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SALVARE IL PD

Le eventuali dimissioni di Matteo Renzi da segretario del Pd sono condizione necessaria, ma non sufficiente, ad impedire l’autodistruzione del principale partito del centrosinistra, e a garantirgli una chance di ripresentarsi competitivo alle prossime elezioni. Andrà quindi accolta con sollievo, se sarà confermata, la scelta che Renzi sembra intenzionato ad annunciare lunedì in Direzione, perché consentirà l’apertura di un processo lungo e difficile, che dovrà partire dai livelli più periferici di quello che resta del Pd e arrivare fino alla scelta di un nuovo segretario.

Purtroppo, lo stesso Renzi non sembra intenzionato a favorire questo processo. Nonostante l’evidente fallimento della sua prima esperienza da leader, nonostante la bocciatura inequivocabile dell’architrave della sua proposta politica al referendum del 4 dicembre, nonostante abbia snaturato il partito, lo abbia sottoposto a tensioni insopportabili, abbia causato la caduta di un presidente del Consiglio del calibro di Enrico Letta, nonostante una impressionante emorragia di iscritti e di elettori, Renzi sembra intenzionato ancora una volta ad utilizzare il Pd come sgabello per arrivare a palazzo Chigi, salvo poi abbandonarlo a se stesso, come fece l’ultima volta.

Il segretario del Pd, Matteo Renzi 

Le dimissioni, nelle intenzioni di Renzi, rischiano di essere dunque solo un espediente tattico, un modo per accelerare la conta interna, nella speranza di cogliere i suoi tanti avversari impreparati e divisi ed ottenere in contropiede una nuova investitura, magari provocando ancora una volta la caduta di un presidente del Consiglio del Pd (Gentiloni, stavolta) e forzando la mano al presidente della Repubblica per andare a votare in giugno.

Tutto questo, tuttavia, per quanto sia probabilmente vero, non deve spaventare chi, in questo momento, ha il dovere di tentare di salvare il Pd. Renzi è furbo, ma è anche molto confuso, e non è detto che il suo piano riesca. Dal giorno della sconfitta al referendum, ha cambiato idea, strategia e tattica praticamente su tutto, più di una volta. Stenta a ritrovare il bandolo della matassa, non sa da che parte ricominciare, alterna minacce a disinteresse, ultimatum ad aperture. E’ debole, anche se in pubblico ostenta la solita sicurezza. E’ circondato da gente che, appena gli volta le spalle, scuote la testa, come per dire: “E’ impazzito”. I suoi alleati gli girano intorno come degli squali, in attesa di azzannarlo.

Dario Franceschini

A conferma della sua debolezza, basti notare che, dalla notte del 4 dicembre, Renzi non ha fatto altro che inanellare una serie molto lunga di nuove sconfitte. La prima si chiama Paolo Gentiloni. Renzi dopo il referendum non voleva che si facesse un altro governo, voleva restare dimissionario a palazzo Chigi e andare dritto al voto. Ricordate l’ultimatum “O ci stanno tutti o il Pd non farà parte di alcuna maggioranza e si andrà a votare”? Nessuno gli rispose, gli alleati fecero finta di non sentire, le opposizioni rimasero opposizioni, il presidente della Repubblica fece il suo lavoro e Renzi fu costretto a passare il campanello al suo ministro degli Esteri.

Paolo Gentiloni e Matteo Renzi

Poi ci fu la proposta quasi ultimativa di tornare al “Mattarellum”, il sistema elettorale in vigore dal 1994 al 2005. Anche qui, nonostante l’appoggio della minoranza interna, molte porte in faccia. Stesso discorso per il tentativo di estendere al Senato il cosiddetto “Consultellum”. Intanto, mentre la Corte Costituzionale faceva a pezzi l’Italicum, la legge elettorale voluta a tutti costi dal ragazzo di Rignano, fallivano tutti i tentativi dello stesso Renzi di fissare una data per la caduta di Gentiloni ed il ritorno alle urne: a febbraio, poi ad aprile, a giugno, a settembre…

Ogni giorno i retroscena raccontavano di un foglietto poggiato sulla scrivania di Renzi, con una data cerchiata in rosso: “ecco, in esclusiva, la data fissata da Renzi per le elezioni”. Peccato che quella data cambiasse ad ogni articolo, mentre i foglietti si accumulavano sulla scrivania dell’ex premier ed i ministri Calenda, Franceschini, Alfano, diversi parlamentari della maggioranza e persino l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, un tempo alleato di Renzi, si schieravano più o meno apertamente contro le elezioni anticipate.

Giorgio Napolitano

Poi c’è stata la storia quasi comica della nuova segreteria del Pd, che per settimane i giornali ci hanno raccontato come imminente e ricca di novità, come se si trattasse di un nuovo governo del Paese. Ma Renzi ha ricevuto solo tantissimi “No”, e la nuova segreteria è ancora quella vecchia.

In questo contesto, arrivava da Bruxelles la nota che ci impone di correggere i nostri conti, pena una procedura di infrazione che avrebbe effetti molto gravi sulla nostra reputazione e sulla nostra economia. Quello che l’Unione Europea ci ha mandato è un po’ come il conto del ristorante, peccato che arrivi dopo che colui che aveva ordinato caviale e champagne se n’è andato, lasciando i commensali Gentiloni e Padoan al tavolo. Da Pontassieve, Renzi manda ora messaggi al premier, intimandogli di non pagare, ma intanto Padoan ha già preparato le tabelline e messo mano al portafogli. Perché sa, Padoan, che non si può prendere in giro l’Unione Europea. Ché se si chiedono cinque miliardi di flessibilità per il terremoto e poi se ne spendono 1,6, il resto va restituito.

Pier Carlo Padoan, Ministro dell’Economia

Renzi si presenta dunque alla Direzione di lunedì in una condizione di grande debolezza ed in uno stato psicologico particolarmente pesante. Il passo indietro, se davvero lo farà, sarà un arretramento tattico, un segno di difficoltà. Difficilmente perderà la sua baldanza, certamente ostenterà quel sorriso forzato che in occasione di altre sconfitte ha messo su, davanti agli obiettivi, per mascherare la rabbia. Farà la faccia feroce, lancerà la sfida al resto del partito, ammonirà, come ha già fatto, che poi chi perde dovrà stare alle regole di chi vince.

Michele Emiliano e Roberto Speranza

E’ necessario quindi mantenere la lucidità e raccogliere questa difficilissima sfida senza paura. Renzi è ancora molto forte, in questi anni è stato abile nel costruire un sistema di consenso solido ad ogni livello: dal centro ai territori. Certamente, nonostante i risultati deludenti al governo e fallimentari al partito, parte favorito. E fra l’altro, se si dimetterà, le redini del partito e del congresso resteranno comunque nelle mani di due suoi pretoriani di prima scelta, come Matteo Orfini e Lorenzo Guerini, che faranno di tutto per rendere la vita difficile a chi si candiderà contro di lui.

Renzi guida però un Pd  svuotato e sfiduciato, fatto di circoli spesso disabitati e silenziosi, fatto di una base con un’età media molto alta, anch’essa disorientata dalle scelte neo-centriste del segretario. Ci sono migliaia di iscritti e milioni di elettori in fuga. C’è lo spazio per ribaltare questa situazione.

Pierluigi Bersani

Ma il tempo è poco. E’ necessario che l’operazione “#RetakePD” parta subito. Occorre che tutte le donne e gli uomini di buona volontà che stanno nel partito si diano subito da fare. Non c’è tempo per i padri nobili che non vogliono sporcarsi le mani, né per i king maker. Bisogna uscire di casa, esporsi in prima persona, andare in tutti i circoli, in tutta Italia, creare un movimento interno al Pd che guardi al futuro, che racconti perché finora si è sbagliato e spieghi perché le idee di sinistra torneranno al centro della politica del Pd e aiuteranno finalmente gli esclusi di questo Paese a ritrovare motivazione, convinzione, stabilità, benessere, orgoglio di far parte della propria comunità. L’attività di queste settimane di Roberto Speranza, di Michele Emiliano, di Massimo D’Alema, di Enrico Rossi, di Gianni Cuperlo lascia ben sperare.

Andrea Orlando

Ma bisogna identificare presto una leadership, senza sgambetti, senza tatticismi. Non ci si può presentare contro Renzi in sette, perché si perde. Chi ha più carte da giocare si faccia avanti: Bersani, Franceschini, Emiliano, Orlando, D’Alema, Speranza, Rossi, Cuperlo e tutti gli altri. Ci si sieda intorno ad un tavolo e si individui il candidato segretario che correrà contro Renzi al congresso, uno solo. Un candidato vero, però, non un fantoccio. Poi, si faccia gioco di squadra dietro quel candidato, gli si stia vicino, si chieda conto pubblicamente a Renzi delle sue politiche sbagliate, dei suoi troppi errori, delle politiche fallimentari che hanno portato il partito a sconfitte storiche. Si dia al popolo smarrito del Pd, compresi i renziani delusi,  un approdo, una prospettiva. Si superino le divisioni, che sono inevitabili, e si lavori insieme per voltare definitivamente la pagina del renzismo che da troppo tempo corrode pericolosamente le fondamenta di questo giovane partito.

ROMA: GENTILONI TENDA LA MANO ALLA RAGGI

Forse per la prima volta da quando fu eletta, appena sei mesi fa, Virginia Raggi l’altro giorno è riuscita senza volerlo a rappresentare fedelmente lo stato in cui versa la città di cui è sindaca. Sola, in un salone del Quirinale, magra e depressa, circondata da un vuoto di diffidenza e antipatia, mentre intorno i potenti d’Italia le davano le spalle, confabulavano, ridevano fra loro, ignorandola platealmente. Un messaggio chiarissimo.

Vedere quelle immagini non può che provocare una pena profonda e un profondo allarme. Non per la Raggi, che sconta il suo rifiuto di cercare un dialogo con le Istituzioni, ma per Roma. Roma è sola, come la Raggi in quel salone. Ma Roma da sola non ce la può fare. Non ce la farebbe neppure se avesse come sindaco Anne Hidalgo, o Rudolph Giuliani, o Luigi Petroselli. E non ha nessuno di questi tre. Roma è in piena agonia, le sue condizioni sono sempre più preoccupanti. Il fallimento è alle porte e continuare a chiudersi in se stessi e a prendersela con le amministrazioni precedenti, come fanno i grillini, non serve. Né serve continuare a irridere l’amministrazione attuale, come fanno quelli delle amministrazioni precedenti. Tutto questo è semplicemente infantile, stupido, immaturo e soprattutto inutile.

La situazione è drammatica. L’assessore Paolo Berdini, responsabile dell’urbanistica, ha detto in TV che senza l’intervento del governo, la Giunta sarà costretta a chiudere in marzo le due principali linee della metropolitana, la A e la B, che sono ormai fuori norma per carenza di manutenzione. E’ chiaro che questo non può accadere, sarebbe la paralisi della città. Servono circa cinque miliardi, per questa e altre emergenze, dice Berdini. E quei soldi nelle casse di Roma non ci sono. Eppure, non risulta che il governo abbia fatto commenti a queste affermazioni.

L’assessore all’Urbanistica della Giunta Raggi, Paolo Berdini (ansa)

Intanto, il Bilancio comunale è in alto mare, bocciato dall’organo tecnico di controllo, con il rischio, che è ormai una certezza, di cominciare l’anno  al buio. L’AMA, che si occupa di rifiuti e ambiente, ha visto la caduta per mano giudiziaria dell’assessore Paola Muraro, oltre a ricambi continui di vertici, con il conseguente susseguirsi di strategie-tampone. Tutto questo non potrà che portare presto ad una nuova emergenza rifiuti, mentre le buste maleodoranti già traboccano minacciose dai cassonetti e il Natale promette nuove tonnellate di mondezza da smaltire.

Cassonetti pieni a Roma

L’Atac, oltre agli interventi per la metro, ha bisogno di rimettere in strada centinaia di autobus rotti per i quali mancano pezzi di ricambio, mentre cittadini e turisti aspettano a lungo alle fermate e prendono d’assalto i pochi autobus in circolazione. Intanto, gli sponsor fuggono e la città deve subire l’umiliazione della cancellazione del concerto di Capodanno, mentre la Procura approfitta della debolezza della politica per fare il bello e il cattivo tempo, decidendo lei chi deve restare e chi deve dimettersi.

Tutto questo è inaccettabile. Roma si avvita in una spirale sempre più cupa, e l’atteggiamento prevalente delle forze politiche sembra quello di quel tizio della barzelletta, che siede davanti ai binari per gustarsi lo spettacolo dello scontro fra due treni.

Seduto in prima fila davanti ai binari sembra essere anche Paolo Gentiloni, il presidente del Consiglio, uno che conosce benissimo la città e la sua macchina amministrativa. Uno che non può non rendersi conto della gravità della situazione. Fu assessore con Rutelli e cercò persino, senza successo, di candidarsi a sindaco nel 2013. Ora che le imprevedibili curve della politica lo hanno portato a palazzo Chigi, ora che ha messo la firma su un assegno da venti miliardi (quasi il doppio del debito di Roma) per salvare il Monte dei Paschi e le altre banche a rischio, per il premier è arrivato il tempo di alzarsi e tornare a occuparsi della sua città.

Gentiloni quando era assessore a Roma

Gentiloni non deleghi un sottosegretario, si esponga in prima persona. Chiami la Raggi, si formi un tavolo per Roma a palazzo Chigi e si cominci a lavorare subito, anche sotto le feste. Si metta da parte l’atteggiamento sprezzante dell’allora sottosegretario De Vincenti, che pochi mesi fa offese pubblicamente la Raggi, vendicandosi per il rifiuto della sindaca, per molti versi sacrosanto, di candidare Roma alle Olimpiadi.

Ognuno faccia la propria parte, evitando di cianciare di “commissariamento” e altre idiozie, si dia finalmente l’esempio di una sana collaborazione fra Istituzioni. Si individuino insieme le strategie per uscire dalle sabbie mobili della crisi infinita della capitale, il governo metta a disposizione risorse straordinarie, con un piano di breve e uno di lungo periodo, con un nuovo realistico piano di rientro e con controlli rigorosi.

E’ urgente che tutti capiscano la posta in gioco, che tutti cambino subito atteggiamento e mostrino finalmente senso di responsabilità. A cominciare dalla sindaca, che deve uscire dalla sua insopportabile presunzione, dal suo splendido isolamento, dal suo irritante rifiuto di ammettere le difficoltà. Per proseguire con le varie fazioni in guerra dei grillini romani, che la devono smettere di beccarsi come prime donne inacidite e devono cominciare a lavorare per il bene comune. Si rendano conto, i grillini, della responsabilità immensa che hanno avuto dal voto dei romani di giugno.

Quanto al governo: esca dal proprio ingiustificabile attendismo, che tradisce un incoffessabile desiderio che Roma fallisca così da poterne trarre un vantaggio politico. Montepaschi è importante, ed è giusto salvare i risparmiatori; battere i grillini può essere un obiettivo politico di rilievo ed è giusto perseguirlo. Ma c’è anche Roma. Roma è la capitale d’Italia, è un tesoro immenso che stiamo dilapidando. Il suo valore politico, culturale, storico, economico, sociale è semplicemente incalcolabile. Roma c’era prima di noi e ci sarà quando noi non ci saremo più: abbiamo tutti il dovere di occuparcene. Roma è di tutti, è dei nostri figli, è di quelli che verranno dopo. Roma, la grande, bellissima, struggente Roma, quella che de Gregori dipinge efficacemente come “una cagna in mezzo ai maiali” non merita di fare da scenografia ad una guerra fra irresponsabili.

MA PAOLO NON AVER PAURA…

Può capitare, in una finale, che una riserva semisconosciuta, entrata in campo quasi per caso a pochi minuti dalla fine, si trovi a dover tirare il rigore decisivo. E’ quello che è capitato a Paolo Gentiloni, mediano della politica, abituato a macinare chilometri nelle retrovie, a coprire le spalle di quelli più dotati di lui, a giocare in difesa, a sacrificarsi. Gentiloni è diventato da pochi giorni presidente del Consiglio dei Ministri per un accidente della storia che deve aver sorpreso prima di tutti lui stesso. Già, perché fino a due anni fa il neo premier non solo era una riserva, ma non era neppure fra i convocati, abbandonato al suo destino da Matteo Renzi dopo la brutale presa del potere del 2014 e ripescato solo per sostituire agli Esteri Federica Mogherini.

Paolo Gentiloni e Matteo Renzi

Eppure, “Paolo chi?” adesso è lì, con la maglia azzurra, davanti al dischetto, inopinatamente, incredibilmente, sorprendentemente al centro dell’attacco della Nazionale, dopo l’espulsione a furor di popolo del “top player” Matteo Renzi. Solo che ha un compito piuttosto inusuale: sbagliare il rigore. Il suo predecessore gli concede infatti solo un po’ di gloria sotto i riflettori mentre aggiusta il pallone, prende la rincorsa, fissa negli occhi il portiere avversario. Ma poi gli ordini sono precisi: tirare fuori, far perdere la Nazionale e consentire a Renzi di riprendersi il posto al centro dell’attacco.

Paolo lo sa che deve sbagliare. Infatti, ha già cominciato. Ha detto che il suo compito sarà “completare” il lavoro fatto da Renzi. Ha detto che non interverrà sulla riforma del lavoro (“Jobs Act”) con il rischio di andare violentemente a sbattere contro il referendum promosso dalla CGIL, o di suicidarsi proprio per impedire ai cittadini di esprimersi con quel referendum. Avvicinandosi al dischetto, il premier si è preoccupato di rassicurare il predecessore sulla sua “fedeltà”, si è sperticato in elogi nei suoi confronti, gli ha persino permesso di nominare due sentinelle come Boschi e Lotti nel governo. Non solo: non ha attribuito neppure un errore al premier uscente, non ha azzardato neppure una velata analisi di una sconfitta storica, che ha quasi spappolato il Partito Democratico.

Luca Lotti e Maria Elena Boschi

Ma forse non poteva fare altrimenti. Bisognava accompagnare Renzi all’uscita, senza ulteriori traumi, come raccomandava il presidente Mattarella. Adesso, però, è il momento di decidere cosa fare. L’Italia che Gentiloni ha ereditato è un Paese incattivito, risentito, messo in marcia verso un voto arrabbiato, che non potrà che portare al governo il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo. A spingerla verso il comico di Genova è stata la politica arrogante, divisiva e povera di risultati veri di Renzi. La politica che adesso Gentiloni ha il dovere di cambiare. Come diceva Enistein, solo un pazzo può pensare di ottenere risultati diversi facendo sempre le stesse cose. Solo un pazzo può pensare di “cambiare verso” all’ascesa di Grillo continuando a fare la politica di Renzi.

Gentiloni non può non saperlo. E non può non vedere la grande occasione che gli si è presentata in questo scorcio finale di partita. Se saprà farsi coraggio, ribellarsi ai diktat e comportarsi di conseguenza, l’Italia avrà ancora un anno per ritrovare lucidità e serenità e il Partito Democratico avrà l’occasione per ricostruire una parvenza di comunità politica, dopo le liti furiose che lo hanno attraversato in questi anni per colpa quasi esclusivamente di Renzi. Insieme, Gentiloni, il Pd e tutto il centrosinistra hanno l’occasione di ricostruire in questo anno un approdo per i milioni di italiani progressisti che non vogliono assolutamente votare per Grillo, ma che lo faranno se non avranno un’alternativa decente.

Qualche segnale, in questo senso, c’è. Gentiloni, per esempio, ha fatto benissimo a non mettere il governo al centro del processo di riforma elettorale. La nuova legge dovrà farla il Parlamento, com’è giusto che sia. E il Parlamento deciderà quanto questo governo deve durare, come il premier ha giustamente detto. Non solo: Gentiloni ha portato con la sua calma e ragionevolezza uno stile diverso al vertice del governo. Basta con il bullismo renziano, non se ne poteva davvero più. Molto meglio la riflessività, magari noiosa, senza applausi, ma concreta, di Gentiloni.

Se sia vera “discontinuità” lo vedremo nelle prossime settimane, quando si capirà di che pasta è fatto il nuovo premier. Lo si vedrà nei provvedimenti sul lavoro, nella revisione della scellerata politica dei voucher, nella gestione dell’articolo 18, nell’autorevolezza con la quale gestirà gli importantissimi appuntamenti di politica internazionale che attendono l’Italia.

Francesco de Gregori

Lo si vedrà dal coraggio dei provvedimenti a favore delle fasce più periferiche della società, a cui chiaramente non bastano le mancette elettorali della renzonomics. Lo si vedrà da quante volte risponderà alle telefonate da Pontassieve e quante a quelle dal Quirinale. Da tutto questo si capirà se la rincorsa di Gentiloni verso il dischetto lo porterà a sbagliare il rigore apposta, per paura della rabbia del capo. O a ribellarsi, fare un bel respiro, accelerare il passo e segnare il gol decisivo, quello della vittoria della Nazionale, proprio nei minuti di recupero.

Coraggio Paolo. In fondo, per parafrasare de Gregori, uno statista si vede dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia.

PD: PERDERE È UMANO, PERSEVERARE È RENZIANO

Auguri a Paolo Gentiloni, ne ha bisogno. Nelle condizioni date, la scelta del suo nome per la guida del nuovo governo va giudicata con cauto ottimismo. Dopo il disastro del referendum, era importante evitare la sconcertante capriola che si stava preparando e che avrebbe permesso al grande sconfitto, Matteo Renzi, di rimanere a palazzo Chigi fino alle elezioni anticipate (dimissionario, o con un bis che il Capo dello Stato avrebbe dovuto chiedergli in ginocchio). Il tentativo c’è stato, ma è andato a vuoto, grazie alla regia silenziosa, ma inflessibile, di un gigante delle istituzioni che risponde al nome di Sergio Mattarella. Il prossimo che penserà di mettersi in tasca questo presidente, silenzioso, ma per nulla ingenuo, è avvertito.

Gentiloni è renziano, molto renziano. Ma non è, a differenza di altri, un miracolato del renzismo. C’era prima, ci sarà dopo. E’ un “burattino”, come lo descrivono le opposizioni? Certamente chi nella notte fra sabato e domenica ha suggerito il suo nome a Mattarella lo considera un prestanome, destinato secondo i piani renziani a tenere calda la sedia di palazzo Chigi in attesa di un improbabile ritorno. Ma non è detto che sia così.

Edoardo Bennato – Burattino Senza Fili – 1977

Gentiloni potrebbe rivelarsi, per dirla con Edoardo Bennato, un “burattino senza fili”, capace di muoversi in autonomia e rispondere solo ai suoi veri datori di lavoro: il popolo italiano, il Parlamento e il presidente della Repubblica.

Le premesse ci sono. L’uomo ha senso dello Stato, è saggio, leale, è un grande tessitore di rapporti, anche internazionali, non è per nulla incline alla rissa, al contrario del premier uscente. Si spera che il suo passaggio, non necessariamente breve, per palazzo Chigi regali al Paese la tregua necessaria per riprendere fiato, dopo un anno ininterrotto di campagne elettorali. E si spera che il Pd e i suoi derivati ne approfittino per rigenerarsi, dopo la devastante avventura renziana.

Il tempo è pochissimo e probabilmente insufficiente. Ma vale la pena tentare. La premessa necessaria è che chi ha lacerato il partito in questi anni stia almeno temporaneamente fuori dai giochi. Per ora, non sembra sia così. Malgrado sia tornato a Pontassieve, infatti, Renzi non appare intenzionato a farsi da parte. Anzi: sembra essersi intestardito nella ricerca di un’ennesima, sanguinosa resa dei conti. Prima di lasciare Roma, il segretario ha umiliato la Direzione del partito soffocando qualsiasi discussione e ha fatto partire la macchina del congresso anticipato, dove intende ricandidarsi per la segreteria e poi ripresentarsi come candidato premier alle elezioni.

Renzi, sconfitto, parla alla Direzione, per poi abbandonarla senza discussione

E’ auspicabile che chi crede ancora nel centrosinistra italiano si ribelli a questa logica autodistruttiva. Le ripetute clamorose sconfitte (elezioni amministrative, referendum) alle quali Renzi ha portato un partito già esangue non possono più restare senza conseguenze. Il conto salatissimo degli errori strategici, tattici, di linea politica che hanno diviso non solo i vertici, ma tutto il popolo di centrosinistra, deve a questo punto essere presentato a chi deve pagarlo.

Se Renzi non vuole dimettersi da segretario, bisogna che sia il resto del partito ad accompagnarlo alla porta, raccogliendo la sfida del congresso, proponendo un’alternativa accettabile e restituendo alla comunità di centrosinistra l’identità perduta. Bisogna che il Pd ritrovi il suo ruolo di rappresentanza delle fasce sociali più emarginate, ignorate e dimenticate, il suo orgoglio riformista e inclusivo, la sua democrazia interna. Poi toccherà al popolo, con le primarie, decretare la fine di questa devastante parentesi, infliggendo a Renzi l’ennesima e speriamo definitiva sconfitta. Forse è tardi, ma si può almeno tentare di evitare di consegnare l’Italia a Grillo, come Renzi stava facendo in modo inesorabile, e come dimostrano Roma e Torino.

Perseverare nella chimera del renzismo, da parte del Pd, sarebbe imperdonabile. Continuare a inseguire la retorica vuota e verticistica, che ha snaturato la casa del centrosinistra, trasformandola in una specie di caserma, sarebbe suicida. Renzi è passato, Renzi è il passato. E’ arrivato il momento per il popolo di centrosinistra di ritrovarsi, di guardarsi negli occhi, di abbracciarsi forte. Chi ha votato Sì e chi ha votato No. E’ tempo di consegnare le armi della guerra civile appena conclusa e ricostruire sulle macerie, insieme, con fiducia, senza paura. L’alternativa è seguire Renzi nel baratro.