, ma per Roma. Roma è sola, come la Raggi in quel salone. Ma Roma da sola non ce la può fare. Non ce la farebbe neppure se avesse come sindaco Anne Hidalgo, o Rudolph Giuliani, o Luigi Petroselli. E non ha nessuno di questi tre. Roma è in piena agonia, le sue condizioni sono sempre più preoccupanti. Il fallimento è alle porte e continuare a chiudersi in se stessi e a prendersela con le amministrazioni precedenti, come fanno i grillini, non serve. Né serve continuare a irridere l’amministrazione attuale, come fanno quelli delle amministrazioni precedenti. Tutto questo è semplicemente infantile, stupido, immaturo e soprattutto inutile.

La situazione è drammatica. L’assessore Paolo Berdini, responsabile dell’urbanistica, ha detto in TV che senza l’intervento del governo, la Giunta sarà costretta a chiudere in marzo le due principali linee della metropolitana, la A e la B, che sono ormai fuori norma per carenza di manutenzione. E’ chiaro che questo non può accadere, sarebbe la paralisi della città. Servono circa cinque miliardi, per questa e altre emergenze, dice Berdini. E quei soldi nelle casse di Roma non ci sono. Eppure, non risulta che il governo abbia fatto commenti a queste affermazioni.

L’assessore all’Urbanistica della Giunta Raggi, Paolo Berdini (ansa)

Intanto, il Bilancio comunale è in alto mare, bocciato dall’organo tecnico di controllo, con il rischio, che è ormai una certezza, di cominciare l’anno  al buio. L’AMA, che si occupa di rifiuti e ambiente, ha visto la caduta per mano giudiziaria dell’assessore Paola Muraro, oltre a ricambi continui di vertici, con il conseguente susseguirsi di strategie-tampone. Tutto questo non potrà che portare presto ad una nuova emergenza rifiuti, mentre le buste maleodoranti già traboccano minacciose dai cassonetti e il Natale promette nuove tonnellate di mondezza da smaltire.

Cassonetti pieni a Roma

L’Atac, oltre agli interventi per la metro, ha bisogno di rimettere in strada centinaia di autobus rotti per i quali mancano pezzi di ricambio, mentre cittadini e turisti aspettano a lungo alle fermate e prendono d’assalto i pochi autobus in circolazione. Intanto, gli sponsor fuggono e la città deve subire l’umiliazione della cancellazione del concerto di Capodanno, mentre la Procura approfitta della debolezza della politica per fare il bello e il cattivo tempo, decidendo lei chi deve restare e chi deve dimettersi.

Tutto questo è inaccettabile. Roma si avvita in una spirale sempre più cupa, e l’atteggiamento prevalente delle forze politiche sembra quello di quel tizio della barzelletta, che siede davanti ai binari per gustarsi lo spettacolo dello scontro fra due treni.

Seduto in prima fila davanti ai binari sembra essere anche Paolo Gentiloni, il presidente del Consiglio, uno che conosce benissimo la città e la sua macchina amministrativa. Uno che non può non rendersi conto della gravità della situazione. Fu assessore con Rutelli e cercò persino, senza successo, di candidarsi a sindaco nel 2013. Ora che le imprevedibili curve della politica lo hanno portato a palazzo Chigi, ora che ha messo la firma su un assegno da venti miliardi (quasi il doppio del debito di Roma) per salvare il Monte dei Paschi e le altre banche a rischio, per il premier è arrivato il tempo di alzarsi e tornare a occuparsi della sua città.

Gentiloni quando era assessore a Roma

Gentiloni non deleghi un sottosegretario, si esponga in prima persona. Chiami la Raggi, si formi un tavolo per Roma a palazzo Chigi e si cominci a lavorare subito, anche sotto le feste. Si metta da parte l’atteggiamento sprezzante dell’allora sottosegretario De Vincenti, che pochi mesi fa offese pubblicamente la Raggi, vendicandosi per il rifiuto della sindaca, per molti versi sacrosanto, di candidare Roma alle Olimpiadi.

Ognuno faccia la propria parte, evitando di cianciare di “commissariamento” e altre idiozie, si dia finalmente l’esempio di una sana collaborazione fra Istituzioni. Si individuino insieme le strategie per uscire dalle sabbie mobili della crisi infinita della capitale, il governo metta a disposizione risorse straordinarie, con un piano di breve e uno di lungo periodo, con un nuovo realistico piano di rientro e con controlli rigorosi.

E’ urgente che tutti capiscano la posta in gioco, che tutti cambino subito atteggiamento e mostrino finalmente senso di responsabilità. A cominciare dalla sindaca, che deve uscire dalla sua insopportabile presunzione, dal suo splendido isolamento, dal suo irritante rifiuto di ammettere le difficoltà. Per proseguire con le varie fazioni in guerra dei grillini romani, che la devono smettere di beccarsi come prime donne inacidite e devono cominciare a lavorare per il bene comune. Si rendano conto, i grillini, della responsabilità immensa che hanno avuto dal voto dei romani di giugno.

Quanto al governo: esca dal proprio ingiustificabile attendismo, che tradisce un incoffessabile desiderio che Roma fallisca così da poterne trarre un vantaggio politico. Montepaschi è importante, ed è giusto salvare i risparmiatori; battere i grillini può essere un obiettivo politico di rilievo ed è giusto perseguirlo. Ma c’è anche Roma. Roma è la capitale d’Italia, è un tesoro immenso che stiamo dilapidando. Il suo valore politico, culturale, storico, economico, sociale è semplicemente incalcolabile. Roma c’era prima di noi e ci sarà quando noi non ci saremo più: abbiamo tutti il dovere di occuparcene. Roma è di tutti, è dei nostri figli, è di quelli che verranno dopo. Roma, la grande, bellissima, struggente Roma, quella che de Gregori dipinge efficacemente come “una cagna in mezzo ai maiali” non merita di fare da scenografia ad una guerra fra irresponsabili.

IL NO ALLE OLIMPIADI E LE LACRIME DI COCCODRILLO DEL PD

Fanno davvero pena le grida disperate degli esponenti del Partito Democratico, romano e non, affranti per la decisione del sindaco di Roma, Virginia Raggi di bloccare la candidatura della capitale alle Olimpiadi del 2024. E fanno rabbia, perché una simile faccia tosta si era vista raramente nella nostra pur degenerata vita pubblica. Gridare allo scandalo perché un sindaco prende una decisione in perfetta coerenza con il voto dei romani che l’hanno eletta è già di per sé un atto di evidente malafede. Ma aggiungere che quell’atto è un danno per i romani, senza prendersi alcuna responsabilità del presunto “danno” è veramente sconcertante.

Ricordo ai vari Orfini, De Biase, Bonaccorsi, Esposito,  Morani ed altri che il Pd il sindaco di Roma ce l’aveva e che, seppure con alcuni opportuni paletti, quel sindaco il suo assenso alla candidatura di Roma alle Olimpiadi 2024 lo aveva dato. Ricordo a questi smemorati che se adesso in Campidoglio siede una persona che le Olimpiadi non le ha mai volute, con una maggioranza dichiaratamente contraria alle Olimpiadi, è perché proprio a quella persona, con decisioni ben oltre l’idiozia, il Pd ha consegnato la città.

Finché questi personaggi, compreso il loro capo che siede a Palazzo Chigi, non ammetteranno il grave errore e il grave abuso compiuti interrompendo la sindacatura di Ignazio Marino dal notaio e regalando la città a Grillo, non avranno alcun diritto morale di lamentarsi.

 

BALLOTTAGGI: PERCHÉ NON È “SOLO UN VOTO LOCALE”

“E’ solo un voto locale”, minimizza Matteo Renzi alla sua intervistatrice di fiducia sul Corriere della Sera. Ma è chiaro che non lo pensa nemmeno lui. La partita che si è aperta una settimana fa, con il primo turno delle Amministrative e che si concluderà fra una settimana con i ballottaggi è con ogni evidenza uno snodo essenziale nella strategia di affermazione nazionale del premier, che ancora soffre del fatto di non essere mai stato eletto, se non nell’area fiorentina, e che, prima o poi, dovrà inevitabilmente misurarsi e legittimarsi politicamente con un’elezione politica nazionale.

L'intervista di Renzi al Corriere della Sera
L’intervista di Renzi al Corriere della Sera

Nel suo progetto, Renzi ha bisogno delle grandi città. Nella visione renziana, conquistare Roma, Torino, Milano, Bologna e, com’era nelle intenzioni, Napoli, non significa solo far vincere il candidato del Pd, ma plasmare quelle città a sua immagine e somiglianza, perché diventino dei serbatoi di propaganda e di consenso. I sindaci in chiave renziana delle città più importanti devono trasformarsi sempre più in “amministratori delegati” del governo, in cinghie di trasmissione che consentano a Palazzo Chigi di pianificare e gestire direttamente i finanziamenti e gli interventi e di trasformarli in voti per il premier.

Il primo turno a Napoli
Il primo turno a Napoli

Illuminante, in quest’ottica, è la battaglia di Napoli, che si è appena conclusa in un vero bagno di sangue per il progetto renziano, con la candidata del Pd Valeria Valente sconfitta brutalmente al primo turno. La disfatta della Valente non nasce dal nulla ed è figlia di una lunga battaglia fra lo stesso premier, Renzi, ed il sindaco in carica, Luigi De Magistris. Al centro dello scontro c’è l’ex area industriale di Bagnoli, che attende la bonifica, il risanamento e la risistemazione. Portare a termine l’intervento, fortemente atteso dai cittadini, sarebbe un colpo elettorale gigantesco, un’enorme produzione di consenso. Ma per chi?

Renzi in pizzeria con Valeria Valente
Renzi in pizzeria con Valeria Valente

Renzi sembra volere quel consenso per sé, infatti ha dapprima commissariato Bagnoli estromettendo De Magistris da ogni decisione e poi ha tentato di sostituire lo stesso sindaco con la fidata Valeria Valente.  Ma non ha funzionato. Il sindaco in carica si è battuto con forza e ha sconfitto il Pd, dimostrato di saper ottenere un largo consenso popolare. Alla sconfitta della Valente, Renzi ha reagito con rabbia, minacciando il commissariamento del partito nel capoluogo campano, ma il problema potrebbe essere più nazionale che locale. Al secondo turno, per la seconda volta, De Magistris se la vedrà con il candidatto del centrodestra, Gianni Lettieri.

Luigi De Magistris
Luigi De Magistris

Sconfitto a Napoli, il progetto del Pd renziano è però ancora in corsa in altre grandi città, fra cui Roma, Milano e Torino, elettoralmente fra le città più importanti d’Italia, oltre a Bologna, che è però come vedremo è un caso a parte. Con intensità diversa, in tutte queste città al primo turno abbiamo assistito ad una ostinata resistenza degli elettori contro l’avanzata renziana. Un risultato che potrebbe essere confermato o meno al ballottaggio, ma che merita un’analisi approfondita e soluzioni che vadano oltre il semplicistico “lanciafiamme” annunciato da Renzi subito dopo il voto. Vediamo.

Il primo turno a Roma
Il primo turno a Roma

A Roma è in palio il boccone più ghiotto. Nella capitale, Renzi ha preteso e ottenuto le elezioni anticipate, obbligando i consiglieri del Pd a dimettersi e facendo così cadere il sindaco in carica, Ignazio Marino , al termine di una lunga campagna di logoramento stile “stai sereno”. La mossa renziana ha creato allarme e indignazione in molti romani, ma il Pd, affidato a Roma al plenipotenziario Matteo Orfini, sembrava sicuro di non pagare dazio e di sostituire facilmente Marino con il fedelissimo di Renzi, Roberto Giachetti.

GiachettiRenzi
Matteo Renzi con Roberto Giachetti

Al primo turno, però, i romani hanno preferito dare fiducia alla grillina Virginia Raggi, scelta rischiosa, ma sempre meglio di lasciar abbeverare la cavalleria fiorentina alla fontana del Campidoglio.

Se la scelta dei romani si confermerà al ballottaggio, sarà un boccone molto amaro per Renzi, perché a Roma si è esposto molto e perché la città è una casella fondamentale nel suo Risiko verso il successo nazionale. La capitale è infatti candidata ad ospitare le Olimpiadi del 2024, un compito che, una volta assegnato, significherebbe l’avvio immediato di grandi opere, grandi affari, moltissimi soldi e quindi molto potere, molto consenso e potenzialmente molti voti. Non a caso, dopo il primo turno, Renzi ha avvertito: “Se perde Giachetti, niente Olimpiadi”. Che le farebbe a fare?

Matteo Renzi con Giuseppe Sala
Matteo Renzi con Giuseppe Sala

A Milano, Renzi sta provando a mettere sulla poltrona di sindaco il suo fidatissimo Giuseppe Sala, che di mestiere faceva proprio il commissario di governo a Expo, quindi perfetto per il ruolo che il premier immagina per lui. Ma neanche nella capitale morale i cittadini sembrano entusiasti all’idea di avere un sindaco dimezzato.

Il primo turno a Milano
Il primo turno a Milano

Oltretutto, dall’altra parte si è fatto spazio un candidato eccellente come Stefano Parisi, che ha il solo handicap di essere sostenuto da personaggi ormai poco spendibili del vecchio centrodestra. Parisi ha comunque dato prova di leadership, scaltrezza e autonomia. Dopo il primo turno, Sala è in leggero vantaggio, ma appare a corto di fiato, mentre Parisi sembra avere il vento in poppa ed essere pronto al sorpasso. Vedremo.

A Torino, il renzismo è rappresentato da Piero Fassino, che nasce politicamente ben prima di Renzi, ma che è diventato col tempo un renziano di ferro. Il problema numero uno di Fassino è che si è trovato di fronte forse la candidata migliore di questa tornata elettorale: Chiara Appendino.

Chiara Appendino
Chiara Appendino

La giovane aspirante sindaco del Movimento 5 Stelle è giovane, preparata, determinatissima. Per il sindaco in carica, che è comunque in vantaggio di circa 11 punti al primo turno, rischia di essere un osso molto duro.

Il primo turno a Torino
Il primo turno a Torino

Altro problema per Fassino è che di fronte all’Appendino, giovane e dinamica, sembra un pezzo di antiquariato. Resta il favorito, ma non sarà facile.

Virginio Merola, candidato Pd a Bologna
Virginio Merola, candidato Pd a Bologna

A Bologna, la situazione è leggermente diversa. Lì Renzi non ha un suo fedelissimo come candidato. Per il Pd corre infatti Virginio Merola, che per differenziarsi da Renzi ha persino firmato il referendum della CGIL contro il Jobs Act.

Il primo turno a Bologna
Il primo turno a Bologna

Merola ha di fronte al secondo turno un’avversaria non fortissima: Lucia Borgonzoni, del centrodestra, che comunque può beneficiare del sentimento “anti-Renzi” che sembra particolarmente diffuso in questa fase un po’ in tutte le grandi città. Partita aperta, con Merola favorito, ma Renzi non appare molto coinvolto in nessun caso.

Queste sono le partite fondamentali. Come si vede, il quadro per la campagna di conquista delle grandi città da parte del Pd renziano è tutt’altro che roseo. Questo complica le cose per Renzi, che aveva sperato di potersi presentare al referendum costituzionale di ottobre, la madre di tutte le battaglie, con molte delle grandi città sotto il suo diretto controllo, per poi vincere e lanciarsi verso la consacrazione elettorale con l’Italicum.

La gioiosa macchina da guerra renziana il 5 giugno ha scricchiolato rumorosamente e ora sembra inceppata. Domenica 19 si capirà se basterà solo un po’ di lubrificante per rimetterla in moto o se gli scricchiolii, a lungo ignorati, erano il sintomo di un malfunzionamento ben più diffuso e il presagio di un crollo. La posta in gioco, come si vede, è molto alta. Per questo, quello che si sta svolgendo in queste settimane, è ben più di un semplice “voto locale”.

VOTO VIRGINIA RAGGI, A ROMA SERVE ARIA NUOVA

Forse ha ragione Antonello Venditti: i romani coraggiosi domenica voteranno per Virginia Raggi . Il che non significa che aderiranno al Movimento 5 Stelle, né che credono alle scie chimiche, né che desiderano la “dittatura soft” evocata da Beppe Grillo. I romani coraggiosi voteranno Virginia Raggi, pur non essendo tutti grillini, perché la giovane avvocatessa romana rappresenta la proposta più credibile, la maggiore possibilità di riprendere in mano il destino di Roma e di strapparlo finalmente dalle fauci di chi, di riffa o di raffa, la amministra e la sotto-governa da oltre vent’anni.

Antonello Venditti
Antonello Venditti

Il problema più urgente di Roma, in questo momento, è un cambio drastico di classe dirigente, intesa come circoli di sottopotere di destra e di sinistra, che ormai si conoscono alla perfezione e fanno affari insieme dagli anni Novanta. Non si tratta tanto dei sindaci, né delle Giunte, ma di un giro di personaggi, sempre gli stessi, talmente abituati a comandare che ormai considerano Roma cosa loro. Sono entrati quando c’era Rutelli (1993), sono rimasti lì con Veltroni e persino con Alemanno, dando vita a un governissimo tossico immondo sfociato poi nella cloaca maxima di Mafia Capitale. L’unico che ha provato a scalzare questo blocco di sottopotere è stato l’ex sindaco Ignazio Marino, che infatti è stato fatto fuori, come sappiamo.

Virginia Raggi è l’unica fra i candidati ad avere la forza personale e popolare per imporre un nuovo corso. E’ una donna giovane e coraggiosa, lo si è visto al confronto su Sky, l’altra sera, quando gli altri quattro candidati si sono avventati su di lei come un branco di lupi affamati e lei li ha tenuti a bada con fierezza e determinazione. Non capivano, i quattro avversari, che attaccandola come coatti sguaiati stavano dando all’esterno una rappresentazione plastica persino eccessiva del “vecchio” che resiste al “nuovo”.

Il confronto su Sky del 31 maggio scorso
Il confronto su Sky del 31 maggio scorso

Di fronte agli assalti e alla supponenza dei concorrenti, impegnati nel “tutti contro una”, Virginia ha tenuto botta. Certo, le si leggeva un po’ di preoccupazione negli occhi, forse anche paura, ma non ha mai sbandato, non ha ceduto alle provocazioni, ha tenuto testa diverse volte agli interlocutori ed ha incassato i colpi senza indietreggiare, confermandosi sorprendentemente attrezzata per il lavoro difficile per cui si candida.

Ci sono buone alternative alla Raggi? Non mi pare, a cominciare da Roberto Giachetti, che non merita assolutamente il voto. Il candidato dei due Mattei, Renzi e Orfini sta mettendo la faccia su un’operazione di conservazione, il disperato tentativo di una generazione di continuare a comandare, nonostante sia una generazione ormai spompata, decotta, ma non per questo meno arrogante. Giachetti è la loro zattera, il loro salvagente.

Il candidato renziano è poi il simbolo dell’ignobile “metodo-notaio”, quello che servì per estromettere Marino a metà mandato. Un atto di arroganza politica del Pd da cui Giachetti non solo non ha preso le distanze, ma lo ha addirittura difeso e giustificato, diventandone quindi complice. Senza contare che ha candidato nelle sue liste dieci fra i consiglieri che con le loro dimissioni fecero terminare brutalmente la consiliatura precedente. Per il bene di Roma, ma anche della democrazia e dei suoi princìpi, è bene dunque che i romani boccino Giachetti senza appello .

Stefano Fassina è un candidato debole, isolato e incapace di comunicare, con un programma mediocre, fatto di spesa pubblica e di chiusura ai privati. Con Marino fu molto ambiguo, anche se oggi cerca disperatamente di intercettarne il consenso. Ha imposto la sua candidatura con prepotenza, a una sinistra che avrebbe potuto e dovuto cercare un candidato migliore. E dopo la gaffe dell’errore nella presentazione delle liste, ha perso ogni credibilità.

Giorgia Meloni è “meno peggio” di quanto sembri, ma il generone di destra che si porterebbe dietro, Lega compresa, è davvero inguardabile. Alfio Marchini è un bambinone ricco e annoiato che sperpera i soldi di papà facendo politica senza averne le capacità, e si candida in rappresentanza dei costruttori, dei circoli esclusivi del Lungotevere e di ciò che resta dei berlusconiani. Invotabile anche lui.

Stefano Fassina
Stefano Fassina

Resta dunque la Raggi, che, intendiamoci, è la premessa, non la soluzione di tutti i mali. Se eletta, l’aspetta un compito difficilissimo. Cambiare Roma non è uno scherzo, l’inesperienza, soprattutto all’inizio, peserà. Le condizioni sociali, infrastrutturali ed economiche della città sono pessime e voglio augurarmi, ma non sono ottimista, che il governo nazionale si comporti con lei lealmente e non lesini i finanziamenti dovuti, come fece con Marino, per farla sfigurare davanti ai romani.

Se eletta, la Raggi dovrà mettere in conto anche che i palazzinari e il loro giornale (Il Messaggero) cercheranno di renderle la vita impossibile. Che la stampa di destra (Il Tempo e Il Giornale) la attaccherà ogni giorno, per non parlare di quella radical-chic (La Repubblica e il Corriere). Deve sapere che, se non si metterà agli ordini dei soliti potenti romani, replicheranno all’infinito il “tutti contro una” della campagna elettorale, tenteranno di irriderla e amplificheranno i suoi inevitabili errori iniziali, come del resto stanno già facendo. Ogni sua dichiarazione, giusta o sbagliata, verrà definita “una gaffe”, seguita dall’inevitabile “bufera sulla Raggi”, ogni critica, da qualunque parte provenga, sarà “una bocciatura”, ogni goccia d’acqua su Roma, ogni cassonetto non svuotato sarà colpa sua. Adotteranno, insomma, contro di lei il “metodo Marino”.

Virginia Raggi
Virginia Raggi

Ma la ragazza appare in grado di difendersi. Pur essendo grillina, e quindi troppo incline alla demagogia e al semplicismo, è migliore di molti grillini. A differenza di diversi suoi colleghi sa di cosa parla: ha una laurea in Giurisprudenza, è un avvocato in gamba, quando fa riferimento ad una delibera, a una procedura, a un regolamento o a un ricorso non lo fa a caso e questo le va riconosciuto. E’ persona competente, severa e rigorosa, come ha dimostrato nella passata abortita consiliatura. I suoi avversari, in particolare Giachetti, che fra l’altro ha solo la licenza liceale, la trattano con condiscendenza, ma sbagliano, la ragazza non è una sprovveduta. C’è da augurarsi che sappia scegliere collaboratori all’altezza, questa è la vera incognita. Se lo farà, sarà davvero in grado di cambiare Roma.

Il Palazzo Senatorio, in Campidoglio

Domenica andremo dunque in molti a votare portando al seggio una buona dose di coraggio. Perché votare la Raggi è una scelta sofferta e rischiosa, ma inevitabile, che potrebbe avere un valore storico ben al di là delle sue proposte elettorali. Perché se il voto per la Raggi sarà la maggioranza, Roma avrà per la prima volta un sindaco donna, che entrerà in Campidoglio con la forza di un ciclone, spalancherà le finestre del Palazzo Senatorio e lascerà finalmente entrare nuovo ossigeno, eliminando l’aria stantia che da oltre vent’anni ristagna, sempre meno respirabile, in quel luogo meraviglioso.

BARCA, FRANCESCHINI E LA RISCHIOSA EVOCAZIONE DEL DILUVIO

“Votare No al referendum è un atto contro il Paese”, intima Dario Franceschini oggi su Repubblica. Stesso giornale, qualche pagina più avanti: “L’addio dei Vip al Pd? Così danneggiano Roma”, esclama Fabrizio Barca. Due interviste probabilmente non concordate, che tuttavia segnalano benissimo la pericolosa involuzione che ha investito il Partito Democratico, dove ormai si spazza via a gomitate qualsiasi posizione, interna o esterna, differente da quella del capo. Siamo ormai all’identificazione del segretario con il Bene e alla conseguente classificazione come nemico del partito e quindi dell’Italia di chiunque non sia allineato.

E’ un problema molto serio, anche perché né il ministro Franceschini né l’ex ministro Barca sono dei pericolosi reazionari, eppure non sembrano rendersi conto del contenuto quasi fanatico di quanto dicono. Nessuno dei due concede neppure la buona fede a chi ha un’opinione diversa. Se si vota No al Referendum, persino se si avanzano dubbi, avverte Franceschini, non lo si fa perché si considera la riforma costituzionale Boschi un pastrocchio, come legittimamente ritenuto da autorevoli osservatori e costituzionalisti, ma solo per “mandare a casa Renzi”.

Sabrina Ferilli voterà per Virginia Raggi a Roma
Sabrina Ferilli voterà per Virginia Raggi a Roma

Parallelamente, secondo Barca, se attori e intellettuali romani come Claudio Santamaria, Sabrina Ferilli  e Antonello Venditti voteranno per l’avvocato Virginia Raggi e non per Roberto Giachetti alle elezioni per il nuovo sindaco, non lo faranno perché considerano il candidato del Movimento 5 Stelle più votabile di Giachetti e del disastroso Pd romano, ma per “risentimento” e per “mordere il Pd e il suo segretario”.

Questo utilizzare Renzi come scudo umano per evitare di parlare nel merito è davvero insopportabile. E anche molto ipocrita. Bisogna dire chiaro e tondo a questi signori che a forza di ricatti morali rischiano di finire male. Che continuare a dividere il partito e il Paese in Bene e Male, in partigiani veri e partigiani finti, in amici e nemici dell’Italia, in gufi e non gufi, in buona fede e malafede, è un gioco ricattatorio demagogico e molto pericoloso.

Denis Verdini voterà Sì al referendum
Denis Verdini appoggia i candidati del Pd e voterà Sì al referendum

Perché molti elettori appaiono stanchi di sentirsi dire: “Dopo di noi il diluvio”. E potrebbero cominciare a crederci e a pensare che in fondo, fra il diluvio e un partito sempre più verticistico, dove il Verbo viene riprodotto in modo virale, ossessivo e acritico fino alla nausea, dove il dissenso viene marginalizzato e irriso, dove persino il dubbio viene trattato con spocchia e supponenza, dove le alleanze più indigeste si stringono alle spalle dei militanti, dove ogni giorno si schierano sui social legioni di scherani di complemento, spesso bulli, violenti, ignoranti e volgari, la scelta più invitante, coerente, logica e soprattutto libera e liberatoria sia il diluvio.

LA FUNIVIA A ROMA, I PREGIUDIZI SULLA RAGGI E L’OTTUSITÀ DEI MILITANTI PD

La funivia metropolitana non è un’idea di Virginia Raggi, candidato dei 5 Stelle al ruolo di sindaco di Roma. Dotare le metropoli congestionate di impianti a cabina è una soluzione studiata e realizzata da decenni in tutto il mondo. Funivie per il trasporto cittadino esistono già e sono utilissime in città come Londra, Rio de Janeiro, Portland, Coblenza, Hong Kong, Singapore e molte altre.

Un articolo di Repubblica del 2011 sulle funivia urbane
Un articolo di Repubblica del 2011 sulle funivie urbane

Per questo è stato particolarmente scoraggiante, da romano, leggere i commenti infantili contro la Raggi, dopo la sua proposta di realizzare finalmente la funivia fra i quartieri di Casalotti e Battistini. Commenti stupidi, fioccati soprattutto sui social, soprattutto da parte dei militanti romani del Pd, mediamente ignoranti e ottusamente impegnati in servizio permanente effettivo con la loro tastiera e meno cervello possibile a tentare di ridicolizzare qualsiasi proposta provenga dal Movimento 5 Stelle, non importa se buona o cattiva.

Virginia Raggi, candidat sindaco di Roma
Virginia Raggi, candidata sindaco di Roma

Nel caso specifico, la Raggi ha semplicemente rilanciato un’idea per niente stupida, e certamente non nuova, di cui a Roma già si discute da anni. Un’idea che, se realizzata, farebbe molto comodo alla città, se si pensa che le funivie metropolitane costano poco (3.5 milioni di euro a chilometro, contro i 100 della metropolitana) trasportano fino a ottomila persone l’ora ad una velocità di 25 chilometri l’ora, garantiscono tempi di spostamento certi perché non soffrono il traffico, liberano le strade dalle automobili private, hanno costi di gestione bassissimi, non inquinano, sono silenziose e hanno tempi di realizzazione minimi (fra i sei e i sette mesi).

Walter Veltroni, ex sindaco di Roma
Walter Veltroni, ex sindaco di Roma

Anche se i militanti piddini dalla tastiera facile non lo sanno, fu la giunta Veltroni, già nel 2003, la prima ad approvare l’idea di realizzare la prima funivia urbana a Roma, con un progetto che prevedeva un collegamento fra la fermata metro di Eur Magliana e la sponda opposta del Tevere, il tutto finanziato con fondi europei.

FuniviaLondra
La funivia di Londra

Con l’arrivo di Alemanno, nel 2007, il progetto, affidato all’assessore Cutrufo, si arenò. Nel frattempo, il mondo andò avanti. Oltre alle città che già avevano impianti di questo tipo, come Madrid, Barcellona, Santiago del Cile, Montreal e Singapore, si dotarono di funivie metropolitane moderne: Medellin (2004), Hong Kong (2006), Portland (2006), Caracas (2010), Londra (2012), Ankara (2013), La Paz (2014), per citarne solo alcune, mentre Berlino inaugurerà la sua fra meno di un anno. Roma come al solito rimase indietro, purtroppo, anche se il sindaco Ignazio Marino aveva cercato di riprendere in mano il progetto di Veltroni nel maggio del 2015, salvo essere fatto fuori pochi mesi dopo dal suo stesso partito, il Pd (a proposito: ancora complimenti per l’idiozia).

La funivia di La Paz
La funivia di La Paz

Nel frattempo, esasperati, i cittadini di alcuni quartieri romani decisero di darsi da fare da soli. E’ il caso degli abitanti di Casalotti, un quartiere di Roma Ovest, ingolfato di traffico, troppo lontano dalla metropolitana e quindi condannato a trasferirsi ogni mattina in automobile o in autobus lungo l’imbuto di via Boccea per raggiungere la fermata della metro di via Battistini. Una tortura.

Un ingorgo a Roma
Un ingorgo a Roma

Nel dicembre del 2009, dopo aver atteso invano per decenni l’allargamento della via Boccea o il prolungamento della metro, i cittadini di quel quartiere si riunirono in un comitato sotto il nome di “Casalottilibera” (www.casalottilibera.it), e fecero quello che fanno le migliori energie di una città moderna: cercare una soluzione e proporla. Ad aiutarli arrivò lo stesso esperto di Veltroni, Stefano Panunzi. Prepararono un tracciato e battezzarono la proposta “Gondolina”. Il comitato sottopose l’idea alle ultime giunte comunali, trovando ascolto solo dai 5 Stelle. Gli abitanti di Casalotti e dei quartieri vicini, consultati con un sondaggio, per l’86% dichiararono che, se ci fosse una funivia che li collegasse alla metro, lascerebbero l’auto a casa.

Il logo del progetto "Gondolina", proposto dai cittadini romani di Casalotti
Il logo del progetto “Gondolina”, proposto dai cittadini romani di Casalotti

Come si vede, l’idea non solo non è affatto ridicola, come i twittaroli beceri in questi giorni vorrebbero far credere, ma è realizzabile, attesa e utile. E non lo dice solo la Raggi. Nessuno si è chiesto, infatti, per quale motivo in queste ore il candidato del Pd al Campidoglio, Roberto Giachetti, non si sia unito al coro di sberleffi piovuto sulla candidata grillina dopo la sua proposta di funivia. E la risposta è semplice: perché Giachetti è d’accordo con la Raggi.

La dichiarazione di Giachetti del 22 marzo scorso
La dichiarazione di Giachetti del 22 marzo scorso

Il 22 marzo scorso, lo stesso candidato aveva dichiarato di voler realizzare, indovinate un po’, proprio una funivia urbana, riprendendo il progetto di Veltroni. Questo i denigratori della Raggi non lo sanno, perché non sanno normalmente quasi nulla, sono pigri, cercano la battutina facile, fra l’altro con scarso successo, si sentono superiori, ridicolizzano senza sapere di cosa parlano. Dopo questo capolavoro, alle imminenti elezioni i voti di Casalotti, Boccea, forse anche Eur e Magliana, andranno in massa alla Raggi. A conferma del fatto che il peggior nemico del Pd, in molti casi, sono i suoi stessi sostenitori.