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MA PAOLO NON AVER PAURA…

Può capitare, in una finale, che una riserva semisconosciuta, entrata in campo quasi per caso a pochi minuti dalla fine, si trovi a dover tirare il rigore decisivo. E’ quello che è capitato a Paolo Gentiloni, mediano della politica, abituato a macinare chilometri nelle retrovie, a coprire le spalle di quelli più dotati di lui, a giocare in difesa, a sacrificarsi. Gentiloni è diventato da pochi giorni presidente del Consiglio dei Ministri per un accidente della storia che deve aver sorpreso prima di tutti lui stesso. Già, perché fino a due anni fa il neo premier non solo era una riserva, ma non era neppure fra i convocati, abbandonato al suo destino da Matteo Renzi dopo la brutale presa del potere del 2014 e ripescato solo per sostituire agli Esteri Federica Mogherini.

Paolo Gentiloni e Matteo Renzi

Eppure, “Paolo chi?” adesso è lì, con la maglia azzurra, davanti al dischetto, inopinatamente, incredibilmente, sorprendentemente al centro dell’attacco della Nazionale, dopo l’espulsione a furor di popolo del “top player” Matteo Renzi. Solo che ha un compito piuttosto inusuale: sbagliare il rigore. Il suo predecessore gli concede infatti solo un po’ di gloria sotto i riflettori mentre aggiusta il pallone, prende la rincorsa, fissa negli occhi il portiere avversario. Ma poi gli ordini sono precisi: tirare fuori, far perdere la Nazionale e consentire a Renzi di riprendersi il posto al centro dell’attacco.

Paolo lo sa che deve sbagliare. Infatti, ha già cominciato. Ha detto che il suo compito sarà “completare” il lavoro fatto da Renzi. Ha detto che non interverrà sulla riforma del lavoro (“Jobs Act”) con il rischio di andare violentemente a sbattere contro il referendum promosso dalla CGIL, o di suicidarsi proprio per impedire ai cittadini di esprimersi con quel referendum. Avvicinandosi al dischetto, il premier si è preoccupato di rassicurare il predecessore sulla sua “fedeltà”, si è sperticato in elogi nei suoi confronti, gli ha persino permesso di nominare due sentinelle come Boschi e Lotti nel governo. Non solo: non ha attribuito neppure un errore al premier uscente, non ha azzardato neppure una velata analisi di una sconfitta storica, che ha quasi spappolato il Partito Democratico.

Luca Lotti e Maria Elena Boschi

Ma forse non poteva fare altrimenti. Bisognava accompagnare Renzi all’uscita, senza ulteriori traumi, come raccomandava il presidente Mattarella. Adesso, però, è il momento di decidere cosa fare. L’Italia che Gentiloni ha ereditato è un Paese incattivito, risentito, messo in marcia verso un voto arrabbiato, che non potrà che portare al governo il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo. A spingerla verso il comico di Genova è stata la politica arrogante, divisiva e povera di risultati veri di Renzi. La politica che adesso Gentiloni ha il dovere di cambiare. Come diceva Enistein, solo un pazzo può pensare di ottenere risultati diversi facendo sempre le stesse cose. Solo un pazzo può pensare di “cambiare verso” all’ascesa di Grillo continuando a fare la politica di Renzi.

Gentiloni non può non saperlo. E non può non vedere la grande occasione che gli si è presentata in questo scorcio finale di partita. Se saprà farsi coraggio, ribellarsi ai diktat e comportarsi di conseguenza, l’Italia avrà ancora un anno per ritrovare lucidità e serenità e il Partito Democratico avrà l’occasione per ricostruire una parvenza di comunità politica, dopo le liti furiose che lo hanno attraversato in questi anni per colpa quasi esclusivamente di Renzi. Insieme, Gentiloni, il Pd e tutto il centrosinistra hanno l’occasione di ricostruire in questo anno un approdo per i milioni di italiani progressisti che non vogliono assolutamente votare per Grillo, ma che lo faranno se non avranno un’alternativa decente.

Qualche segnale, in questo senso, c’è. Gentiloni, per esempio, ha fatto benissimo a non mettere il governo al centro del processo di riforma elettorale. La nuova legge dovrà farla il Parlamento, com’è giusto che sia. E il Parlamento deciderà quanto questo governo deve durare, come il premier ha giustamente detto. Non solo: Gentiloni ha portato con la sua calma e ragionevolezza uno stile diverso al vertice del governo. Basta con il bullismo renziano, non se ne poteva davvero più. Molto meglio la riflessività, magari noiosa, senza applausi, ma concreta, di Gentiloni.

Se sia vera “discontinuità” lo vedremo nelle prossime settimane, quando si capirà di che pasta è fatto il nuovo premier. Lo si vedrà nei provvedimenti sul lavoro, nella revisione della scellerata politica dei voucher, nella gestione dell’articolo 18, nell’autorevolezza con la quale gestirà gli importantissimi appuntamenti di politica internazionale che attendono l’Italia.

Francesco de Gregori

Lo si vedrà dal coraggio dei provvedimenti a favore delle fasce più periferiche della società, a cui chiaramente non bastano le mancette elettorali della renzonomics. Lo si vedrà da quante volte risponderà alle telefonate da Pontassieve e quante a quelle dal Quirinale. Da tutto questo si capirà se la rincorsa di Gentiloni verso il dischetto lo porterà a sbagliare il rigore apposta, per paura della rabbia del capo. O a ribellarsi, fare un bel respiro, accelerare il passo e segnare il gol decisivo, quello della vittoria della Nazionale, proprio nei minuti di recupero.

Coraggio Paolo. In fondo, per parafrasare de Gregori, uno statista si vede dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia.

E QUALCOSA RIMANE

La copertina di "Rimmel"
La copertina di “Rimmel”

“Rimmel” mi ricorda pomeriggi piovosi, passati da “Ricordi” in via del Corso, a guardare i dischi, ad ascoltare musica e a sfogliare gli spartiti. Francesco de Gregori era dappertutto, su quegli scaffali e nella mia adolescenza, insieme agli altri grandi di quegli anni. C’erano Dalla, Guccini, Venditti, Baglioni, Renato Zero, ovviamente Battisti. C’erano Bennato, Cocciante, Rino Gaetano, Stefano Rosso.

De Gregori era il più grande. Ricordo le 6.500 lire racimolate per comprare Rimmel, finalmente, dopo averlo sentito tante volte a casa di amici. Ricordo la corsa a casa, la plastica che si apriva, l’odore del vinile, il disco nero con l’etichetta blu della RCA che girava sul piatto. Ricordo le foto di de Gregori che uscirono quasi a sorpresa dal disco, quella sua faccia da ragazzo, che allora poteva essere mio padre e che adesso potrebbe essere mio figlio. E l’attacco, fantastico, della canzone che dà il nome all’album. Un mix di pianoforte e contrabbasso, cinque accordi a salire sulla scala di do, geniale a suo modo. E poi lui, la sua voce, che si rivolge alla misteriosa (e un po’ stronza) “dolce venere di Rimmel”. Un disco che apre un’epoca che si apre con una congiunzione, come se venisse dal vuoto che lo precede: “… e qualcosa rimane”, e già questo era rivoluzionario.

Ci sono canzoni che sono capaci di farti sentire persino gli odori di un tempo passato. E Rimmel è una di queste. Quando l’ho risentita, l’altra sera, al concerto per i quarant’anni di quel disco trasmesso in diretta dall’Arena di Verona, ho risentito l’odore del negozio di Ricordi di via del Corso, ho sentito il rumore delle porte automatiche dell’autobus (il 67 barrato) che mi portava in quel negozio quasi ogni pomeriggio. Accanto a de Gregori martedì sera, c’era Ligabue, discreto artista, che vicino a de Gregori scompare. Impacciato, intimidito, cantava quelle note, quasi fossero di cristallo, attento a non spezzarle. E de Gregori lì accanto si divertiva, autorevole dall’alto della sua storia, del suo repertorio e dei suoi sessantaquattro anni, sotto il cappello bianco, dietro a degli strani occhiali scuri che proteggevano i suoi occhi stanchi e che sembravano tutt’uno con la barba, ormai completamente bianca.

Francesco de Gregori
Francesco de Gregori a Verona

Cosa resta di de Gregori oggi è difficile dire. Da anni non riesce a scrivere canzoni memorabili, ma questo è normale, direi. L’ispirazione passa, la vena si esaurisce. Ma quando riprende in mano “La donna cannone”, accompagnato solo da un pianoforte ed un violino, è capace ancora di prenderti il cuore e stritolarlo, e gettarlo fra le stelle, e farti volare in cielo in carne ed ossa e non tornare più. Quando duetta con Elisa “Sempre e per sempre”, un pezzo relativamente più recente, sembra quasi rassicurarti che lui è ancora lì, dalla stessa parte. E sempre lì lo troveremo, ma attenzione: bisogna cercare nel posto giusto. Io, per esempio, ho dapprima provato a cercare il de Gregori di Rimmel sul palco di Verona, e ci ho messo un po’ a capire che non c’era. Ho visto un signore in gran forma che saltellava allegro fra le sue canzoni, accompagnato da ragazzi più o meno cresciuti, ma tutti più giovani di lui, e si abbandonava alla meritata celebrazione di quello che resta un capolavoro.

E così ho capito che era dentro di me che dovevo cercare. Ho capito che le corde che stavano suonando non erano quelle della chitarra di de Gregori, ma quelle che vibrano fra me, le mie parole e la mia anima, indurite e incrostate negli anni. E ho ritrovato quella contadina di cinquant’anni e di cinque figli, curva sul tramonto che sembra una bambina. E ho rivisto me stesso, a dodici anni, mentre mi chiedevo quanti potessero essere cinquant’anni. E non è che adesso che lo so mi senta meglio. Ho immaginato di nuovo quel treno, mezzo vuoto e mezzo pieno, e ho ripensato a tutte le volte che mi sono emozionato per un ritorno, perché in fondo è di quello che parla “Generale”.

“Prima parlava strano, e io non lo capivo”, de Gregori. Ma poi ho capito che in fondo non c’è niente da capire. Nei suoi testi c’erano questi lampi che mi sorprendevano ogni volta e mi hanno aiutato a crescere, senza paura. Perché siamo tutti fragili, e anche l’uomo che salta e vince sui vetri può finire implorando: “Ti prego, non andare via, non lasciarmi ferito”. A questo, forse, è servita la serata di Verona. A guardare nei ricordi e ad accorgersi che sembra ancora ieri. Quante volte ho pensato a come il mondo possa scivolare indifferente, sull’autostrada accanto al campo, e non saprà mai di quei due zingari appoggiati alla notte che si tenevano negli occhi.

Di de Gregori mi ha sempre sorpreso la capacità di entrare nella mia vita e descriverla con tratti di matita leggeri, eppure spietati. La capacità di raccontare quel rumore dietro la porta di qualcuno che sale le scale, ma si ferma due piani più giù. E quella speranza impossibile che a salire le scale sia la persona che ti manca di più in quel momento. E quanta forza c’è in quel verso così dinamico e severo, che parla degli amici che vanno e ritornano indietro, ma è tardi, perché ormai hanno perduto l’anima e le ali. E come non vedersi a ridere dentro al bar con quei giocatori tristi, che non hanno vinto mai, a parlare della donna di cui sono vanamente innamorati.

De Gregori è anche un monito a non prendersi troppo sul serio e soprattutto a non farsi ubriacare dal proprio ruolo, sentendosi come il capitano del Titanic, così sicuro di sé mentre dice al mozzo che si può andare avanti tranquillamente, verso il disastro. Ed è l’unico che sa dipingere le emozioni più profonde e dolorose, come il distacco dai figli, che capita a tutti quelli che hanno la fortuna di averne, e che non sapremmo mai raccontare, a meno che non ci mettiamo nei panni della madre del fuochista e condividiamo quella pena dentro al cuore, adesso che la nave se n’è andata e sta tornando il rimorchiatore. Finché non versiamo anche noi quelle lacrime sul bagnasciuga che non ne vogliono sapere.

Tutte emozioni che de Gregori mi aveva raccontato in tempo, quasi per avvertirmi, e che io non ho capito finché non le ho vissute. Come Banana Republic, che cantò magnificamente con Lucio Dalla. Era sera, nel buio di Haiti, passeggiavo insieme a quattro o cinque espatriati come me. All’improvviso mi tornò in testa quella canzone, di cui de Gregori scrisse le parole. E mi riconobbi in quei disperati, un po’ alticci, migliaia di chilometri lontano da casa, che attraversano la notte a piedi per truffare la malinconia. “E piangendo gli viene da ridere”, già, è proprio così.

Tutto questo, e molto altro, mi si agitava dentro, mentre la TV mandava in onda la festa di Rimmel. E mi faceva piacere vedere quell’ex ragazzo cantare e divertirsi, anche se non è più lui, anche se ha la barba bianca, anche se gli piace storpiare le sue canzoni, quasi a tenerci tutti a distanza di sicurezza. Mi ha fatto piacere rivederlo e salutarlo idealmente, e guardarlo mentre si allontana e capire che ci allontaniamo tutti gli uni dagli altri, dalle persone care, da noi stessi, da come eravamo, dalle nostre canzoni, dalle nostre passioni, dai nostri “Ricordi”. Eppure, eppure, anche se la vita a volte è un po’ stronza, qualcosa rimane.