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L’ARROCCO

La brutale transizione impressa dal renzismo al Partito Democratico si avvia verso un approdo clamoroso, eppure non del tutto imprevedibile. Dopo il Patto del Nazareno, i cui confini restavano comunque nell’alveo delle intese costituzionali, Matteo Renzi sta traghettando il partito, la sua storia, i suoi elettori, i suoi militanti, verso un accordo elettorale di governo con Silvio Berlusconi. E ciò che più colpisce è che buona parte degli elettori che ancora sostengono il Pd non ne sia più di tanto allarmata. Quello che mai si sarebbe perdonato ad altri leader, evidentemente, oggi si è disposti a perdonare al politico di Rignano.

E’ difficile spiegare come mai una comunità come quella che ancora si riconosce nel Partito Democratico permetta tutto questo. A quanto pare, una parte dell’elettorato di centrosinistra è ancora preda di una sindrome che fino a poco tempo fa sembrava poter colpire solo a destra: la sindrome dell’innamoramento. Gli innamorati, si sa, perdonano tutto. E, se è vero che oggi diversi milioni di italiani detestano Renzi, è altrettanto vero che altri milioni ne sono innamorati, così come solo pochi anni fa milioni di italiani erano innamorati di Berlusconi. E quando c’è l’amore non c’è logica che tenga, non c’è critica che valga, non c’è comportamento che desti sospetto.

Per amore si sono perdonate a Renzi politiche ed azioni che ad altri sarebbero state contestate duramente. Si sono perdonate la precarizzazione del lavoro, la cancellazione di trasmissioni televisive non allineate, l’occupazione (fallimentare) della Rai, la destinazione di risorse pubbliche a chi non ne aveva bisogno, le costosissime e inutili mance elettorali, la destabilizzazione della scuola, la gestione sconcertante della fallita riforma costituzionale, che ha portato il Pd alla scissione e alla sconfitta più bruciante della sua storia.

Renzi fa campagna per il Sì da Palazzo Chigi

Gli si sono perdonate la baldanza guascona, la retorica insopportabile dei “gufi”, l’imposizione di una classe dirigente spesso raffazzonata e incompetente, il dilettantismo legislativo, la mossa antidemocratica con la quale impose la cacciata del sindaco di Roma, consegnando la capitale al Movimento 5 stelle .

L’ex sindaco di Roma, Ignazio Marino

Tutto questo, e molto altro, a Renzi si è perdonato e si perdona, perché gli innamorati perdonano tutto. Ma quello che sta accadendo in queste ore ha forse ancora più dell’incredibile. Di fronte alle tumultuose convulsioni della politica italiana, di fronte alla spinta del Movimento 5 Stelle, in vista delle prossime elezioni legislative, il segretario del Pd si trova di fronte ad una scelta. Come un giocatore di scacchi, deve decidere se attaccare a sinistra o arroccare a destra.

L’alternativa è chiara. A destra Renzi realizzerebbe un arrocco difensivo, una somma fra addendi incompatibili, la genesi di un ircocervo, alimentato solo dall’istinto di conservazione, pronto a chiudersi dietro le mura del palazzo, in attesa dell’assedio populista, con la prospettiva non improbabile dell’invasione e della sconfitta.

A sinistra il segretario del Pd potrebbe mettere il partito a disposizione di una squadra di attacco, di riscatto, che metterebbe in sicurezza i valori storici della tradizione riformista, che ritroverebbe l’identità di un popolo, che sfiderebbe a viso aperto gli avversari proponendo il progetto di un’Italia equa, aperta, moderna, innovatrice.

La sterzata imposta dal segretario al partito erede dell’Ulivo vira con ogni evidenza a destra, dove lo aspetta Silvio Berlusconi, l’uomo che ha costretto l’Italia a vent’anni di immobilismo, di riforme sbagliate e di riforme mancate. L’uomo che ha imposto al Paese vent’anni di occupazione del potere tramite il denaro e il controllo dei mezzi di informazione. L’uomo che ha sdoganato la destra post-fascista, che ha introdotto nelle Istituzioni personaggi di provenienza allarmante, che ha sfornato provvedimenti ad personam in tutti i settori: dalla giustizia alle banche, alle assicurazioni, alle concentrazioni nell’informazione e nell’editoria. L’uomo che rappresenta il contrario di quello per cui il Pd è nato, il contrario di quello che c’è (ancora?) nel DNA del Pd.

Silvio Berlusconi

Ma la scelta di Renzi non è sorprendente. Berlusconi e Renzi hanno molto in comune. Entrambi vivono di potere, ed entrambi sembrano intenzionati a riprenderselo ad ogni costo. Berlusconi ha bisogno di sedere nelle stanze del potere per salvaguardare i propri interessi privati, minacciati dalla pessima gestione degli ultimi anni. Renzi ha bisogno del potere per sopravvivere politicamente e, soprattutto, per permettere la sopravvivenza dell’oscura galassia toscana che opera ormai da diversi anni protetta dalla sua ombra. Entrambi rappresentano molto più di loro stessi, entrambi non possono permettersi di restare fuori dal palazzo. Il potere, per ambienti di quel genere, è come l’acqua per il pesce: possono resistere fuori per qualche tempo, ma poi devono immergersi nuovamente. Altrimenti muoiono.

Il simbolo di Articolo Uno

Se l’operazione andasse in porto, sarebbe la nascita ufficiale del famoso “Partito della Nazione”: un nuovo blocco di potere del tutto simile a quello che, negli anni Ottanta, consegnò l’Italia al Pentapartito, con Renzi a capo di una sorta di grosso PSI craxiano e Berlusconi alla guida di una sorta di piccola DC. L’obiettivo non secondario di questo piano è far sparire il centrosinistra di governo erede della stagione dell’Ulivo e soffocare sul nascere l’area che il buon Giuliano Pisapia sta faticosamente cercando di riorganizzare per impedire questo esito. La scommessa è relegare quel centrosinistra, che ha trovato finora approdo sotto le insegne del Movimento Articolo 1, ad un ruolo residuale.

Giuliano Pisapia

Che tutto questo si realizzi o meno dipende dagli elettori. E’ vero, il Pd renziano è ancora forte nei sondaggi, ma è anche vero che, da quando conquistò palazzo Chigi e le elezioni europee, nel 2014, Renzi ha visto erodersi progressivamente il proprio consenso. A forze di dividere, di irridere, di estromettere brutalmente chiunque osasse mettersi sulla sua strada, Renzi ha generato una fortissima insofferenza verso i suoi modi spicci. Molti elettori di centrosinistra si sono disamorati della politica e, in larga parte, non vanno più a votare.

Una mossa spregiudicata come l’alleanza con Berlusconi potrebbe ingenerare una crisi di rigetto dalle conseguenze imprevedibili. L’arrocco difensivo a destra, benché mascherato da “stato di necessità”, potrebbe essere percepito dalla maggioranza degli italiani, non solo dai grillini, come il tentativo estremo di difesa del vecchio potere, che si barrica nel castello in vista dell’assedio. E la chiusura del ponte levatoio, che lascia fuori la sinistra e lascia entrare la destra berlusconiana fin nel salone delle feste, potrebbe far suonare un campanello di allarme a più di un elettore di centrosinistra.

L’innamoramento, si sa, è un fenomeno passeggero. Dura alcuni anni, poi piano piano si ricomincia a ragionare. Si vedono le cose per quelle che sono: si riconoscono i tradimenti, le bugie, i sotterfugi, le inefficienze, le infedeltà. Passato l’innamoramento, si ritrova lucidità, si ricomincia a capire. Perché non è detto che gli elettori che ancora un mese fa ridettero alle primarie la propria fiducia a Renzi avessero fra le proprie ambizioni il progetto di un governo di legislatura con Berlusconi. E non è detto che, di fronte a una simile prospettiva, quegli elettori non decidano di presentare il conto a Renzi e a quel che è ormai diventato il Partito Democratico.

E SE FOSSE L’OCCASIONE BUONA PER AVERE UNA DESTRA NORMALE?

26 maggio 2014

La vittoria di Renzi e del PD è persino troppo netta, per i miei gusti. Sono contento, ovviamente, contentissimo che molti italiani abbiano diffidato della demagogia grillina e abbiano finalmente abbandonato Berlusconi al proprio inevitabile destino. Ma guai a un Paese senza opposizione. Dunque, insieme alla grande soddisfazione per il pieno a sinistra sono preso da una certa angoscia per il vuoto a destra. Grillo rimarrà rintronato per un po’ e forse mediterà l’abbandono. Berlusconi si avvia ad uscire di scena, senza lasciare eredi (l’ipotesi Marina è una boutade). La natura odia il vuoto, dunque lo spazio lasciato libero verrà inevitabilmente riempito. Da chi, da cosa? In un giorno di brindisi, voglio essere ottimista. Può darsi che finalmente a destra comincerà a fasi largo timidamente gente preparata e per bene, di idee conservatrici e di ispirazione liberale, ancorata alle tradizioni e insofferente alle retoriche pauperiste e ipersindacaliste. Insomma: una destra normale, persino votabile, se serve. Se il terremoto delle Europee 2014 servirà anche a questo, si potrà davvero parlare di risultato storico.