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#INSIEME, SENZA RENZI

Il rifiuto di Matteo Renzi di partecipare ad una coalizione di centrosinistra va accolto con rispetto, con rammarico, ma anche, se posso permettermi, con un qualche sollievo. Rispetto, perché Renzi è il segretario del Pd e, se ha deciso di portare il partito a sfracellarsi, perché può farlo, perché ha vinto le primarie, chi siamo noi per impedirglielo. Rammarico perché il Pd è stato per molti di noi, per molti anni, la nostra casa e vederlo andare in malora non fa piacere. Anzi, addolora.

Sollievo, infine, perché come alleato uno come Renzi è meglio perderlo che trovarlo. Sleale, tracotante, presuntuoso, inviso a una larghissima fetta di elettorato, se è vero che Renzi porterebbe con sé i voti dei fedelissimi del Pd, che non sono pochi, è altrettanto vero che lascerebbe a casa milioni di persone che, per dirla brutalmente, ormai lo detestano. Lo si è visto ai ballottaggi di domenica 25 giugno, che hanno segnato l’ennesima batosta inflitta dagli elettori al Pd renziano. Quel risultato dimostra che molti elettori di sinistra preferirebbero spararsi su un piede piuttosto che dare il voto a Renzi e a chi con lui si allea.

Matteo Renzi

Vanno dunque ringraziati coloro che, in queste settimane, in nome dell’unità, hanno lavorato generosamente per cercare un terreno di dialogo fra il Pd renziano e la galassia di centrosinistra che si sta formando e che mostrerà il suo volto, finalmente, sabato pomeriggio a Roma. Va ringraziato Romano Prodi, uscito per qualche giorno dalla sua felice pensione per provare invano ad imbastire una ricucitura. Va ringraziato Walter Veltroni, primo segretario di un Pd che aveva capito che “vocazione maggioritaria non significa autosufficienza” e che quindi era tutt’altra cosa rispetto a quello attuale.

Giuliano Pisapia

E va ringraziato Giuliano Pisapia, che sa bene come unire le forze a sinistra possa portare a vittorie belle, come quella che gli consentì nel 2011 di diventare sindaco di Milano. Ma Pisapia ha un progetto da realizzare e non può farsi fermare dal complesso di superiorità di un perdente cronico che è convinto di essere Cristiano Ronaldo e invece al massimo è un Borriello imbolsito che non passa mai la palla. Grazie a tutti, ma non ha funzionato. E forse è meglio così.

Cristiano Ronaldo

Renzi, bisogna prenderne atto, non è un uomo con cui si possa dialogare. E’ convinto, beato lui, di poter fare tutto da solo. E’ sicuro di essere talmente bravo e simpatico da non aver bisogno di consigli. Anzi: se qualcuno avanza una critica lo “asfalta”, come dice lui. Lo irride pubblicamente, lo attacca a livello personale, gli scatena addosso il Giglio Magico, gli scioglie contro la muta canina di Twitter in servizio permanente effettivo che ogni giorno è pronta con le dita sulla tastiera a demolire qualsiasi tentativo di aprire un dialogo all’interno del Pd o, figuriamoci, del centrosinistra.

Non vuole il dialogo a sinistra, Renzi. Non intende condividere un programma, non intende ascoltare, trovare una sintesi, mettere in discussione le decisioni che ha già preso. Il suo schema è un altro. Il suo obiettivo è raccogliere quanti più consensi possibile da solo, per poi mettersi d’accordo con il centrodestra di Berlusconi e dar vita ad un governo di larga coalizione. Fondamentalmente, vuole rifare il governo Renzi, sostituendo Alfano con Berlusconi.

Silvio Berlusconi

L’espressione “coalizione di centrosinistra” gli dà l’orticaria, perché lo costringerebbe a mettersi attorno a un tavolo, ad accettare il punto di vista degli altri, a vedere il proprio verbo messo in discussione. Il segretario del Pd preferisce la parola “patto”, inteso come accordo di spartizione. Il suo “passare dall’io al noi” sbandierato durante la campagna per la segreteria, era chiaramente un inganno: il “noi” non erano lui e il resto del Pd, erano lui e Berlusconi.

E, d’altronde, su un punto a Renzi occorre dar ragione. Una coalizione fra le forze di centrosinistra e il Pd renziano sarebbe difficilmente praticabile. Perché la coalizione sia credibile, infatti, il programma comune dovrebbe prevedere una profonda discontinuità con il governo Renzi. Ci vorrebbero significative correzioni su: lavoro, istruzione, tasse, bonus, riforme.

Invece, sul lavoro, Renzi continua a sostenere che il Jobs Act sia stata una grande trovata. Sull’istruzione, nessuno gli tocchi la Buona Scuola. Sulla tassa sulla casa, tolta anche ai ricchi, non ha nessuna intenzione di tornare indietro, così come sui 500 euro di bonus cultura regalati anche ai figli dei miliardari. Quanto alle riforme, Renzi è ancora convinto che quelle bocciate il 4 dicembre fossero l’ottava meraviglia e che gli elettori si siano sbagliati a votare No. Come si vede, non c’è molto margine per discutere.

Non resta, quindi, che darsi da fare per realizzare senza Renzi un progetto nuovo. Bisogna smetterla di pensare a lui, lasciarlo al suo destino, salutarlo senza rimpianti.  Poi, bisognerà capire cosa faranno coloro che, nonostante Renzi, ancora militano nel Pd. Penso alle migliaia di dirigenti e militanti che fanno riferimento ad Andrea Orlando, a Gianni Cuperlo, a Michele Emiliano, persino a Dario Franceschini. Ognuno di questi leader, chi più chi meno, in questi mesi ha cercato di condizionare Renzi, di portarlo a più miti consigli, di fargli aprire il Pd, invece di usarlo come un bunker dentro cui barricarsi in attesa di dare l’assalto a palazzo Chigi.

Andrea Orlando

Ma Renzi e i suoi non hanno voluto sentire ragioni. Pochi giorni fa, quando Orlando ha azzardato la richiesta di un tavolo con le altre forza di centrosinistra, il mondo renziano, tramite il presidente del Pd Matteo Orfini, ha tentato di ridicolizzarlo. Quando Franceschini ha poi lanciato un allarme più che giustificato dopo la batosta dei ballottaggi (“Il Pd è nato per unire, non per dividere”), Renzi gli ha fatto rispondere dal fido Luca Lotti: “Renzi ha vinto le primarie, fine della discussione”. Questo è il livello di democrazia nel Pd. Che ci fate ancora lì?, verrebbe da chiedere.

Dario Franceschini

Ma non c’è tempo di preoccuparsi di chi ancora si cimenta nell’impresa impossibile di cambiare Renzi. Bisogna utilizzare le energie che ci sono in modo più utile e intelligente. La situazione politica è infatti piuttosto seria. Il Pd renziano è ormai alla deriva, il populismo grillino è tutt’altro che sconfitto, la destra avanza e rischia di presentarsi alle elezioni come la forza più credibile (pensa come siamo messi).

Jeremy Corbyn a Glastonbury il 25 giugno scorso

Se c’è uno spazio a sinistra, e c’è, bisogna rappresentarlo. Bisogna guardare avanti, con Pisapia, con Bersani, con Civati, con Speranza, con tutti quelli che vogliono dare una mano. Con un po’ di ansia, certo, perché queste operazioni non sono mai facili. Ma anche con fiducia. Perché è la strada giusta. Perché ne vale la pena, perché i valori, i progetti, gli obiettivi della sinistra sono più che mai attuali, perché intere categorie sociali aspettano che qualcuno sia in grado di parlare con loro. Ma bisogna trovare le parole giuste, come ha fatto Jeremy Corbyn, che molti irridevano e che oggi infiamma le platee più giovani. Sabato pomeriggio bisognerà cominciare a fare capire sul serio che il centrosinistra esiste e che è pronto a fare la sua parte. E se Renzi preferisce Berlusconi, ce ne faremo una ragione.