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SERGIO #STAINOSERENO

L’Unità muore lentamente, malinconicamente, abbandonata invenduta sui marciapiedi vicino alle edicole, o davanti ai cancelli della Leopolda. Non c’è posto sul mercato, per un giornale che prima di aver perso i lettori ha perduto le idee, svuotato di ogni linfa da un Partito Democratico diventato una macchina da retweet. Non c’è posto per le critiche, dove le critiche non sono ammesse, non c’è posto per riflettere sulle vittorie e soprattutto sulle sconfitte, dove la riflessione è vista come un tradimento, dove chi propone un’analisi è un “gufo” e va pertanto zittito. Non c’è posto per l’Unità dei bei tempi, che non piacerebbe al partito, né per quella di oggi, che non interessa i lettori.

Il povero Sergio Staino, la sua storia, la sua dignità, bruciano nella fornace del renzismo, che non si è fatto scrupoli di usare il mobilio nobile della sinistra come combustibile di basso prezzo per alimentare il fuoco fatuo della propaganda. Le copie del giornale, esangue e scolorito da tempo, hanno vagato per mesi per i circoli del partito, alla ricerca disperata di lettori, ma hanno trovato i cancelli chiusi, le finestre sbarrate, la luce staccata, le bollette non pagate, i microfoni rotti. Le pagine che per quasi cento anni hanno parlato a un popolo non hanno più quel popolo, soppiantato dall’intolleranza neo futurista dei cultori dell’infallibilità renziana, che leggono poco, ma pretendono da chi scrive solo approvazione. Gente che recita ai microfoni dichiarazioni dettate tramite Whatsapp, che acclama il capo e delegittima il dissenziente, gente che non tollera la dialettica e quindi non produce idee.

I cancelli della Leopolda

Struggente per la sua ingenuità l’immagine del direttore Sergio Staino, bloccato lo scorso novembre agli ingressi della stazione Leopolda di Firenze, dove arrivò speranzoso con qualche centinaio di copie del giornale, mentre dentro il Capo parlava alle moltitudini. Fa tenerezza pensare a questa anziana bandiera critica della sinistra, voluta impropriamente direttore, che mette idealmente il fratino dello strillone, in un tentativo impossibile di incontrare i lettori, di aprire un dialogo, di fare banalmente “promozione”. E fa male pensare ai cancelli che si chiudono, ai ragazzi del servizio d’ordine leopoldino che non sanno neanche chi sia, Staino, agli “ordini superiori” che non consentono, alle copie del giornale che restano a inzupparsi nella pioggia, ancora legate e incellofanate. E si prova solidarietà per il direttore, grande vignettista del tempo che fu, che resta lì, a bagnarsi ancora un po’, frustrato e infreddolito, mentre il frastuono delle ovazioni arriva come un’eco lontana dall’interno della stazione.

Oggi Staino affonda dignitosamente con tutta la nave, mentre l’ultimo SOS a Renzi risuona nel vuoto. Le copie invendute vanno al macero, la redazione affronta l’ennesima crisi, si cercano altri soldi, altri imprenditori disposti a rimetterci per tenersi buono l’uomo più potente d’Italia. Il nodo di un giornale che doveva essere l’anima della sinistra viene al pettine di un Partito Democratico che ha perso l’anima. Se non c’è anima non ci sono idee, se non ci sono idee non c’è confronto, e se non c’è confronto non c’è un giornale.

Il racconto di Staino

Eppure i lettori ci sono, sono lì, fra il popolo della sinistra italiana, quello che si aggira smarrito in questi tempi strani, che non ha assorbito la scossa tellurica del renzismo e che si è spaccato in mille pezzi, fuori e dentro il Pd. Sono loro, i potenziali lettori, quelli che cercano le riflessioni di cui hanno bisogno su Repubblica, sul Manifesto, sul Fatto Quotidiano, persino sui blog, su Facebook, su Twitter. Non sull’Unità, che non intercetta il dibattito sul disastro dell’Italicum, sui licenziamenti di Almaviva, sulla batosta delle Amministrative, sul crollo degli iscritti, sulle forzature del Jobs Act, sull’Alitalia, sulla legge Madia.

E fallisce clamorosamente la partita del referendum costituzionale, che lascia dietro di sé macerie fumanti, rancori e voglia di rivalsa, ma non genera analisi né riflessioni fra le colonne vuote del glorioso quotidiano. L’Unità non è più il luogo dove discutere, dove disapprovare abbia la stessa dignità di approvare. Le domande su chi siamo e dove andiamo sono uscite da tempo dalle sue pagine, parcellizzandosi in mille luoghi. I lettori si sono allontanati ormai, sfiduciati, divisi, isolati, arrabbiati. Il loro giornale di un tempo resta lì, abbandonato sul marciapiede, davanti al cancello della Leopolda, battuto dal temporale.

LA LEOPOLDA IN CRISI DI IDENTITÀ: COSA SIAMO DIVENTATI?

Vista da fuori, la Leopolda 2016 terminata domenica scorsa, ha dato l’idea di una riunione con poca allegria e molta rabbia, in un’atmosfera cupa e preoccupata. Barricati dentro la vecchia stazione, mentre fuori i poliziotti in assetto anti-sommossa tenevano lontani i manifestanti e l’Arno si gonfiava minacciosamente, i seguaci della confessione renziana celebravano come ogni anno il rito dell’apoteosi del Leader, ma stavolta era diverso. Le urla assordanti dalla platea erano più arrabbiate, come a volersi sfogare e rassicurare al tempo stesso, mentre da più di un intervento emergeva per la prima volta un certo smarrimento, un’inquietudine indefinibile, la cifra della solitudine di un gruppo di oltranzisti che si accorge all’improvviso di essersi messo contro tutti e che si trova oggi, di conseguenza, tutti contro. L’ubriacatura di entusiasmo, di speranza, di fiducia allegra delle Leopolde precedenti sembravano quest’anno vecchie foto sgranate, corrose dal tarlo della paura.

Scontri a Firenze nei giorni della Leopolda
Scontri a Firenze nei giorni della Leopolda

Paura di perdere, certo. Ma soprattutto paura di aver sbagliato qualcosa di rilevante, di essersi isolati, di aver cacciato, deriso, irriso, escluso, tradito troppo, pur di affermarsi, prendere il potere, occuparlo e consolidarlo. Paura di aver ecceduto nel boicottare, nell’ingannare, nel colpire alle spalle sistematicamente tutti coloro che sono stati giudicati non funzionali alla progressione renziana. Paura di aver aperto la porta ad alleati magari utili, ma discutibili. Paura della solitudine.

Volontari alla Leopolda
Volontari alla Leopolda

Eppure, fra i volontari intervistati dalle TV si mostrava anche una forte determinazione ad andare avanti lo stesso, ad ogni costo, anche a costo di andare a sbattere. Perché la Leopolda ormai, per alcuni, più che un’idea è una religione. L’unica scelta concepibile è credere, l’infallibilità di Renzi è un dogma e chi non accetta questo o se ne va da solo o deve essere cacciato. Per questo in questi anni se ne sono andati in tanti, con il risultato di aver lasciato intorno al leader di Rignano gli opportunisti, i carrieristi e i fanatici del renzismo, rimasti soli a gridare “Matteo, Matteo”, per poi trasformare il grido in “Fuori! Fuori!”, rivolto a chi si ostina a rifiutare la conversione, e tuttavia non sloggia dal Pd renziano.

Gli interventi di quest’anno, al netto dell’entusiasmo di facciata, sono sembrati dominati da una vertigine. Come se si fosse sul ciglio del burrone, pronti a gettarsi al comando del leader, ma con una crescente paura del vuoto. Fra le righe si avvertiva nettissima una incipiente crisi di identità. Chi siamo? Cosa stiamo facendo? Cosa siamo diventati? Oscar Farinetti, imprenditore super-renziano, avvertiva: “Dobbiamo tornare ad essere simpatici. E dobbiamo imparare a parlare ai giovani”. Massimo Recalcati, psicanalista di fama, lanciava un chiaro allarme, parlando di un Renzi percepito come “il volto grigio del potere, il burocrate, l’espressione del sistema”. E metteva in guardia sull’immagine del movimento renzista, diventato nella percezione collettiva un gruppo “di uomini del dossier, di figure grigie, spente, assimilate al sistema”.

leopolda2016-farinetti
Oscar Farinetti

Dalle parole di Farinetti e Recalcati, che pure sono grandi sostenitori di Renzi, traspariva chiarissima la frustrazione crescente per non essere diventati quello che si voleva diventare. Il timore di aver imbarcato molti mestieranti della politica e perso per strada molti idealisti. Negli interventi meno ripetitivi e banali si leggeva il disagio di una trasformazione genetica progressiva che forse si è fatto finta di non vedere per troppo tempo e che adesso appare irreversibile. Dietro gli applausi si scorgeva l’imbarazzo per aver voluto e imposto politiche difficilmente compatibili con l’idea di sinistra, come l’abolizione della tassa sulla casa anche ai ricchi, l’aumento della soglia del contante, la riduzione delle garanzie per i lavoratori (Jobs Act), la contestata riforma della Scuola, l’eliminazione delle rappresentanze sindacali dai percorsi di definizione delle politiche del lavoro, l’introduzione sregolata dei voucher, i 500 euro anche ai rampolli diciottenni delle famiglie benestanti e così via. Chi siamo, cosa stiamo facendo, cosa siamo diventati?

Massimo Recalcati
Massimo Recalcati

Fra un intervento e l’altro, il popolo della Leopolda si guardava intorno e non vedeva altro che un muro: il muro altissimo e impenetrabile che il renzismo ha costruito mattone dopo mattone in questi anni e dietro il quale sembra essersi adesso arroccato e isolato. Per partecipare alla Leopolda, diceva Renzi nel suo discorso finale, “basta mandare un’email”. Il che è tecnicamente vero: in fondo, “Basta un’email” è come dire “Basta un Sì”. Ma quanta parte di se stessi, della propria storia, delle proprie idee bisogna lasciare fuori dal tempio del renzismo per mandare quell’email, per pronunciare quel “Sì”, per svestirsi della propria identità ed essere ammessi alla Corte, iniziati alle cerimonie e partecipare ai riti della Leopolda? Quanto costa unirsi al coro che gridava alla minoranza“Fuori! Fuori!”?

Quel grido osceno durante il discorso di Renzi, giustamente, ha fatto notizia. In quel grido c’era tutta la frustrazione, tutta la rabbia repressa di un popolo che pensava di essere amato e che scopre di essere detestato da una parte forse non indifferente della comunità alla quale appartiene. Questo manda a monte i piani, perché il dissenso non è previsto dal renzismo, il dubbio neppure, persino l’indifferenza è inaccettabile. Bisogna credere, obbedire e combattere. Chi non crede, chi non obbedisce diventa la causa e non il sintomo, e deve essere rimosso. La Leopolda, nella logica del renzismo, non è una parte: è il tutto. E quindi la corrente renziana del Pd diventa tutto il Pd, chi non si adegua si tolga di mezzo e faccia largo.

25/10/2013 Firenze, Matteo Renzi arriva alla ex stazione Leopolda per la convention Leopolda 13. Nella foto Matteo Renzi sul palco per il collegamento con la trasmissione televisiva Otto e Mezzo
Matteo Renzi

“Io sono convinto di vincere”, ripeteva Renzi, pensando al referendum del 4 dicembre. Di fronte ai sondaggi che lo danno perdente diceva: “A me piace ricordare i sondaggi delle Europee del 2014, quando mi davano testa a testa con Grillo e invece abbiamo vinto 40 a 20. Ricordate?”. Sì, Matteo, ricordiamo. Ma il Renzi sudato e rabbioso di oggi che evoca il Renzi che cavalcava trionfante verso la vittoria del 2014 non è lo stesso. Come una vecchia star che non sembra in grado di azzeccare più un film, e che ricorda i fasti gloriosi di una volta, il premier si ostina a ripetere se stesso, suscitando sempre meno entusiasmo, mentre intorno il mondo cambia.

I tempi del 40 per cento sembrano lontani e, soprattutto, le condizioni sono cambiate, l’Italia è già cambiata. Non solo: i renziani sono diventati nell’immaginario collettivo, per loro stessa ammissione, “antipatici” e “grigi burocrati”. Hanno ridotto drasticamente il loro consenso a sinistra, senza guadagnare granché altrove. E ciò che è più grave è che, in questi due anni, hanno smarrito quella carica di speranza e di entusiasmo che aveva generato quasi naturalmente il 40 per cento delle Europee.

Contestazioni fuori dalla Leopolda
Contestazioni fuori dalla Leopolda

C’è poi un altra considerazione che dovrebbe agitare e forse agita il sonno dei renziani. Mentre Renzi parlava dal palco e fuori la pioggia picchiava sulla Leopolda, chissà se ai presenti è balenato il dubbio atroce che tutto lo sforzo fatto per modificare la Costituzione repubblicana, tutte le lacerazioni interne alla sinistra, le liti sanguinose, le accuse reciproche, alla fine non serviranno ad altro che a preparare il terreno per la vittoria del Movimento Cinque Stelle. Perché dopo il referendum ci saranno le elezioni e i sondaggi parlano chiaro: il Pd renziano perde terreno, mentre il Movimento Cinque Stelle guadagna punti ed è ormai il primo partito. E’ stata messa nel conto questa ipotesi? E si è pensato che con la riforma Boschi la vittoria di Grillo sarà incontenibile, mentre con l’attuale Costituzione potrebbe essere almeno gestibile? Non saremo di fronte ad un altro “capolavoro”, come quello compiuto a Roma, dove vennero cacciati sindaco, giunta e presidenti di municipio del Pd, regalando la capitale ai Cinque Stelle? Chi siamo, cosa stiamo facendo, cosa siamo diventati?

Un recente sondaggio di TgLa7

Così, le luci si spengono sulla Leopolda 2016, e sugli schermi scorrono le immagini del popolo renziano che lascia la vecchia stazione fiorentina con l’aria inebriata, la voce consumata dalle grida contro la minoranza e gli occhi stanchi. Tutti insieme verso l’ultima grande scommessa del leader. Nella convinzione ormai consolidata che il referendum del 4 dicembre sia quello che molti hanno capito da tempo: un referendum non solo sulla Costituzione, ma anche e forse soprattutto su Renzi e sul renzismo, e quindi su loro stessi, sulle loro scelte di questi anni. Renzi e il renzismo, e quindi anche loro, si giocano tutto, in una gara dove, temono in molti, si perde se si perde, ma si perde anche se si vince. Ma bisogna andare avanti, il punto di non ritorno ormai è alle spalle. Avanti a testa bassa, senza fermarsi, senza rispondere alle domande che sembravano risuonare ostinatamente nel chiasso dei banchi della Leopolda: chi siamo, cosa stiamo facendo, cosa siamo diventati?