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SALVARE IL PD

Le eventuali dimissioni di Matteo Renzi da segretario del Pd sono condizione necessaria, ma non sufficiente, ad impedire l’autodistruzione del principale partito del centrosinistra, e a garantirgli una chance di ripresentarsi competitivo alle prossime elezioni. Andrà quindi accolta con sollievo, se sarà confermata, la scelta che Renzi sembra intenzionato ad annunciare lunedì in Direzione, perché consentirà l’apertura di un processo lungo e difficile, che dovrà partire dai livelli più periferici di quello che resta del Pd e arrivare fino alla scelta di un nuovo segretario.

Purtroppo, lo stesso Renzi non sembra intenzionato a favorire questo processo. Nonostante l’evidente fallimento della sua prima esperienza da leader, nonostante la bocciatura inequivocabile dell’architrave della sua proposta politica al referendum del 4 dicembre, nonostante abbia snaturato il partito, lo abbia sottoposto a tensioni insopportabili, abbia causato la caduta di un presidente del Consiglio del calibro di Enrico Letta, nonostante una impressionante emorragia di iscritti e di elettori, Renzi sembra intenzionato ancora una volta ad utilizzare il Pd come sgabello per arrivare a palazzo Chigi, salvo poi abbandonarlo a se stesso, come fece l’ultima volta.

Il segretario del Pd, Matteo Renzi 

Le dimissioni, nelle intenzioni di Renzi, rischiano di essere dunque solo un espediente tattico, un modo per accelerare la conta interna, nella speranza di cogliere i suoi tanti avversari impreparati e divisi ed ottenere in contropiede una nuova investitura, magari provocando ancora una volta la caduta di un presidente del Consiglio del Pd (Gentiloni, stavolta) e forzando la mano al presidente della Repubblica per andare a votare in giugno.

Tutto questo, tuttavia, per quanto sia probabilmente vero, non deve spaventare chi, in questo momento, ha il dovere di tentare di salvare il Pd. Renzi è furbo, ma è anche molto confuso, e non è detto che il suo piano riesca. Dal giorno della sconfitta al referendum, ha cambiato idea, strategia e tattica praticamente su tutto, più di una volta. Stenta a ritrovare il bandolo della matassa, non sa da che parte ricominciare, alterna minacce a disinteresse, ultimatum ad aperture. E’ debole, anche se in pubblico ostenta la solita sicurezza. E’ circondato da gente che, appena gli volta le spalle, scuote la testa, come per dire: “E’ impazzito”. I suoi alleati gli girano intorno come degli squali, in attesa di azzannarlo.

Dario Franceschini

A conferma della sua debolezza, basti notare che, dalla notte del 4 dicembre, Renzi non ha fatto altro che inanellare una serie molto lunga di nuove sconfitte. La prima si chiama Paolo Gentiloni. Renzi dopo il referendum non voleva che si facesse un altro governo, voleva restare dimissionario a palazzo Chigi e andare dritto al voto. Ricordate l’ultimatum “O ci stanno tutti o il Pd non farà parte di alcuna maggioranza e si andrà a votare”? Nessuno gli rispose, gli alleati fecero finta di non sentire, le opposizioni rimasero opposizioni, il presidente della Repubblica fece il suo lavoro e Renzi fu costretto a passare il campanello al suo ministro degli Esteri.

Paolo Gentiloni e Matteo Renzi

Poi ci fu la proposta quasi ultimativa di tornare al “Mattarellum”, il sistema elettorale in vigore dal 1994 al 2005. Anche qui, nonostante l’appoggio della minoranza interna, molte porte in faccia. Stesso discorso per il tentativo di estendere al Senato il cosiddetto “Consultellum”. Intanto, mentre la Corte Costituzionale faceva a pezzi l’Italicum, la legge elettorale voluta a tutti costi dal ragazzo di Rignano, fallivano tutti i tentativi dello stesso Renzi di fissare una data per la caduta di Gentiloni ed il ritorno alle urne: a febbraio, poi ad aprile, a giugno, a settembre…

Ogni giorno i retroscena raccontavano di un foglietto poggiato sulla scrivania di Renzi, con una data cerchiata in rosso: “ecco, in esclusiva, la data fissata da Renzi per le elezioni”. Peccato che quella data cambiasse ad ogni articolo, mentre i foglietti si accumulavano sulla scrivania dell’ex premier ed i ministri Calenda, Franceschini, Alfano, diversi parlamentari della maggioranza e persino l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, un tempo alleato di Renzi, si schieravano più o meno apertamente contro le elezioni anticipate.

Giorgio Napolitano

Poi c’è stata la storia quasi comica della nuova segreteria del Pd, che per settimane i giornali ci hanno raccontato come imminente e ricca di novità, come se si trattasse di un nuovo governo del Paese. Ma Renzi ha ricevuto solo tantissimi “No”, e la nuova segreteria è ancora quella vecchia.

In questo contesto, arrivava da Bruxelles la nota che ci impone di correggere i nostri conti, pena una procedura di infrazione che avrebbe effetti molto gravi sulla nostra reputazione e sulla nostra economia. Quello che l’Unione Europea ci ha mandato è un po’ come il conto del ristorante, peccato che arrivi dopo che colui che aveva ordinato caviale e champagne se n’è andato, lasciando i commensali Gentiloni e Padoan al tavolo. Da Pontassieve, Renzi manda ora messaggi al premier, intimandogli di non pagare, ma intanto Padoan ha già preparato le tabelline e messo mano al portafogli. Perché sa, Padoan, che non si può prendere in giro l’Unione Europea. Ché se si chiedono cinque miliardi di flessibilità per il terremoto e poi se ne spendono 1,6, il resto va restituito.

Pier Carlo Padoan, Ministro dell’Economia

Renzi si presenta dunque alla Direzione di lunedì in una condizione di grande debolezza ed in uno stato psicologico particolarmente pesante. Il passo indietro, se davvero lo farà, sarà un arretramento tattico, un segno di difficoltà. Difficilmente perderà la sua baldanza, certamente ostenterà quel sorriso forzato che in occasione di altre sconfitte ha messo su, davanti agli obiettivi, per mascherare la rabbia. Farà la faccia feroce, lancerà la sfida al resto del partito, ammonirà, come ha già fatto, che poi chi perde dovrà stare alle regole di chi vince.

Michele Emiliano e Roberto Speranza

E’ necessario quindi mantenere la lucidità e raccogliere questa difficilissima sfida senza paura. Renzi è ancora molto forte, in questi anni è stato abile nel costruire un sistema di consenso solido ad ogni livello: dal centro ai territori. Certamente, nonostante i risultati deludenti al governo e fallimentari al partito, parte favorito. E fra l’altro, se si dimetterà, le redini del partito e del congresso resteranno comunque nelle mani di due suoi pretoriani di prima scelta, come Matteo Orfini e Lorenzo Guerini, che faranno di tutto per rendere la vita difficile a chi si candiderà contro di lui.

Renzi guida però un Pd  svuotato e sfiduciato, fatto di circoli spesso disabitati e silenziosi, fatto di una base con un’età media molto alta, anch’essa disorientata dalle scelte neo-centriste del segretario. Ci sono migliaia di iscritti e milioni di elettori in fuga. C’è lo spazio per ribaltare questa situazione.

Pierluigi Bersani

Ma il tempo è poco. E’ necessario che l’operazione “#RetakePD” parta subito. Occorre che tutte le donne e gli uomini di buona volontà che stanno nel partito si diano subito da fare. Non c’è tempo per i padri nobili che non vogliono sporcarsi le mani, né per i king maker. Bisogna uscire di casa, esporsi in prima persona, andare in tutti i circoli, in tutta Italia, creare un movimento interno al Pd che guardi al futuro, che racconti perché finora si è sbagliato e spieghi perché le idee di sinistra torneranno al centro della politica del Pd e aiuteranno finalmente gli esclusi di questo Paese a ritrovare motivazione, convinzione, stabilità, benessere, orgoglio di far parte della propria comunità. L’attività di queste settimane di Roberto Speranza, di Michele Emiliano, di Massimo D’Alema, di Enrico Rossi, di Gianni Cuperlo lascia ben sperare.

Andrea Orlando

Ma bisogna identificare presto una leadership, senza sgambetti, senza tatticismi. Non ci si può presentare contro Renzi in sette, perché si perde. Chi ha più carte da giocare si faccia avanti: Bersani, Franceschini, Emiliano, Orlando, D’Alema, Speranza, Rossi, Cuperlo e tutti gli altri. Ci si sieda intorno ad un tavolo e si individui il candidato segretario che correrà contro Renzi al congresso, uno solo. Un candidato vero, però, non un fantoccio. Poi, si faccia gioco di squadra dietro quel candidato, gli si stia vicino, si chieda conto pubblicamente a Renzi delle sue politiche sbagliate, dei suoi troppi errori, delle politiche fallimentari che hanno portato il partito a sconfitte storiche. Si dia al popolo smarrito del Pd, compresi i renziani delusi,  un approdo, una prospettiva. Si superino le divisioni, che sono inevitabili, e si lavori insieme per voltare definitivamente la pagina del renzismo che da troppo tempo corrode pericolosamente le fondamenta di questo giovane partito.

ORA IL SINDACO MARINO RITIRI LE DIMISSIONI

Ci sarò anch’io, domenica 25 ottobre alle 12, a manifestare in piazza del Campidoglio perché il sindaco Ignazio Marino ritiri le sue dimissioni. Non manifesterò soltanto per Marino, quanto per me stesso, per la comunità alla quale appartengo, per una democrazia ferita, in cui credo ancora, nonostante tutto. Marino è il sindaco di Roma, lo hanno scelto i romani per ben tre volte: alle primarie, al primo turno e al secondo turno delle elezioni comunali del 2013. Basterebbe questo per gridare al cielo di Roma che nessuno, nemmeno chi si sente onnipotente (e ce ne sono parecchi ultimamente) ha il diritto di toglierlo dal Campidoglio prima del 2018.

Il sindaco Maino fra i sostenitori in Campidoglio
Il sindaco Marino fra i sostenitori in Campidoglio

Ma non è solo questo. Marino rappresenta un’idea dirompente, forse persino al di là delle sue stesse intenzioni. Parlo dell’idea di un’amministrazione pulita, che non si ferma davanti agli interessi incrostati negli anni e scambiati per diritti acquisiti, che vuole rimettere una città sventrata dai rapporti opachi col malaffare sui binari della legalità. Una città fatta di persone comuni che si erano arrese, rassegnate, e che finalmente scendono in strada, si rimboccano le maniche, a volte prendono persino la ramazza e danno una mano. Perché questo riesce a fare il sindaco-chirurgo: coinvolgere, dare fiducia, far riemergere la speranza che se ognuno di noi fa qualcosa le cose cambiano.

Mentre decidevo di andare alla manifestazione di domenica, mi sono venute in mente le parole di un grande romano, Francesco de Gregori, che ha scritto versi illuminanti, fra cui questi:

E poi ti dicono: tutti sono uguali
tutti rubano alla stessa maniera
ma è solo un modo per convincerti
a restare chiuso dentro casa
quando viene la sera

Questo stanno cercando di fare con il sindaco di Roma. Stanno cercando di convincere i romani che è tutto il solito “magna-magna”, che sperare è inutile e ingenuo, che battersi non serve a niente, perché non cambierà mai niente. Vogliono convincere le centinaia di migliaia di elettori adulti che hanno votato Marino a rassegnarsi, a chiudersi dentro casa, a lasciare spazio ai lupi affamati che da quando c’è Marino si sono visti togliere il boccone dalle fauci e alcuni sono persino finiti in galera. Hanno messo in pratica per mesi e mesi il “Metodo Marino“, fatto di sorrisetti sprezzanti, interviste ammiccanti, commentini allusivi, editoriali denigratori, nel tentativo di logorare il sindaco e farlo passare per un inetto. Quando si sono accorti che non bastava, hanno cercato di convincerci che fosse un disonesto. E lo hanno costretto alle dimissioni. Bene: è arrivato il momento di dire basta e di rovinare la festa a quanti già sgomitano e si accalcano per occupare abusivamente il suo ufficio e rimettere le mani su Roma.

Ci sono diverse ragioni per cui il 25 ottobre chiederemo a Marino di ritirare le dimissioni. La prima ragione è il rispetto per chi lo ha eletto. Un sindaco, a differenza per esempio del presidente del Consiglio, è emanazione diretta dei suoi cittadini. Quando si candida e ottiene la maggioranza assoluta, prende un impegno che dura cinque anni. Le dimissioni sono un atto grave, che rompe quel patto e che tradisce quell’impegno. Sono possibili, certo, ma solo in presenza di fatti gravissimi ed eccezionali, altrimenti si lacera il concetto stesso di rappresentanza e si infligge una ferita terribile al tessuto democratico di tutto il Paese.

Va aggiunto che confermando le dimissioni Marino assumerebbe su di sé la grave responsabilità di un atto che ha invece subìto. Darebbe sponda a una bugia che si sta trasformando pericolosamente in questi giorni in verità. Basta ascoltare quello che dicono coloro che quelle dimissioni hanno preteso, a cominciare dal segretario del PD, Matteo Renzi. Dopo aver costretto Marino a dimettersi, la linea del PD è stata: Marino si è dimesso da solo. Intervistato da Fabio Fazio, Renzi ha detto domenica 11 ottobre che le dimissioni non erano per una rottura fra Marino e il PD, ma perché “forse qualcosa si è rotto fra Marino e la città”.

Matteo Renzi a "Che tempo che fa"
Matteo Renzi a “Che tempo che fa”

Dichiarazioni quantomeno sorprendenti quelle di Renzi, dato che pochissime ore prima della sua intervista da Fazio, la piazza del Campidoglio si era riempita di sostenitori di Marino che imploravano a gran voce il sindaco di ritirare le dimissioni, al punto che lo stesso Marino si era sentito in dovere di scendere e ringraziarli. Raramente, in Italia, si vede un sindaco con tanto sostegno in una città così difficile ad appena due anni dalla sua elezione. A proposito di quella manifestazione, è interessante notare come la folla alternasse cori di incoraggiamento a Marino con altri di contestazione a Renzi e al suo plenipotenziario romano, Matteo Orfini, lasciando più di un dubbio su chi dei tre avesse davvero rotto con Roma.

Manifestazioni pro-Marino
Manifestazioni pro-Marino

La seconda ragione per cui Marino deve ritirare le dimissioni è il rispetto per se stesso. Marino è criticabile come tutti i sindaci, ci mancherebbe, ma è una persona per bene. L’ultimo atto della feroce campagna politico-mediatica che da mesi e mesi cerca con ogni pretesto di farlo dimettere, dopo aver fallito su altri fronti, ha puntato vilmente e senza scrupoli diritto sulla sua onorabilità. E’ questo un atto vigliacco che dimostra a quale livello di scorrettezza sia giunta la battaglia per la conquista del Campidoglio. Tutto questo per una persona onesta non è accettabile: non si può chinare la testa quando ti danno del ladro, a meno che tu non sia un ladro veramente, e non è il caso di Marino.

E qui veniamo al  terzo motivo per cui le dimissioni di Marino devono essere revocate: le accuse contro di lui non stanno in piedi. Il fattaccio degli “scontrini”, che solo in apparenza è stata la causa delle dimissioni del sindaco, si è ormai sgonfiato. Il sindaco ha spiegato com’è andata ed è chiaro che non ha mai speso soldi pubblici per fini privati. Le sei ricevute non giustificate correttamente, per un ammontare totale intorno ai 900 euro, su un totale già molto basso di 22.000 euro, sono al massimo un’irregolarità amministrativa degli uffici comunali, ai quali il sindaco aveva consegnato gli scontrini. Di quella irregolarità, con tutta evidenza, Marino non ha alcuna responsabilità.

A dirlo non sono i fans di Marino, ma persino il quotidiano La Repubblica, che contro Marino conduce da tempo un’inspiegabile campagna denigratoria. In un articolo seminascosto pubblicato il 10 ottobre, Repubblica ha clamorosamente ammesso che Marino in effetti “ha ragione”, che quelle ricevute si erano accumulate nel primo periodo del mandato del sindaco (sono tutte del 2013) quando per ragioni amministrative non era possibile registrarle. E che solo mesi dopo, nel maggio del 2014, quando il sistema fu riaperto con la novità di richiedere la firma del sindaco sui giustificativi, le ricevute furono registrate dagli impiegati comunali, che si basarono con approssimazione sull’agenda del sindaco.

L'articolo di Repubblica che riabilita Marino
L’articolo di Repubblica che riabilita Marino

Qualcuno potrebbe obiettare: ma la firma sui giustificativi è di Marino. Non è così, e anche questo è stato abbondantemente chiarito nel corso delle dichiarazioni spontanee di Marino al pubblico ministero del 19 ottobre. Le firme sui giustificativi sono state chiaramente contraffatte.  Chi l’abbia fatto, speriamo in buona fede, non si sa, e sarebbe bene appurarlo. Comunque, non è stato Marino, che infatti spiega di non aver mai visto quei giustificativi e  che alcuni di essi sono stati compilati mentre lui non era neppure a Roma. Ecco un esempio: qui sotto si vedono tre firme, ma solo la prima è di Marino. Le altre due, prese dai giustificativi contestati, sono chiaramente delle imitazioni anche piuttosto maldestre.

La firma originale di Marino e quelle apposte sui giustificativi.
La firma originale di Marino, in alto, e quelle apposte sui giustificativi (dal blog romafaschifo,com)

Se questo non bastasse a dimostrare la buona fede del sindaco, sono spuntati nei giorni scorsi altri chiari indizi della sua trasparenza, come le ricevute di  versamenti effettuati direttamente da Marino sul conto di Roma Capitale per rimborsare conti di spese non di rappresentanza pagati con la carta del Comune. Eccone una, effettuata nel maggio 2014 relativa ad un pranzo del dicembre 2013:

Un bonifico di Marino al comune di Roma
Un bonifico dal conto di Marino a quello del comune di Roma (dal blog romafaschifo,com)

C’è poi un altro fatto di pura logica che ci porta ad escludere che Marino facesse la cresta sui ristoranti: per tutto il 2014, il sindaco si era auto-ridotto lo stipendio del 10%. Lo scrissero tutti i giornali, peccato che nessuno in questi giorni lo abbia ricordato. Una riduzione del 10% dello stipendio significa che di sua iniziativa Marino ha rinunciato per un anno a ben 580 euro al mese, che moltiplicato per 12 mensilità fa 6.960 euro. Tutti soldi che il sindaco avrebbe potuto tranquillamente intascare in busta paga senza che nessuno potesse rimproverargli alcunché.

Il Messaggero
Il Messaggero

Quindi tutta la faccenda degli scontrini non è lo scandalo che ci volevano far credere. E’ un grande polverone, alimentato dalle opposizioni di Fratelli dì’Italia e Cinque Stelle, e questo è persino comprensibile, ma strumentalizzato ad arte dal PD per far fuori Marino. E questo è meno accettabile. Bombardato dal fuoco amico, sotto la minaccia di un bombardamento ancora più forte, Marino ha firmato le dimissioni il 12 ottobre, fra le grida di esultanza delle destre e di parte del PD e certamente fra i festeggiamenti di non pochi personaggi loschi. Ora è il momento di fermare tutto questo.

Marino deve restare sindaco di Roma, ma non sarà facile. I suoi nemici più insidiosi, soprattutto nel PD, hanno lavorato alacremente in questi giorni per far passare l’idea di un Marino ormai politicamente morto. Hanno, per così dire, cercato di gettare la calce viva sulla tomba del sindaco, come si faceva un tempo con quelle degli appestati. Per questo si sono affrettati a parlare di “dream team” in arrivo e hanno fatto girare ai giornali i nomi del prossimo commissario ancor prima della scadenza dei venti giorni. Bisognava far passare l’idea che Marino appartenesse ormai al passato.

Marino, invece,ha mantenuto un efficacissimo silenzio. Ha varato ordinanze per tappare le buche e firmato delibere importanti, come quella per chiudere del tutto via dei Fori Imperiali al traffico. Si è occupato di Roma, lasciando che a parlare per lui fossero i moltissimi sostenitori che gli chiedono di ritirare le dimissioni e intasano di messaggi di protesta le caselle di vari esponenti del PD, nazionale e romano, intimando loro di lasciare Marino sindaco se vogliono riavere il voto alle prossime elezioni. Hanno fatto notizia le oltre 52.000 firme sotto la petizione perché ritiri le dimissioni.

Con il suo silenzio, il sindaco in carica ha elegantemente evitato di cadere nelle provocazioni che tutto l’apparato di fuoco del PD gli ha quotidianamente lanciato fra i piedi. Come quelle di un nervosissimo Matteo Orfini, che ha occupato tutti gli spazi a sua disposizione per denigrare scompostamente il sindaco dimissionario. Ma non gli è andata benissimo: basta vedere la sua pagina Facebook, dove ha pubblicato un’impacciata excusatio non petita per giustificare la cacciata del sindaco del PD ed è stato subissato di contumelie, alcune anche piuttosto volgari, firmate da elettori e iscritti del partito di cui è nientemeno che presidente.

Il post di Orfini
Il post di Orfini

Si è speso per la causa anti-Marino, forse per cercare l’approvazione del suo nuovo Capo, anche il deputato del PD Andrea Romano. Ospite in TV, Romano ha sostenuto che il sindaco sarebbe stato costretto ad andarsene perché  “sfiorato da un’indagine per un reato  molto grave”. Ciò che è grave, in realtà, è quello che dice Romano. Secondo l’ex esponente di Scelta Civica, quindi, basta che un amministratore del PD sia solo “sfiorato” da un’inchiesta, fra l’altro per un esposto presentato dalle opposizioni, per essere sfiduciato dal proprio stesso partito. E allora ci scusi Romano, ma Renzi non è stato forse “sfiorato” dalla faccenda dei ristoranti fiorentini e prima ancora da quella dell’appartamento di Carrai? Quanti amministratori PD sono ogni giorno “sfiorati”, vogliamo farli dimettere tutti? Io credo di no, lei che dice?

Andrea Romano
Andrea Romano

Fra coloro che sembrano particolarmente ansiosi di assestare il colpo di grazia a Marino va annoverato anche il molto ambizioso prefetto Franco Gabrielli, quello che si lasciò passare i funerali di Casamonica sotto il naso. Intervistato da uno dei più accaniti aggressori del sindaco dimissionario, il giornalista di Repubblica Francesco Merlo, Gabrielli ha sostenuto che Marino è caduto perché non aveva un “dream team”, una squadra “da sogno”, per mutuare goffamente il lessico renziano. Argomento anche questo debole e pretestuoso, visto che l’attuale giunta Marino comprende personaggi chiave che proprio il PD aveva scelto e definito “di grande qualità”, come Causi, Rossi Doria ed Esposito.

Il prefetto di Roma, Franco Gabrielli

Il prefetto di Roma, Franco Gabrielli

Queste incaute affermazioni sono state in questi giorni scientificamente accompagnate da annunci sorprendenti, come quello dello stesso presidente del Consiglio, Renzi, che subito dopo le dimissioni di Marino ha balenato lo stanziamento di 500 milioni di euro per il Giubileo mentre finora ne sono arrivati appena 50, e con notevole ritardo. Un sacco di soldi che di fatto verranno gestiti dal governo attraverso il commissario per il Giubileo, che con il Comune commissariato rendono di fatto lo stesso Renzi un potentissimo sindaco di Roma, non eletto, in grado di travasare dal governo centrale alla città risorse che fino ad oggi aveva elargito col contagocce.

Particolarmente attivo è stato in questi giorni il Vaticano, che non vede Marino di buon occhio a causa della sua posizione sulle unioni civili, i gay, l’eutanasia e la fecondazione assistita. Dopo il colpo micidiale inferto da Papa Francesco sull’aereo di ritorno da Filadelfia, l’Osservatore Romano ha parlato di “macerie di Roma”, il cardinale vicario di Roma, Agostino Vallini, ha auspicato “una nuova classe dirigente”, ma quello che più mi ha colpito è riassunto dal titolo di Repubblica del 12 ottobre scorso, secondo cui una volta tolto di mezzo Marino, il Vaticano sarà neutrale. Ciascuno commenti come crede.

L'inquietante titolo di Repubblica del 12 ottobre
L’inquietante titolo di Repubblica del 12 ottobre

Insomma, adesso tocca a Marino. Se, come speriamo, ritirerà le dimissioni, farà imbufalire in molti. E potrebbe anche essere inutile, se tutti i consiglieri comunali del PD accetteranno come i giapponesi di suicidarsi per l’imperatore. Ma vale la pena andare avanti e mettere il PD di fronte alle proprie responsabilità e all’obbligo di scegliere fra due strade. La prima, la più logica, sarebbe rispettare il voto dei romani e andare avanti con Marino, cercando magari finalmente di lavorare bene insieme. La seconda, assai più irrazionale, sarebbe raccogliere le 19 firme necessarie per una mozione di sfiducia.

Un’operazione, quest’ultima, che non sarebbe solo del tutto immotivata, ma richiederebbe molto probabilmente un accordo con le opposizioni e difficilmente verrebbe “compresa” dall’elettorato del PD. Soprattutto perché la mozione potrebbe passare solo con l’appoggio di esponenti vicini all’ex sindaco Gianni Alemanno o dei grillini, che grazie al PD potrebbero attribuirsi il “merito” della caduta di Marino e presentarsi da favoriti alle elezioni di primavera. Davvero il PD romano vuole questo?

Io spero che il PD rifletta. Intanto vado in piazza del Campidoglio, dove sono sicuro saremo in tanti. Perché, come diceva un grande romano:

la Storia non si ferma davvero davanti a un portone
la Storia entra dentro le stanze, le brucia
la Storia dà torto e dà ragione

La Storia siamo noi. Ci vediamo domenica.

UNA BATTAGLIA CHE ANDAVA COMBATTUTA

Ci sono delle sconfitte che ci consentono di continuare a vivere a testa alta. Aver preso le difese di Ignazio Marino mentre un coacervo impressionante di interessi e conformismo gli si scagliava contro è una di queste. Il sindaco di Roma cade mentre davanti ai nostri occhi, su piazza del Campidoglio, sventolano di nuovo le bandiere dei fascisti, mentre un odore nauseabondo torna ad invadere l’aria intorno alla statua del Marco Aurelio, mentre lo schifo blocca il respiro. Guardiamo increduli, mentre i cori volgari e i lazzi irridono non il sindaco che lascia, ma le speranze di chi aveva creduto nell’idea di riscatto di una città sprofondata nella corruzione, nel malaffare e, cosa più grave, nella rassegnazione delle persone per bene.

Braccia tese in Campidoglio.
Braccia tese in Campidoglio.

E’ di loro, solo di loro, che mi sento di scrivere in questo momento. Li ho visti abbandonare la piazza con le guance ancora rigate dalle lacrime, dopo aver gridato da soli per ore contro gli attivisti di Casa Pound, contro i militanti dei 5 Stelle, contro i palazzinari di Marchini, contro gli ignavi del Partito Democratico. Trascinavano via la loro delusione, con nelle orecchie ancora gli insulti sguaiati, i cori beceri, l’arroganza, la protervia di chi sa che sta per rimettere le mani su Roma, di chi difende interessi inconfessabili, di chi non aspettava altro che il centrosinistra si suicidasse per l’ennesima volta per fare inspiegabilmente spazio a loro.

Quanti suicidi politici abbiamo vissuto in questi anni, noi che nel centrosinistra vorremmo tanto credere? Quante volte ci hanno fatto votare per qualcuno salvo poi farlo fuori essi stessi, e poi tornare a chiederci di votare ancora per loro, come se niente fosse? Quanto ancora dovrà andare avanti questa storia? E per quanto tempo i giornali si rifiuteranno di spiegarci davvero cosa sta succedendo e continueranno ad occuparsi solo della superficie?

Manifestazioni della destra sotto l'ufficio del sindaco
Manifestazioni della destra sotto l’ufficio del sindaco

Perché è vero: non te la puoi prendere con i giornalisti se vanno a verificare se Marino sia stato o meno in quel ristorante con l’ambasciatore del Vietnam. Mi va benissimo. Ma non puoi fermarti lì. Non puoi far finta di non vedere cosa Marino, che ha le sue colpe, abbia rappresentato a Roma in questi due anni e mezzo, quali interessi abbia colpito, quali principii abbia difeso, quale autonomia abbia rivendicato, chi abbia tenuto fuori dalla porta. Non puoi far finta di non capire che l’attacco concentrico contro Marino aveva e ha delle radici profonde nel malaffare, nella mafia, in famiglie potentissime, nell’opposizione a riforme radicali che Marino aveva avviato e che sono urgenti in questa città.

Scontri nella notte delle dimissioni di Marino
Scontri nella notte delle dimissioni di Marino

Ho conosciuto tante belle persone in questi giorni, dopo aver scritto un piccolo articolo su questo blog per spiegare, dal mio punto di vista, i motivi reali dietro al linciaggio di Marino. Un articolo che ha avuto un riscontro enorme, letto da più di 160mila persone, rilanciato 78mila volte su facebook. Mi sono chiesto: perché? E la risposta è ovvia: ho scritto un articolo che sui giornali non c’era. Ho cercato di vedere oltre il fumo dell’inopportuna (ma non involontaria) stoccata di papa Francesco, delle polemiche stucchevoli sul viaggio a Filadelfia, delle chiacchiere inutili sulle due settimane di vacanza del sindaco. E ho mostrato, per quello che ho potuto e sommariamente, cosa c’era dietro la cortina fumogena: interessi, conformismo, giornalismo pigro, ignavia politica. Come mai tanta gente ha dovuto trovare questo articolo, di cui evidentemente c’era bisogno, su un blog e non sul giornale che acquista tutte le mattine? E’ solo un caso, non ci aveva pensato nessuno, o forse certe cose è meglio non scriverle?

Un cartello a sostegno di Marino
Un cartello a sostegno di Marino

Certo, poi ci sono gli scontrini. Ma mi perdoneranno i frequentatori di questa pagina se mi asterrò dal commentare le cinque o sei cene di Marino a spese del Comune non giustificate correttamente. Preferisco alzare lo sguardo e guardare nonostante tutto a testa alta verso l’orizzonte, mentre il sole scende su Roma, impallato dalle bandiere e dai cartelli osceni della destra ostentati in cima al Campidoglio. E unirmi idealmente alle donne e agli uomini sconfitti, che scendono mestamente la Cordonata di Michelangelo, con ancora in mano gli A4 con scritto “Marino resisti” e “Ignazio non mollare”. Preferisco dividere la mia rabbia con la loro, piangere le loro lacrime, ingoiare la loro delusione, mentre lasciamo dietro di noi quello che resta di una speranza tradita.