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#INSIEME, SENZA RENZI

Il rifiuto di Matteo Renzi di partecipare ad una coalizione di centrosinistra va accolto con rispetto, con rammarico, ma anche, se posso permettermi, con un qualche sollievo. Rispetto, perché Renzi è il segretario del Pd e, se ha deciso di portare il partito a sfracellarsi, perché può farlo, perché ha vinto le primarie, chi siamo noi per impedirglielo. Rammarico perché il Pd è stato per molti di noi, per molti anni, la nostra casa e vederlo andare in malora non fa piacere. Anzi, addolora.

Sollievo, infine, perché come alleato uno come Renzi è meglio perderlo che trovarlo. Sleale, tracotante, presuntuoso, inviso a una larghissima fetta di elettorato, se è vero che Renzi porterebbe con sé i voti dei fedelissimi del Pd, che non sono pochi, è altrettanto vero che lascerebbe a casa milioni di persone che, per dirla brutalmente, ormai lo detestano. Lo si è visto ai ballottaggi di domenica 25 giugno, che hanno segnato l’ennesima batosta inflitta dagli elettori al Pd renziano. Quel risultato dimostra che molti elettori di sinistra preferirebbero spararsi su un piede piuttosto che dare il voto a Renzi e a chi con lui si allea.

Matteo Renzi

Vanno dunque ringraziati coloro che, in queste settimane, in nome dell’unità, hanno lavorato generosamente per cercare un terreno di dialogo fra il Pd renziano e la galassia di centrosinistra che si sta formando e che mostrerà il suo volto, finalmente, sabato pomeriggio a Roma. Va ringraziato Romano Prodi, uscito per qualche giorno dalla sua felice pensione per provare invano ad imbastire una ricucitura. Va ringraziato Walter Veltroni, primo segretario di un Pd che aveva capito che “vocazione maggioritaria non significa autosufficienza” e che quindi era tutt’altra cosa rispetto a quello attuale.

Giuliano Pisapia

E va ringraziato Giuliano Pisapia, che sa bene come unire le forze a sinistra possa portare a vittorie belle, come quella che gli consentì nel 2011 di diventare sindaco di Milano. Ma Pisapia ha un progetto da realizzare e non può farsi fermare dal complesso di superiorità di un perdente cronico che è convinto di essere Cristiano Ronaldo e invece al massimo è un Borriello imbolsito che non passa mai la palla. Grazie a tutti, ma non ha funzionato. E forse è meglio così.

Cristiano Ronaldo

Renzi, bisogna prenderne atto, non è un uomo con cui si possa dialogare. E’ convinto, beato lui, di poter fare tutto da solo. E’ sicuro di essere talmente bravo e simpatico da non aver bisogno di consigli. Anzi: se qualcuno avanza una critica lo “asfalta”, come dice lui. Lo irride pubblicamente, lo attacca a livello personale, gli scatena addosso il Giglio Magico, gli scioglie contro la muta canina di Twitter in servizio permanente effettivo che ogni giorno è pronta con le dita sulla tastiera a demolire qualsiasi tentativo di aprire un dialogo all’interno del Pd o, figuriamoci, del centrosinistra.

Non vuole il dialogo a sinistra, Renzi. Non intende condividere un programma, non intende ascoltare, trovare una sintesi, mettere in discussione le decisioni che ha già preso. Il suo schema è un altro. Il suo obiettivo è raccogliere quanti più consensi possibile da solo, per poi mettersi d’accordo con il centrodestra di Berlusconi e dar vita ad un governo di larga coalizione. Fondamentalmente, vuole rifare il governo Renzi, sostituendo Alfano con Berlusconi.

Silvio Berlusconi

L’espressione “coalizione di centrosinistra” gli dà l’orticaria, perché lo costringerebbe a mettersi attorno a un tavolo, ad accettare il punto di vista degli altri, a vedere il proprio verbo messo in discussione. Il segretario del Pd preferisce la parola “patto”, inteso come accordo di spartizione. Il suo “passare dall’io al noi” sbandierato durante la campagna per la segreteria, era chiaramente un inganno: il “noi” non erano lui e il resto del Pd, erano lui e Berlusconi.

E, d’altronde, su un punto a Renzi occorre dar ragione. Una coalizione fra le forze di centrosinistra e il Pd renziano sarebbe difficilmente praticabile. Perché la coalizione sia credibile, infatti, il programma comune dovrebbe prevedere una profonda discontinuità con il governo Renzi. Ci vorrebbero significative correzioni su: lavoro, istruzione, tasse, bonus, riforme.

Invece, sul lavoro, Renzi continua a sostenere che il Jobs Act sia stata una grande trovata. Sull’istruzione, nessuno gli tocchi la Buona Scuola. Sulla tassa sulla casa, tolta anche ai ricchi, non ha nessuna intenzione di tornare indietro, così come sui 500 euro di bonus cultura regalati anche ai figli dei miliardari. Quanto alle riforme, Renzi è ancora convinto che quelle bocciate il 4 dicembre fossero l’ottava meraviglia e che gli elettori si siano sbagliati a votare No. Come si vede, non c’è molto margine per discutere.

Non resta, quindi, che darsi da fare per realizzare senza Renzi un progetto nuovo. Bisogna smetterla di pensare a lui, lasciarlo al suo destino, salutarlo senza rimpianti.  Poi, bisognerà capire cosa faranno coloro che, nonostante Renzi, ancora militano nel Pd. Penso alle migliaia di dirigenti e militanti che fanno riferimento ad Andrea Orlando, a Gianni Cuperlo, a Michele Emiliano, persino a Dario Franceschini. Ognuno di questi leader, chi più chi meno, in questi mesi ha cercato di condizionare Renzi, di portarlo a più miti consigli, di fargli aprire il Pd, invece di usarlo come un bunker dentro cui barricarsi in attesa di dare l’assalto a palazzo Chigi.

Andrea Orlando

Ma Renzi e i suoi non hanno voluto sentire ragioni. Pochi giorni fa, quando Orlando ha azzardato la richiesta di un tavolo con le altre forza di centrosinistra, il mondo renziano, tramite il presidente del Pd Matteo Orfini, ha tentato di ridicolizzarlo. Quando Franceschini ha poi lanciato un allarme più che giustificato dopo la batosta dei ballottaggi (“Il Pd è nato per unire, non per dividere”), Renzi gli ha fatto rispondere dal fido Luca Lotti: “Renzi ha vinto le primarie, fine della discussione”. Questo è il livello di democrazia nel Pd. Che ci fate ancora lì?, verrebbe da chiedere.

Dario Franceschini

Ma non c’è tempo di preoccuparsi di chi ancora si cimenta nell’impresa impossibile di cambiare Renzi. Bisogna utilizzare le energie che ci sono in modo più utile e intelligente. La situazione politica è infatti piuttosto seria. Il Pd renziano è ormai alla deriva, il populismo grillino è tutt’altro che sconfitto, la destra avanza e rischia di presentarsi alle elezioni come la forza più credibile (pensa come siamo messi).

Jeremy Corbyn a Glastonbury il 25 giugno scorso

Se c’è uno spazio a sinistra, e c’è, bisogna rappresentarlo. Bisogna guardare avanti, con Pisapia, con Bersani, con Civati, con Speranza, con tutti quelli che vogliono dare una mano. Con un po’ di ansia, certo, perché queste operazioni non sono mai facili. Ma anche con fiducia. Perché è la strada giusta. Perché ne vale la pena, perché i valori, i progetti, gli obiettivi della sinistra sono più che mai attuali, perché intere categorie sociali aspettano che qualcuno sia in grado di parlare con loro. Ma bisogna trovare le parole giuste, come ha fatto Jeremy Corbyn, che molti irridevano e che oggi infiamma le platee più giovani. Sabato pomeriggio bisognerà cominciare a fare capire sul serio che il centrosinistra esiste e che è pronto a fare la sua parte. E se Renzi preferisce Berlusconi, ce ne faremo una ragione.

L’ARROCCO

La brutale transizione impressa dal renzismo al Partito Democratico si avvia verso un approdo clamoroso, eppure non del tutto imprevedibile. Dopo il Patto del Nazareno, i cui confini restavano comunque nell’alveo delle intese costituzionali, Matteo Renzi sta traghettando il partito, la sua storia, i suoi elettori, i suoi militanti, verso un accordo elettorale di governo con Silvio Berlusconi. E ciò che più colpisce è che buona parte degli elettori che ancora sostengono il Pd non ne sia più di tanto allarmata. Quello che mai si sarebbe perdonato ad altri leader, evidentemente, oggi si è disposti a perdonare al politico di Rignano.

E’ difficile spiegare come mai una comunità come quella che ancora si riconosce nel Partito Democratico permetta tutto questo. A quanto pare, una parte dell’elettorato di centrosinistra è ancora preda di una sindrome che fino a poco tempo fa sembrava poter colpire solo a destra: la sindrome dell’innamoramento. Gli innamorati, si sa, perdonano tutto. E, se è vero che oggi diversi milioni di italiani detestano Renzi, è altrettanto vero che altri milioni ne sono innamorati, così come solo pochi anni fa milioni di italiani erano innamorati di Berlusconi. E quando c’è l’amore non c’è logica che tenga, non c’è critica che valga, non c’è comportamento che desti sospetto.

Per amore si sono perdonate a Renzi politiche ed azioni che ad altri sarebbero state contestate duramente. Si sono perdonate la precarizzazione del lavoro, la cancellazione di trasmissioni televisive non allineate, l’occupazione (fallimentare) della Rai, la destinazione di risorse pubbliche a chi non ne aveva bisogno, le costosissime e inutili mance elettorali, la destabilizzazione della scuola, la gestione sconcertante della fallita riforma costituzionale, che ha portato il Pd alla scissione e alla sconfitta più bruciante della sua storia.

Renzi fa campagna per il Sì da Palazzo Chigi

Gli si sono perdonate la baldanza guascona, la retorica insopportabile dei “gufi”, l’imposizione di una classe dirigente spesso raffazzonata e incompetente, il dilettantismo legislativo, la mossa antidemocratica con la quale impose la cacciata del sindaco di Roma, consegnando la capitale al Movimento 5 stelle .

L’ex sindaco di Roma, Ignazio Marino

Tutto questo, e molto altro, a Renzi si è perdonato e si perdona, perché gli innamorati perdonano tutto. Ma quello che sta accadendo in queste ore ha forse ancora più dell’incredibile. Di fronte alle tumultuose convulsioni della politica italiana, di fronte alla spinta del Movimento 5 Stelle, in vista delle prossime elezioni legislative, il segretario del Pd si trova di fronte ad una scelta. Come un giocatore di scacchi, deve decidere se attaccare a sinistra o arroccare a destra.

L’alternativa è chiara. A destra Renzi realizzerebbe un arrocco difensivo, una somma fra addendi incompatibili, la genesi di un ircocervo, alimentato solo dall’istinto di conservazione, pronto a chiudersi dietro le mura del palazzo, in attesa dell’assedio populista, con la prospettiva non improbabile dell’invasione e della sconfitta.

A sinistra il segretario del Pd potrebbe mettere il partito a disposizione di una squadra di attacco, di riscatto, che metterebbe in sicurezza i valori storici della tradizione riformista, che ritroverebbe l’identità di un popolo, che sfiderebbe a viso aperto gli avversari proponendo il progetto di un’Italia equa, aperta, moderna, innovatrice.

La sterzata imposta dal segretario al partito erede dell’Ulivo vira con ogni evidenza a destra, dove lo aspetta Silvio Berlusconi, l’uomo che ha costretto l’Italia a vent’anni di immobilismo, di riforme sbagliate e di riforme mancate. L’uomo che ha imposto al Paese vent’anni di occupazione del potere tramite il denaro e il controllo dei mezzi di informazione. L’uomo che ha sdoganato la destra post-fascista, che ha introdotto nelle Istituzioni personaggi di provenienza allarmante, che ha sfornato provvedimenti ad personam in tutti i settori: dalla giustizia alle banche, alle assicurazioni, alle concentrazioni nell’informazione e nell’editoria. L’uomo che rappresenta il contrario di quello per cui il Pd è nato, il contrario di quello che c’è (ancora?) nel DNA del Pd.

Silvio Berlusconi

Ma la scelta di Renzi non è sorprendente. Berlusconi e Renzi hanno molto in comune. Entrambi vivono di potere, ed entrambi sembrano intenzionati a riprenderselo ad ogni costo. Berlusconi ha bisogno di sedere nelle stanze del potere per salvaguardare i propri interessi privati, minacciati dalla pessima gestione degli ultimi anni. Renzi ha bisogno del potere per sopravvivere politicamente e, soprattutto, per permettere la sopravvivenza dell’oscura galassia toscana che opera ormai da diversi anni protetta dalla sua ombra. Entrambi rappresentano molto più di loro stessi, entrambi non possono permettersi di restare fuori dal palazzo. Il potere, per ambienti di quel genere, è come l’acqua per il pesce: possono resistere fuori per qualche tempo, ma poi devono immergersi nuovamente. Altrimenti muoiono.

Il simbolo di Articolo Uno

Se l’operazione andasse in porto, sarebbe la nascita ufficiale del famoso “Partito della Nazione”: un nuovo blocco di potere del tutto simile a quello che, negli anni Ottanta, consegnò l’Italia al Pentapartito, con Renzi a capo di una sorta di grosso PSI craxiano e Berlusconi alla guida di una sorta di piccola DC. L’obiettivo non secondario di questo piano è far sparire il centrosinistra di governo erede della stagione dell’Ulivo e soffocare sul nascere l’area che il buon Giuliano Pisapia sta faticosamente cercando di riorganizzare per impedire questo esito. La scommessa è relegare quel centrosinistra, che ha trovato finora approdo sotto le insegne del Movimento Articolo 1, ad un ruolo residuale.

Giuliano Pisapia

Che tutto questo si realizzi o meno dipende dagli elettori. E’ vero, il Pd renziano è ancora forte nei sondaggi, ma è anche vero che, da quando conquistò palazzo Chigi e le elezioni europee, nel 2014, Renzi ha visto erodersi progressivamente il proprio consenso. A forze di dividere, di irridere, di estromettere brutalmente chiunque osasse mettersi sulla sua strada, Renzi ha generato una fortissima insofferenza verso i suoi modi spicci. Molti elettori di centrosinistra si sono disamorati della politica e, in larga parte, non vanno più a votare.

Una mossa spregiudicata come l’alleanza con Berlusconi potrebbe ingenerare una crisi di rigetto dalle conseguenze imprevedibili. L’arrocco difensivo a destra, benché mascherato da “stato di necessità”, potrebbe essere percepito dalla maggioranza degli italiani, non solo dai grillini, come il tentativo estremo di difesa del vecchio potere, che si barrica nel castello in vista dell’assedio. E la chiusura del ponte levatoio, che lascia fuori la sinistra e lascia entrare la destra berlusconiana fin nel salone delle feste, potrebbe far suonare un campanello di allarme a più di un elettore di centrosinistra.

L’innamoramento, si sa, è un fenomeno passeggero. Dura alcuni anni, poi piano piano si ricomincia a ragionare. Si vedono le cose per quelle che sono: si riconoscono i tradimenti, le bugie, i sotterfugi, le inefficienze, le infedeltà. Passato l’innamoramento, si ritrova lucidità, si ricomincia a capire. Perché non è detto che gli elettori che ancora un mese fa ridettero alle primarie la propria fiducia a Renzi avessero fra le proprie ambizioni il progetto di un governo di legislatura con Berlusconi. E non è detto che, di fronte a una simile prospettiva, quegli elettori non decidano di presentare il conto a Renzi e a quel che è ormai diventato il Partito Democratico.

IL RAGGIO VERDE

E così, anche il Lingotto è caduto. La strategia renziana di occupazione dei luoghi-simbolo del centrosinista ha raggiunto la capanna del presepe del vecchio Partito Democratico, svuotandolo della sua storia, dei suoi personaggi, dei suoi simboli, e riempiendolo di una retorica indigesta, verticistica, leaderista, peronista. Matteo Renzi passeggia impaziente nella vecchia fabbrica torinese, ne calpesta il suolo, come un piccolo Napoleone un po’ imbolsito, che entra a Notre-Dame per incoronarsi in fretta da solo.

Al seguito del capo, le truppe della Leopolda accorrono esaltate, eccitate, dopo aver varcato strombazzando i confini toscani e aver attraversato in auto, in treno e in pullman le Langhe e il Monferrato, decisi a recitare a Torino lo stesso copione messo in scena negli ultimi anni nella stazione fiorentina: tavoli di discussione di cui pochi ricorderanno gli argomenti, brevi interventi dal palco che pochi ascolteranno. E poi la vera ragione per cui tutti accorrono: l’apoteosi del leader, la capriola nel fuoco del fenomeno, la zampata di “quello che ci fa vincere” (ma che di solito perde) l’ovazione.

Il palco del Lingotto

Il Lingotto si arrende al renzismo senza opporre resistenza, ormai abbandonato, privo di forza, di significato, di senso. Era il luogo dove erano miracolosamente e faticosamente confluite le anime dell’identità riformista italiana, oggi è la casa buia e asfittica dove si torna dopo il divorzio, dove si rimpiange quello che avrebbe potuto essere e non è stato, dove si respira l’assenza di chi se n’è andato. Sotto le volte della vecchia fabbrica si avverte forte la prevaricazione culturale del renzismo, le smargiassate di chi ha prevalso sull’altro, gli effetti dell’Opa ostile andata in porto.

La folla adorante si accalca nel ventre vuoto di quella che una volta era la casa di tutti e oggi è la casa di chi ha cacciato via gli altri. “Fuori, fuori!” avevano gridato in novembre a Firenze. E fuori quelli della minoranza sono andati. La panoramica sulla platea mostra un popolo meno eterogeneo di una volta, con una prevalenza di boy-scout troppo cresciuti insieme a signore di mezza età affascinate dal leader. Più qualche ex di sinistra convertito al renzismo, convinto un po’ per opportunismo, un po’ per comodità, a recidere le proprie radici culturali e ad affidare le proprie idee al funambolismo del nuovo capo. Come se fosse possibile, delegando tutto al vertice, bypassare il percorso doloroso e faticoso che porta alla costruzione di un pensiero politico complesso. Come se fosse sufficiente sostituire alla sintesi il leader, per evitare la fatica del dubbio, del confronto.

Della sconfitta al referendum non resta che qualche frase di circostanza, di convenienza, mandata a memoria per evitare l’analisi e trarne ne conseguenze. Il capo ha ammesso tutt’al più qualche errore di comunicazione sui social network, francamente poco per spiegare la disfatta. Ma ai leopoldini di Torino sembra bastare. “La follia sta nel fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi”, diceva Albert Einstein. Ma il Lingotto leopoldizzato sfida con leggerezza anche l’avvertimento del grande fisico: chi sarà mai, in fondo, questo Einstein?

Albert Einstein

Dai vidiwall della vecchia fabbrica esce, come un raggio paralizzante, il verde renziano, che ipnotizza i presenti, buca gli schermi, martella il pubblico in sala senza sosta. Dagli altoparlanti, con pochissime differenze, si ripetono gli stessi slogan degli inizi, quando sembrava che, dietro agli slogan, ci fosse anche altro. Il verde tracima impetuoso da ogni muro, annulla il rosso, lo sostituisce persino nel simbolo del Pd, rompendone l’equilibrio cromatico, mandando un chiaro messaggio subliminale. Il rosso, colore caldo, della passione, del sangue, ma anche della storia della sinistra, sparisce, sostituito dal verde giallognolo della melassa renziana, che invade ogni spazio, allaga ogni area, tinge ogni angolo, si riflette nei volti e negli occhi dei supporter, rendendoli irriconoscibili: un’indistinguibile “carica dei verdini”.

A livello di comunità, vista da fuori, la sensazione è quella di un corpo mutilato, devitalizzato, incapace di muoversi e crescere autonomamente, privato dell’energia vitale che lo aveva fatto vivere. Un corpaccione inerte, trainato a forza dal renzismo, dal Giglio magico, dal gruppo di potere toscano che dalla sopravvivenza politica del capo dipende interamente. Un corpo a cui sono stati espiantati gli organi, a cui è stato tolto il sangue, e che la cura leopoldista tenta ora magicamente di rianimare impiantando organi e sangue diversi. Si erge dal palco del Lingotto un Frankenstein dall’inquietante colorito verdognolo, che prende vita e forma solo quando dal palco parla il leader, che divora voracemente il luogo, il logo, i simboli del patrimonio della sinistra: il termine “compagno”, Gramsci, persino Robert Kennedy, e quindi Veltroni.

Maria Elena Boschi

Il risultato di questo pasticcio suona falso, posticcio, innaturale. La performance renziana stride, come una musica suonata nel contesto sbagliato, una melodia infantile che profana la sacralità di un posto, caro più ai tanti che non ci sono che a quelli che oggi vi bivaccano. Lui, il leader, si crogiola nell’applauso dei tifosi, a cui basta vederlo eseguire i colpi del vecchio repertorio per scaldarsi. Promette di “passare dall’io al noi”, ma non è sincero, né potrebbe esserlo. Renzi è antropologicamente la persona meno indicata al mondo per passare dall’io al noi. Renzi è la sublimazione dell’”io”, dell’ego come dottrina politica. Il “noi” di Renzi è un plurale maiestatis, è il Giglio magico, è una nuova autoproclamazione.

Emma Bonino

La tre giorni torinese passa in un batter di ciglia. Renzi porta a casa la kermesse, i selfie, le figurine come Emma Bonino, che gli regala la foto ricordo. Non rinuncia, come fa spesso in questi giorni, ad evocare complotti: “Qualcuno ha cercato di distruggere il Pd”, grida, senza pensare che quel qualcuno potrebbe essere proprio chi sta parlando dal palco. E senza ammettere che il lavoro, in fin dei conti, gli stia riuscendo bene. Il Pd non c’è più, c’è un presepe abitato da una persona sola e dai suoi fans, che continua a dire che non è successo niente, che bisogna “ripartire insieme”. Ma insieme a chi? Nel Pd sono rimasti praticamente solo i renziani, della prima ora o dell’ultima. I suoi contendenti al congresso, Andrea Orlando e Michele Emiliano, sembrano destinati al ruolo di sparring partner, obbligati poi a sostenere il vincitore annunciato e quindi a diventare renziani anche loro. Non c’è scampo al renzismo nel Pd.

Roberto Speranza e Giuliano Pisapia

L’unica speranza per chi non si rassegna al renzismo, al populismo e all’astensione è cercare aria fresca fuori, seguire il movimento ancora confuso e magmatico di un centrosinistra che cerca di riorganizzarsi altrove. C’è vita nella galassia del centrosinistra? Chissà. Lo sgretolamento del Pd, combinato con altre forze, ha prodotto in queste settimane un nuovo sistema solare che deve ancora stabilizzarsi, trovare equilibrio, fiducia reciproca e in se stessi. Qualcosa si muove,  la sensazione non è quella di un Big Bang, ma di un processo graduale destinato ad intensificarsi dopo il 30 aprile. La speranza è che si crei uno spazio, dove si possa dare appuntamento chi se ne sta andando, chi se n’è già andato e chi se ne andrà. Ognuno con la propria storia, con il proprio progetto. Per ritrovarsi, riconoscersi, rispettarsi, ricominciare a costruire qualcosa che appartenga a tutti, ma non sia di nessuno. Com’era una volta il Partito Democratico. Prima di perdersi, prima di trasformarsi in un’altra cosa. Prima che lo colpisse il raggio verde renziano.

LE MACERIE DEL PD, IL VOLO DI RENZI, IL RISPETTO, IL “NULLA”

Martedì mattina, mentre colonne di fumo nero salivano ancora tumultuose dalle macerie del Partito Democratico, l’aereo con a bordo Matteo Renzi si allontanava verso l’orizzonte, destinazione: California. Dietro di sé, il segretario dimissionario lasciava un partito ferito, una comunità disorientata, un’idea tradita. Ma non doveva essere particolarmente dispiaciuto, anzi.

L’ultima carica esplosiva piazzata sotto le fondamenta del Pd, del resto, l’aveva fatta detonare lui stesso, domenica, all’hotel Parco dei Principi. “Con il sorriso sulle labbra”, come dice lui. Mentre gli artificieri, le donne e gli uomini di buona volontà di una parte e dell’altra erano ancora impegnati nell’estremo tentativo di disinnescare la carica letale, Renzi era salito sul palco ed aveva premuto il pulsante dell’autodistruzione. Senza esitazioni. Con il sorriso, appunto.

Matteo Renzi all’Assemblea del 19 febbraio

Il Pd si era quindi piegato su se stesso, monco di alcuni dei pilastri sui quali era stato costruito. Dalle macerie si allontanavano un po’ ammaccati, ma ancora vivi, molti degli epigoni della tradizione della sinistra democratica non renziana, considerati in questi anni da Renzi solo dei fastidiosi “gufi”.

Se ne andavano insieme ben tre ex segretari (D’Alema, Bersani, Epifani), a conferma del peso identitario di quella scelta. Se ne andavano un ex capogruppo, Speranza, e un presidente di Regione, Rossi. Preceduti in questi anni, sempre a causa del bombardamento renzista, da Enrico Letta, Ignazio Marino, Sergio Cofferati, Lapo Pistelli, Giuseppe Civati, Stefano Fassina, Alfredo D’Attorre, per citarne solo alcuni. Tante persone di valore, che arricchivano con le loro diversità il melting-pot del pensiero democratico e la cui uscita di scena è stata spesso accompagnata dai lazzi e dallo scherno dei renziani di complemento di palazzo Chigi e del Nazareno.

E faceva una certa impressione, domenica, mentre Renzi premeva il pulsante dell’autodistruzione, sentirlo evocare la parola “rispetto”. Perché è stato proprio dall’assenza assoluta di rispetto che ha pervaso il partito in questa stagione che si è determinata questa forse insanabile frattura. Fu l’assenza di rispetto, soprattutto verso gli elettori, che rese possibile la slealtà dei 101, che sdoganò il tradimento dell’”#enricostaisereno”, che trasformò epiteti inaccettabili, come “gufi” e “rosiconi” in comunicazione istituzionale di governo, che permise il licenziamento del sindaco di Roma, della sua giunta e di tutti i consiglieri del Pd con le firme davanti al notaio, che vibrò il colpo di manganello del “#ciaone” , che incoraggiò irresponsabilmnente i cori “fuori, fuori!” contro la minoranza che risuonavano fra le volte della Leopolda.

E faceva ancora più impressione, nella stessa sede solenne dell’Assemblea del 19 febbraio,  sentire il segretario invocare strumentalmente i fondatori del Pd, lui che della damnatio memoriae dei padri nobili, tramite l’orribile termine “rottamazione”, aveva fatto il proprio tratto distintivo. Lui che ama ripetere che “per trent’anni non s’era fatto nulla”, omettendo di ricordare i meriti storici della stagione dell’Ulivo. Lui, che nella difficoltà implora adesso l'”aiutino da casa” di Walter Veltroni, generosamente concesso.

Roberto Speranza

Il Pd rischia dunque di finire così, amaramente, a meno di dieci anni dalla sua nascita. Rischia di finire per una scelta precisa del suo segretario, ostinatamente contrario a farsi da parte o quantomeno a mettersi in discussione seriamente, nonostante i molteplici errori e le ripetute sconfitte. Rischia di finire per i continui scostamenti, mai spiegati, dalla linea politica ed economica votata dagli elettori alle ultime elezioni, per l’esclusione sistematica di una parte fondamentale della comunità democratica dalle scelte strategiche, rimpiazzata con i fuoriusciti e gli opportunisti del berlusconismo. Rischia di finire, perché assomiglia sempre di più al partito di una persona, e sempre meno al partito di un popolo.

Come un novello Nerone, Renzi adesso sembra impaziente di vedere le fiamme spegnersi, per poter edificare sulle macerie fumanti la sua Domus Aurea, “più bella e più superba che prìa”. Che si chiamerà sempre Pd, ma che sarà, con ogni evidenza, se il progetto renziano andrà davvero in porto, un’altra cosa.

Non a caso, con mossa altamente simbolica, Renzi dà ora appuntamento ai suoi seguaci al Lingotto, che intende trasformare nella nuova Leopolda, portando così avanti il processo di appropriazione dei luoghi e dei simboli del Pd ulivista attraverso i riti e le cerimonie messianiche del renzismo.

Enrico Rossi

Si apre una fase nuova, si volta pagina, in quel che resta del partito e fuori. Non c’è più tempo, non ci sono più spazi per mediare. Il viaggio negli USA di Renzi tronca in modo brutale questo capitolo traumatico. Stupefacente, ancora una volta, la scelta dei tempi. Mentre il popolo del Pd, quello che lascia e quello che resta, è ancora impegnato a capire, a provare a salvare il salvabile di un’idea,  di un’identità, di un progetto caro a tutti, Renzi fa sapere dall’aeroporto che non ci sono margini neppure per spostare le primarie da maggio a luglio. Anzi: che le primarie saranno probabilmente già ad aprile. E comunque ce lo farà sapere, ora non ha tempo di occuparsene perché si sta imbarcando.

Quando atterra dall’altra parte del mondo, l’ex segretario mette la parola fine ad ogni residua discussione. A Roma, dice Renzi dalla California, si sta litigando “sul nulla”. I tormenti, la sofferenza, il travaglio umano e politico di una comunità, di una famiglia che si divide e che si lacera dentro, per Renzi, sono “il nulla”. A proposito di rispetto. “Non può finire così”, dice attonito Enrico Letta dal suo esilio parigino. Ma la sensazione è che sia davvero finita.

RIMOZIONE FORZATA

Sono passate otto settimane dal referendum del 4 dicembre, eppure Matteo Renzi ancora si rifiuta di fare i conti con quella bruciante sconfitta. Come se quel passaggio fosse un piccolo incidente di percorso, come se quel No fosse stato un episodio marginale e non la pietra tombale del renzismo. Quasi come se quel disastro politico, nel quale ha trascinato il Partito Democratico, non fosse mai accaduto. Asserragliato nella ridotta del Nazareno, l’ex premier ha ricominciato a dare ordini, come se niente fosse, deciso a tornare a sedere sulla poltrona che sembra ritenere sua di diritto, quella di presidente del Consiglio.

Vederlo sul palco di Rimini, davanti agli amministratori locali del Pd, sabato pomeriggio, lasciava esterrefatti. Gli stessi slogan, la stessa baldanza, la stessa sicumera, gli stessi stucchevoli artifici retorici degli “abbracci” e dei “sorrisi” agli avversari. Con un grande assente: la proposta politica. Con ogni evidenza, Renzi finge di non vedere che la sconfitta al referendum lo ha ormai svuotato di qualsiasi progetto. La sua “narrazione” aveva nella riforma costituzionale il proprio architrave, bocciata quella, non c’è più narrazione e non c’è più proposta. Renzi senza renzismo non è più nulla e quel nulla è oggi alla guida del Partito Democratico.

Matteo Renzi, segretario del Pd

L’ex premier è con ogni evidenza “spompo”, per usare un toscanismo a lui caro, ed è talmente frastornato da non rendersi conto che il suo astro è ormai spento. Si aggrappa alla poltrona di segretario del Pd, conquistata un’era geologica fa e utilizzata solo per scalare il potere, senza riconoscere che il Renzi che nel 2013 conquistò quella poltrona non c’è più. Rifiuta di fermarsi a riflettere, perché altrimenti dovrebbe ammettere che l’unica possibile conseguenza dell’ennesima sconfitta a cui ha condannato il Pd sarebbero le sue dimissioni anche da segretario. Il suo disegno è fallito e se il Renzi di oggi desse retta al Renzi del 2013 non esiterebbe un secondo a “rottamarsi”, rimettere il proprio mandato a disposizione del congresso e farsi da parte.

La strategia dell’ex premier è invece un’altra: portare l’Italia a votare il prima possibile, tentando un’altra puntata sulla roulette del potere, incurante del fatto che votare prima della scadenza naturale della Legislatura (febbraio 2018) non farebbe che danni all’Italia. Il Paese oggi ha un governo, guidato da una persona capace, competente e rispettata come Paolo Gentiloni. Ci sono una serie di emergenze a cui far fronte, a cominciare dall’assistenza alle vittime del terremoto in Italia centrale. Ci sono diversi provvedimenti da adottare, politiche sbagliate da correggere, risposte da dare all’Unione Europea e, soprattutto, importantissime scadenze internazionali: dal Consiglio Europeo di marzo a Roma, al G7 di Maggio a Taormina, alla delicatissima attività di membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni

Se si andasse a votare in primavera, come chiede Renzi (insieme a Salvini, Meloni e Grillo), l’Italia finirebbe nel caos più totale. Lo dimostrano tutte le simulazioni effettuate con il nuovo sistema elettorale, che indicano come nessuna coalizione, nemmeno quella contro natura fra Pd e Forza Italia riuscirebbe ad avere la maggioranza. E lo dimostra, più di ogni altra cosa la repentina impennata dello spread, subito dopo la sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum. Quanto al Pd, se si andasse al voto, stando ai sondaggi e con le nuove regole, otterrebbe meno di 200 deputati, contro i 310 di oggi, e rischierebbe di perdere il governo.

L’ultima simulazione di Demopolis

Ma allora dove corre Renzi? L’ansia da elezioni del ragazzo di Rignano si spiega solo parzialmente con il desiderio di tornare a sedere sulla poltrona dalla quale si è volontariamente alzato dopo il referendum. C’è di più. Si intravvede nel disegno renziano la voglia inconfessabile di distruggere quel poco che è rimasto del partito, costringendo la minoranza alla scissione. Non è solo la rivincita, quella che Renzi cerca. E’ la vendetta biblica, la cintura esplosiva, il colpo del kamikaze. La rivalsa contro quella parte del Pd che si è rifiutata di seguirlo nell’avventura del referendum e alla quale, rabbiosamente, cerca adesso di addossare la responsabilità della sconfitta.

Massimo D’Alema

La chiamata alle armi di Massimo D’Alema, che sabato ha per la prima volta evocato con chiarezza la possibilità di una scissione della parte del Pd che ha votato No, è la conseguenza logica di questa deriva renziana. D’Alema ha aperto una breccia, ma non è detto che debba finire così, non siamo ancora a questo. Gli uomini e le donne del Partito Democratico hanno ancora la possibilità di salvare il salvabile. Si sveglino dal torpore, però, anche quelli che hanno votato Sì. Pretendano con forza la convocazione di un congresso, chiedano in maniera intransigente che si rimetta in discussione la leadership, che si tracci insieme una proposta di governo nuova, in grado di resuscitare un partito allo stremo.

Si dia vita ad un confronto vero, profondo, doloroso, che rimetta insieme i cocci e faccia ritrovare il bandolo della matassa perduto. E, soprattutto, si trovi nel partito energia nuova, che lo metta in grado di tornare a parlare con le nuove generazioni, quelle che con Renzi hanno rotto, votandogli contro. E’ tempo di ridare speranza ai ragazzi sfiduciati e ai cinquantenni disoccupati, di dare risposte concrete e realistiche a chi da tempo non ne ha più e le cerca nel populismo o si rifugia nell’astensione.

Il tempo è poco, ma non pochissimo: un anno. Se si lascia lavorare Gentiloni, se si portano in Parlamento idee di buon senso e le si approva, compresa una buona legge elettorale concordata con le opposizioni, se si mette in piedi un congresso vero, se le migliori energie del Pd si faranno avanti per vincerlo e restituire alla comunità del centrosinistra il senso della propria missione politica, se si ricomincerà a includere gli esclusi, se si riprenderà a produrre idee e non più solo slide, forse non tutto sarà perduto.

QUALCUNO DICA A RENZI CHE HA PERSO

Dunque, dopo essere usciti stremati da un anno di campagne elettorali, ora rischiamo di vedercene subito inflitta un’altra. La preoccupante prospettiva emerge a sorpresa al’indomani della bruciante sconfitta di Matteo Renzi al referendum sulla riforma costituzionale. Le cronache dicono infatti che Renzi, nonostante i toni drammatici dell’altra notte (“me ne vado senza rimorsi”, “la poltrona che salta è la mia”) non abbia nessuna intenzione di lasciare palazzo Chigi e che, pur di tentare un’improbabile rivincita, o di far morire Bersani con tutti i filistei, sia deciso a riportare a stretto giro l’Italia alle urne. Nessun nuovo governo, dunque, nessun passaggio del campanello: a palazzo Chigi resterebbe lui, con un governo dimissionario. In compenso, salterebbero le Camere, sotto Natale, con elezioni a febbraio. Neppure il tempo di riprendere fiato.

Renzi nella notte della sconfitta
Renzi nella notte della sconfitta

Se davvero è questa l’idea che si fa strada nella testa del premier, sarebbe il caso che qualcuno lo inducesse con garbo a pensarci bene.  Qualcuno dovrebbe spiegargli che domenica 4 dicembre ha perso, e ha perso di brutto. Qualcuno dovrebbe rammentargli che aveva già perso in giugno, alle elezioni amministrative, e anche lì aveva perso di brutto. Qualcuno dovrebbe gentilmente ricordargli che siamo in campagna elettorale dall’inizio dell’anno, con le primarie Pd per i sindaci, e poi le Trivelle, e poi due turni di Amministrative, e poi il referendum. Undici mesi di campagna allungati oltre misura perché lui ha voluto imporre al Paese la data più lontana possibile, il 4 dicembre, per tentare di vincere un referendum che non poteva che perdere e che si poteva tranquillamente fare in ottobre.

Ora basta. Queste campagne hanno sfiancato gli elettori, li hanno messi uno contro l’altro, hanno avvelenato il clima e i rapporti, anche personali.  E soprattutto: hanno paralizzato l’Italia. Tutto fermo, tutto bloccato in attesa del risultato. Non se ne può più di questo gioco al massacro sulla pelle del Paese, di questo film “Renzi contro tutti”, che somiglia sempre di più ad un suicidio collettivo di una setta.

Qualcuno glielo dica, perché, se davvero pensa di poter tentare una rivincita a febbraio, è chiaro che Renzi ha smarrito il contatto con il Paese che governa, non si capacita della sconfitta, non la vuole ammettere, è pienamente nella fase della negazione. Qualcuno gli dica che quando si perde ripetutamente, poi si sta fermi un turno.

Il dramma è che neppure quelli intorno a lui sembrano in grado di aiutarlo e insistono a dargli consigli sbagliati. Basta leggere quello che twitta Luca Lotti, braccio destro del premier, che dopo la sconfitta vorrebbe intestare a Renzi il 40% preso dal Sì, quando sa benissimo che si tratta di una semplificazione ridicola e contraria alla logica. Come se Cameron, dopo aver perso sulla Brexit, avesse sostenuto di avere il 48%.

Il tweet di Luca Lotti
Il tweet di Luca Lotti

Se Renzi non accetterà di farsi da parte e di dar tregua al Paese, almeno per un anno, permettendo alla Legislatura di proseguire, torneremo al clima avvelenato dei giorni scorsi, alle accuse reciproche, alle divisioni fra buoni e cattivi, all’occupazione ossessiva e sistematica di programmi televisivi per ripetere quanto è buono e quanto è bravo questo governo, alle piazze precettate. Un incubo. Un tormento che il Paese non può reggere senza rischiare il collasso.

Si dirà: ma se il Pd accetta di fare un governo per un anno, poi vince Grillo. Ma si dimentica che Grillo vincerebbe anche a febbraio e che comunque il campione mondiale nella disciplina di regalare a Grillo amministrazioni a maggioranza Pd è proprio Matteo Renzi. Si guardi alle ultime Amministrative, in particolare a cosa fece a Roma, dove costrinse 19 consiglieri comunali a dimettersi in blocco, illudendosi di far eleggere sindaco il fedelissimo Giachetti. Un disastro, che fece perdere al Pd sindaco, giunta e municipi e spalancò le porte della Capitale alla Raggi.

Oggi Renzi sta chiedendo sostanzialmente ai deputati e ai senatori del suo Partito di fare come quei 19 consiglieri romani del Pd. Siamo sicuri che sia il caso? Non sarebbe meglio approfittare di questo anno di Legislatura per rimettere insieme i cocci frantumati del centrosinistra e ritrovare l’unità perduta? Non sarebbe meglio se Renzi, che ha diviso così profondamente il Pd e lo ha portato a così tante sconfitte, facesseun passo indietro e tornasse a dare una mano nelle secone file? Certo, la partita con Grillo è messa male, forse è troppo tardi per recuperare da qui al 2018, ma non varrebbe la pena tentare di ritrovarsi, invece di dividersi ancora e affidare tutto, ancora una volta, a quello che doveva vincere sempre e che invece sempre perde?

Tutto si deciderà in questi giorni. I luoghi-chiave dello psicodramma renziano sono tre: il Quirinale, il Parlamento e il quartier generale del Partito Democratico. Alla presidenza della Repubblica siede forse l’unica persona davvero saggia che abbiamo nelle Istituzioni: Sergio Mattarella. Non abbiamo motivo di dubitare della sua saggezza e del suo equilibrio, ma dovrà faticare non poco a far ragionare gli animi esagitati di chi ha vinto e soprattutto quelli di chi ha perso.

Renzi e Mattarella
Renzi e Mattarella

In Parlamento ci sono i gruppi di deputati e senatori. A loro spetta individuare una maggioranza che consenta il varo di un governo che permetta all’Italia di attraversare il 2017 senza gettarsi in una nuova devastante campagna elettorale.

E poi c’è il Partito Democratico, la cassaforte di voti e di parlamentari che consente a Renzi, nonostante le tante disfatte, di continuare a dare le carte. E’ lì che si capirà se il segretario tiene ancora in pugno le sue truppe, se gode ancora dell’appoggio bulgaro che finora ha approvato ogni sua mossa, anche se in gran parte quelle mosse si sono rivelate fallimentari.

Per il Partito che doveva essere la casa del riformismo italiano e che è stato trasformato in questi anni in un guscio vuoto al servizio del leader è arrivato il momento della verità, di decidere se ritrovare se stesso, la propria identità, le proprie ragioni, la propria responsabilità, o accettare la logica della setta, che si suicida in massa perché il capo non vuole arrendersi alla realtà.

ORFINI, LE PRIMARIE FLOP E L’ ARROGANZA CHE HA TRASFORMATO IL PD

Dunque, per il presidente del Partito Democratico, Matteo Orfini, più della metà di coloro che votarono alle primarie del 2013 erano “truppe cammellate dei capibastone poi arrestati”. Cioè: le sessantamila persone che andarono ai gazebo tre anni fa e che quest’anno si sono rifiutate di farsi prendere in giro da queste primarie fasulle sono criminali, o mafiosi. Una dichiarazione che la dice lunga sulla statura intellettuale e politica di questo personaggio, e che conferma come il nuovo corso del Pd renziano abbia ormai preso le fattezze e i metodi dei peggiori guardiani del potere berlusconiano.

Le primarie del 6 marzo 2016 a Roma
Le primarie del 6 marzo 2016 a Roma

Dare dei mafiosi o dei collusi ad (almeno) sessantamila romani perché hanno consapevolmente e motivatamente disertato i gazebo del Pd non è solo un errore politico grossolano, ma è anche, e soprattutto, l’indice di una protervia che il PD e tutto il centrosinistra pagheranno cara. Orfini non è nuovo a questo tipo di dichiarazioni. Già di fronte al crollo delle iscrizioni al Pd, nella Roma che lui gestisce da dominus assoluto, disse sprezzante che le iscrizioni erano crollate perché lui aveva fatto pulizia. Quindi, nel suo per così dire “ragionamento”, tutti coloro che, disgustati innanzitutto da lui, hanno stracciato la tessera, erano collusi o criminali.

L'incredibile dichiarazione di Orfini, da Repubblica del 7 marzo
L’incredibile dichiarazione di Orfini, da Repubblica del 7 marzo

Ma Orfini è solo la punta di un iceberg di una miscela contagiosa di pochezza intellettuale e arroganza che ha ormai pervaso la dirigenza di quello che una volta era il partito di riferimento di tante persone per bene, costrette oggi a sentirsi dare degli amici dei mafiosi da politici di quart’ordine. Basta guardare all’Unità, il glorioso giornale che per decenni fu il centro di dibattiti seri e rigorosi, oggi tenuto in vita artificialmente solo per alimentare affannosamente lo spin renziano. La notte del 6 marzo, quando dai gazebo del PD arrivava lo sconforto dei militanti per la scarsa partiecipazione, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci metteva frettolosamente sul sito un’analisi risibile per negare il flop, dal titolo: “Il Pd ha vinto la scommessa”. Gramsci, dove sei?

Il post dell'Unità la sera del 6 marzo
Il post dell’Unità la sera del 6 marzo

A quasi dieci anni dalla sua fondazione, dopo la cura renziana, l’unica strategia di cui sembra oggi capace il Pd sembra essere la negazione dell’evidenza, con il sostegno benevolo dei media tradizionali. Guardiamo Roma. Si nega che la gestione politica da parte del Pd dell’intera consiliatura Marino è stata fallimentare. Si nega che il rapporto con gli iscritti, dall’arrivo di Orfini in poi, è stato gestito in modo arrogante e dilettantesco. Si nega che l’inchiesta su Mafia Capitale la si è subìta e che, dopo, non si è saputo dare agli elettori di centrosinistra una prospettiva ideale e politica che non fosse solo quella della chiusura dei circoli e del potere assoluto a Orfini.

Si nega soprattutto che la condotta scellerata del duo Renzi-Orfini ha ucciso lo spirito e il senso delle primarie, perché se si chiede ai cittadni di scegliere un candidato sindaco, e quel candidato vince le elezioni, poi non lo si fa fuori logorandolo per mesi e facendo infine dimettere i consiglieri dal notaio. Ed è imperdonabile come nessuna delle vicende fondamentali che hanno segnato questi mesi drammatici sia mai stata spiegata agli elettori o agli iscritti. Ogni tentativIl vicepresidente della Camera dei Deputati, Roberto Giachettio di aprire un dialogo, di chiedere spiegazioni, è stato sistematicamente soffocato in modo sprezzante, arrivando a definire le domande dei militanti delle “cazzate” (copyright, e ti pareva: Orfini).

Orfini definisce "cazzate" le perplessità espresse dagli iscritti
Orfini definisce “cazzate” le perplessità espresse dagli iscritti

Sotto il piccolo e ringhioso Orfini, protetto dal potente Renzi, il Pd romano è diventato una caserma, dove le domande non solo non sono degne di risposta, ma sono bersaglio di irrisione e di disprezzo. Si fa finta di non vedere quale lacerazione abbia prodotto la cacciata di Marino e, di fronte alle legittime richieste di spiegazioni, la risposta è sempre la stessa, ed è una non-risposta: “Marino è il passato, noi guardiamo al futuro”. E invece Marino è il presente, e lo sarà a lungo. Perché finché non scioglierà questo nodo, il Pd romano non andrà da nessuna parte. Finché non si ammetterà che il voto degli elettori romani è stato tradito in modo cialtronesco da Orfini per ordine del grande capo fiorentino, non se ne uscirà.

Va detto chiaramente: quarantamila votanti alle primarie, per Roma, è un risultato fallimentare. Con 193 gazebo, anche volendo, sarebbe stato impossibile farne di meno. I numeri sono numeri. Nel 2013, i votanti furono oltre centomila (e ci fu chi parlò di risultato fiacco). Fra l’altro, i gazebo erano decine di meno e furono aperti due ore di meno. C’è stata un’emorragia gigantesca, segno non solo di disaffezione, ma di rabbia, di risentimento, di totale incomunicabilità fra la base e il partito.

Il vicepresidente della Camera dei Deputati, Roberto Giachetti
Il vicepresidente della Camera dei Deputati, Roberto Giachetti

Ma il Pd orfinian-renziano non ascolta, vive solo di spin, di manipolazione dell’informazione. Si pensa di aver risolto i problemi perché, grazie all’ufficio stampa, si riesce a far titolare Repubblica “Affluenza in calo” e ad evitare titoli più realistici e drammatici, come “Crollo dell’affluenza”. Perché di questo si è trattato. Ci si rifugia nelle velenose e offensive allusioni di Orfini, che dà del mafioso a chi questa volta non è andato a votare, e si spaccia per genuina la vittoria di Giachetti, mandato a fare da foglia di fico di un’operazione di puro potere, alla quale purtroppo si è prestato per devozione al capo. Tutto, tranne prendere atto di una gestione che ha trasformato il Pd fin nel suo DNA, rendendolo ormai del tutto irriconoscibile.

CARO PD, MI HAI MANDATO UN’EMAIL, MA CI DEV’ESSERE UN ERRORE

Caro Partito Democratico,

Credo tu mi abbia inviato un’email per sbaglio. Mi hai scritto, a quanto pare, per invitarmi a partecipare a delle presunte “primarie” per scegliere il candidato sindaco di Roma. Che risate! Nell’email mi dici: sei tu che scegli. Ma ne sei sicuro, caro PD? A me risulta di aver già scelto il candidato sindaco, nel 2013, insieme a circa 105mila persone. Ricordi? Una mattina si misero tutte in fila ai gazebo e ti donarono due euro a testa (alcuni anche di più). Mi risulta anche che il candidato che vinse quelle primarie poi abbia anche vinto le elezioni, al primo e al secondo turno, e sia diventato sindaco.

Un gazebo del PD
Un gazebo del PD

Quindi, caro PD, che senso avrebbe rifarle, adesso, quelle primarie? Te l’ho già detto chi volevo come sindaco, e con me te l’hanno detto in tanti. Naturalmente, avendo tu delegato a noi anonimi elettori quella scelta, ti eri anche impegnato a sostenere quel sindaco, giusto? Altrimenti perché chiedermi di scegliere? Certo, magari nel frattempo è cambiato il segretario, e magari al nuovo segretario il sindaco che noi avevamo scelto non sta simpatico. Ma cosa importa? Quello era il nostro sindaco, scelto da noi romani. Quindi il nuovo segretario, per quanto spregiudicato, non poteva decidere di farlo fuori senza chiedere il nostro parere, giusto caro PD? Non è così che funziona la democrazia? Non è questo che vuol dire Partito “Democratico”?Non è questo che vuoi dire quando dici “Sei tu che scegli”?

Ignazio Marino
Ignazio Marino

Vedi, caro PD, a me non risulta che qualcuno abbia chiesto il mio parere, dal 2013 ad oggi, quindi devo dedurre che il sindaco scelto con quelle primarie, che poi vinse le elezioni, sia ancora lì e non sia stato buttato giù dai tuoi rappresentanti in Consiglio Comunale, vero?

I 19 consiglieri del PD che si sono dimessi per far cadere Marino
I 19 consiglieri del PD che si sono dimessi per far cadere Marino

Diversamente, dovrei pensare che tu, caro PD, non abbia nessuna considerazione per il mio parere e per quello di coloro che vanno a votare alle primarie. Dovrei pensare che le primarie stesse non siano altro per te che un rozzo e truffaldino modo per raggranellare qualche euro, raggirando dei poveri ingenui.
Altro che “sei tu che scegli”, caro PD. A meno che quel “tu” non si riferisca a Matteo Renzi. Ma se a scegliere è Matteo Renzi, che ci vado a fare io ai gazebo?
Per concludere, caro PD, sono certo che la tua email mi sia giunta per errore. Sai come sono queste tecnologie moderne. Se così non fosse, se davvero tu mi stessi invitando a delle nuove primarie dopo aver fatto fuori il sindaco che io avevo scelto a quelle scorse, dovrei offendermi. Perché non posso credere che, dopo avermi preso in giro una prima volta, tu abbia la faccia tosta di propormi di farmi fregare anche una seconda.

Matteo Orfini
Matteo Orfini, commissario del PD a Roma e presidente del partito

Quindi, caro PD, domenica userò i miei due euro per un cappuccino e per un cornetto alla crema. E mi metterò seduto a un tavolino, per godermi la vista di un tuo gazebo a caso, per osservare se c’è ancora chi, nonostante tutto, sia così masochista da sottomettersi ancora una volta al tuo miserabile raggiro.

Cordialmente.

CARA MINORANZA PD, CHI NON VOTA HA SEMPRE TORTO

24 novembre 2014

Il crollo dell’affluenza in Calabria ed in Emilia Romagna è figlio di molti padri, non solo delle politiche impopolari di Renzi. Si è votato solo in due regioni, senza che se ne sia parlato granché in TV, a novembre non si va a votare volentieri, ci sono stati gli scandali, si votava solo di domenica. E poi ci sono, certo, i provvedimenti sul lavoro del governo, forse necessari, come le tasse, ma certamente non elettorali.

Quello che stona sono i commenti soddisfatti della minoranza PD, che non riuscendo a battere Renzi sul campo, esulta piuttosto sguaiatamente, individuando un insolito alleato nell’astensionismo. Non è un atteggiamento maturo, andrebbe ricordato a costoro e a quanti hanno liberamente scelto di non andare a votare, che chi non vota, in democrazia, ha sempre torto.

IL MIO VOTO DA GUFO E ROSICONE PER IL PD

23 maggio 2014

Non so se arriverò in Italia in tempo per votare, domenica. In ogni caso, se a qualcuno interessa, anche stavolta voterei PD. Non perché Renzi mi piaccia particolarmente, anzi. Ma perché fra il PD e gli altri c’è un tale abisso di credibilità e affidabilità che non vedo come si possa votare diversamente.

Che io voti Renzi non è una novità. L’ho sostenuto alle primarie del 2012 e a quelle del 2013, perché avevo visto in lui l’unica svolta positiva possibile per il PD e per l’Italia, un leader vero e concreto. Ma certo stavolta lo sosterrò con meno entusiasmo e con qualche diffidenza. Non mi è infatti piaciuto come l’attuale presidente del Consiglio abbia usato il mio voto come un pugnale per far fuori Letta, atto che considero profondamente sbagliato, oltre che sleale. E non avrei voluto che sbandierasse il mio voto per imporre (senza successo, finora) le sue riforme senza discutere e senza rispetto per chi poneva obiezioni, spesso sensate.

Insomma, vedendolo all’opera, il mio sostegno per Renzi si ‘ un po’ raffreddato, anche se non è venuto meno. Ci sono cose che mi convincono e altre che non mi piacciono. Per esempio, non sopporto la pessima abitudine del presidente del Consiglio di bollare come “rosiconi” o “gufi” quelli che non la pensano come lui. In questo è molto berlusconiano e per uno come me, che Berlusconi non lo ha mai amato, neppure prima che entrasse in politica, è difficile da digerire. Inoltre, Renzi ha subìto una metamorfosi forse inevitabile, ma molto sgradevole, da quando è a palazzo Chigi. Da monello impertinente e velocissimo è diventato sempre di più uomo di potere. Per il momento mi sembra un fenomeno ancora controllabile, ma ci sono chiari segni di un successo troppo rapido.

Come segretario del PD Renzi ha fatto cose positive. Intanto ha dato al partito un leader, il che non è secondario. Chi l’aveva preceduto è persona di grande spessore e dignità, ma aveva lasciato un partito depresso e frustrato (e non parlo di Epifani). Renzi ha dato alla sinistra una direzione e ha trasmesso motivazione. E’ persino riuscito ad ammorbidire in parte coloro che dentro al partito lo osteggiavano, sopportando e a volte meritandosi un’acrimonia riservata in precedenza solo a Berlusconi e prima ancora a Craxi.

Come premier ho qualche dubbio in più. Temo che quello degli 80 euro sia uno spot elettorale che avrà scarsi effetti sulla ripresa, costi alti e coperture dubbie. Quindi mi iscrivo da solo, prima che lo facciano altri, al partito dei “gufi” o dei “rosiconi”, a scelta. Le slide vanno bene, la comunicazione è importante, ma mi pare si sia fatto un uso eccessivo di espressioni come “svolta storica”. La riforma elettorale approvata alla Camera è appena migliore del Porcellum, e fra l’altro sembra in gravi difficoltà. La riforma del Senato, inoltre, mi pare confusa, contraddittoria e poco utile. Le altre riforme le valuteremo, per ora sono solo slogan.

Ovviamente, Renzi agisce nelle condizioni date e fa quello che può. Ma questo valeva anche per Letta, quindi tutta questa fretta nel piazzarsi a palazzo Chigi alla guida di una maggioranza disomogenea io non l’ho capita. E’ vero che, al momento del “letticidio” la popolarità di Letta stava rapidamente scemando, ma è anche vero che la responsabilità di questo era anche dello stesso Renzi, il quale, appena eletto segretario del PD, aveva preso a cannoneggiare il governo in modo scientifico, in questo ricordando il peggiore D’Alema. Comunque, il passato è passato. Ci ho messo un po’ a digerire il letticidio, ogni tanto mi si ripropone come i peperoni, ma me ne sono fatta una ragione. Adesso si vota e c’è poco da recriminare.

Un’occhiata rapida alle alternative. Quanto basta per dire che, mai come questa volta, sono pessime. Grillo mi pare accecato dal rancore, con una gran confusione in testa. Non sarebbe in grado di amministrare neppure una bocciofila. Ma peggio di lui sono i suoi candidati, di una pochezza impressionante, pari a quelli che ha mandato in Parlamento. Berlusconi non l’ho mai votato, per motivi talmente ovvi che mi sono stancato persino di ripeterli. Il nuovo centrodestra non ha alcuna credibilità, la lista Tsipras è il solito esercizio nostalgico e vuoto. I fascisti e la Lega non li voglio neanche sentir nominare. Il non-voto per me non è mai stata un’opzione e lo considero un insulto a quanti hanno sacrificato la propria vita per mettere su uno straccio di democrazia in Italia.

Quindi PD, sempre PD, con i soliti dubbi e distinguo. Perché a noi che pendiamo (e spesso perdiamo) a sinistra dubbi e distinguo piacciono sempre molto. Siamo tutti gufi e rosiconi, noialtri, in fondo.