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LE MACERIE DEL PD, IL VOLO DI RENZI, IL RISPETTO, IL “NULLA”

Martedì mattina, mentre colonne di fumo nero salivano ancora tumultuose dalle macerie del Partito Democratico, l’aereo con a bordo Matteo Renzi si allontanava verso l’orizzonte, destinazione: California. Dietro di sé, il segretario dimissionario lasciava un partito ferito, una comunità disorientata, un’idea tradita. Ma non doveva essere particolarmente dispiaciuto, anzi.

L’ultima carica esplosiva piazzata sotto le fondamenta del Pd, del resto, l’aveva fatta detonare lui stesso, domenica, all’hotel Parco dei Principi. “Con il sorriso sulle labbra”, come dice lui. Mentre gli artificieri, le donne e gli uomini di buona volontà di una parte e dell’altra erano ancora impegnati nell’estremo tentativo di disinnescare la carica letale, Renzi era salito sul palco ed aveva premuto il pulsante dell’autodistruzione. Senza esitazioni. Con il sorriso, appunto.

Matteo Renzi all’Assemblea del 19 febbraio

Il Pd si era quindi piegato su se stesso, monco di alcuni dei pilastri sui quali era stato costruito. Dalle macerie si allontanavano un po’ ammaccati, ma ancora vivi, molti degli epigoni della tradizione della sinistra democratica non renziana, considerati in questi anni da Renzi solo dei fastidiosi “gufi”.

Se ne andavano insieme ben tre ex segretari (D’Alema, Bersani, Epifani), a conferma del peso identitario di quella scelta. Se ne andavano un ex capogruppo, Speranza, e un presidente di Regione, Rossi. Preceduti in questi anni, sempre a causa del bombardamento renzista, da Enrico Letta, Ignazio Marino, Sergio Cofferati, Lapo Pistelli, Giuseppe Civati, Stefano Fassina, Alfredo D’Attorre, per citarne solo alcuni. Tante persone di valore, che arricchivano con le loro diversità il melting-pot del pensiero democratico e la cui uscita di scena è stata spesso accompagnata dai lazzi e dallo scherno dei renziani di complemento di palazzo Chigi e del Nazareno.

E faceva una certa impressione, domenica, mentre Renzi premeva il pulsante dell’autodistruzione, sentirlo evocare la parola “rispetto”. Perché è stato proprio dall’assenza assoluta di rispetto che ha pervaso il partito in questa stagione che si è determinata questa forse insanabile frattura. Fu l’assenza di rispetto, soprattutto verso gli elettori, che rese possibile la slealtà dei 101, che sdoganò il tradimento dell’”#enricostaisereno”, che trasformò epiteti inaccettabili, come “gufi” e “rosiconi” in comunicazione istituzionale di governo, che permise il licenziamento del sindaco di Roma, della sua giunta e di tutti i consiglieri del Pd con le firme davanti al notaio, che vibrò il colpo di manganello del “#ciaone” , che incoraggiò irresponsabilmnente i cori “fuori, fuori!” contro la minoranza che risuonavano fra le volte della Leopolda.

E faceva ancora più impressione, nella stessa sede solenne dell’Assemblea del 19 febbraio,  sentire il segretario invocare strumentalmente i fondatori del Pd, lui che della damnatio memoriae dei padri nobili, tramite l’orribile termine “rottamazione”, aveva fatto il proprio tratto distintivo. Lui che ama ripetere che “per trent’anni non s’era fatto nulla”, omettendo di ricordare i meriti storici della stagione dell’Ulivo. Lui, che nella difficoltà implora adesso l'”aiutino da casa” di Walter Veltroni, generosamente concesso.

Roberto Speranza

Il Pd rischia dunque di finire così, amaramente, a meno di dieci anni dalla sua nascita. Rischia di finire per una scelta precisa del suo segretario, ostinatamente contrario a farsi da parte o quantomeno a mettersi in discussione seriamente, nonostante i molteplici errori e le ripetute sconfitte. Rischia di finire per i continui scostamenti, mai spiegati, dalla linea politica ed economica votata dagli elettori alle ultime elezioni, per l’esclusione sistematica di una parte fondamentale della comunità democratica dalle scelte strategiche, rimpiazzata con i fuoriusciti e gli opportunisti del berlusconismo. Rischia di finire, perché assomiglia sempre di più al partito di una persona, e sempre meno al partito di un popolo.

Come un novello Nerone, Renzi adesso sembra impaziente di vedere le fiamme spegnersi, per poter edificare sulle macerie fumanti la sua Domus Aurea, “più bella e più superba che prìa”. Che si chiamerà sempre Pd, ma che sarà, con ogni evidenza, se il progetto renziano andrà davvero in porto, un’altra cosa.

Non a caso, con mossa altamente simbolica, Renzi dà ora appuntamento ai suoi seguaci al Lingotto, che intende trasformare nella nuova Leopolda, portando così avanti il processo di appropriazione dei luoghi e dei simboli del Pd ulivista attraverso i riti e le cerimonie messianiche del renzismo.

Enrico Rossi

Si apre una fase nuova, si volta pagina, in quel che resta del partito e fuori. Non c’è più tempo, non ci sono più spazi per mediare. Il viaggio negli USA di Renzi tronca in modo brutale questo capitolo traumatico. Stupefacente, ancora una volta, la scelta dei tempi. Mentre il popolo del Pd, quello che lascia e quello che resta, è ancora impegnato a capire, a provare a salvare il salvabile di un’idea,  di un’identità, di un progetto caro a tutti, Renzi fa sapere dall’aeroporto che non ci sono margini neppure per spostare le primarie da maggio a luglio. Anzi: che le primarie saranno probabilmente già ad aprile. E comunque ce lo farà sapere, ora non ha tempo di occuparsene perché si sta imbarcando.

Quando atterra dall’altra parte del mondo, l’ex segretario mette la parola fine ad ogni residua discussione. A Roma, dice Renzi dalla California, si sta litigando “sul nulla”. I tormenti, la sofferenza, il travaglio umano e politico di una comunità, di una famiglia che si divide e che si lacera dentro, per Renzi, sono “il nulla”. A proposito di rispetto. “Non può finire così”, dice attonito Enrico Letta dal suo esilio parigino. Ma la sensazione è che sia davvero finita.

RIMOZIONE FORZATA

Sono passate otto settimane dal referendum del 4 dicembre, eppure Matteo Renzi ancora si rifiuta di fare i conti con quella bruciante sconfitta. Come se quel passaggio fosse un piccolo incidente di percorso, come se quel No fosse stato un episodio marginale e non la pietra tombale del renzismo. Quasi come se quel disastro politico, nel quale ha trascinato il Partito Democratico, non fosse mai accaduto. Asserragliato nella ridotta del Nazareno, l’ex premier ha ricominciato a dare ordini, come se niente fosse, deciso a tornare a sedere sulla poltrona che sembra ritenere sua di diritto, quella di presidente del Consiglio.

Vederlo sul palco di Rimini, davanti agli amministratori locali del Pd, sabato pomeriggio, lasciava esterrefatti. Gli stessi slogan, la stessa baldanza, la stessa sicumera, gli stessi stucchevoli artifici retorici degli “abbracci” e dei “sorrisi” agli avversari. Con un grande assente: la proposta politica. Con ogni evidenza, Renzi finge di non vedere che la sconfitta al referendum lo ha ormai svuotato di qualsiasi progetto. La sua “narrazione” aveva nella riforma costituzionale il proprio architrave, bocciata quella, non c’è più narrazione e non c’è più proposta. Renzi senza renzismo non è più nulla e quel nulla è oggi alla guida del Partito Democratico.

Matteo Renzi, segretario del Pd

L’ex premier è con ogni evidenza “spompo”, per usare un toscanismo a lui caro, ed è talmente frastornato da non rendersi conto che il suo astro è ormai spento. Si aggrappa alla poltrona di segretario del Pd, conquistata un’era geologica fa e utilizzata solo per scalare il potere, senza riconoscere che il Renzi che nel 2013 conquistò quella poltrona non c’è più. Rifiuta di fermarsi a riflettere, perché altrimenti dovrebbe ammettere che l’unica possibile conseguenza dell’ennesima sconfitta a cui ha condannato il Pd sarebbero le sue dimissioni anche da segretario. Il suo disegno è fallito e se il Renzi di oggi desse retta al Renzi del 2013 non esiterebbe un secondo a “rottamarsi”, rimettere il proprio mandato a disposizione del congresso e farsi da parte.

La strategia dell’ex premier è invece un’altra: portare l’Italia a votare il prima possibile, tentando un’altra puntata sulla roulette del potere, incurante del fatto che votare prima della scadenza naturale della Legislatura (febbraio 2018) non farebbe che danni all’Italia. Il Paese oggi ha un governo, guidato da una persona capace, competente e rispettata come Paolo Gentiloni. Ci sono una serie di emergenze a cui far fronte, a cominciare dall’assistenza alle vittime del terremoto in Italia centrale. Ci sono diversi provvedimenti da adottare, politiche sbagliate da correggere, risposte da dare all’Unione Europea e, soprattutto, importantissime scadenze internazionali: dal Consiglio Europeo di marzo a Roma, al G7 di Maggio a Taormina, alla delicatissima attività di membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni

Se si andasse a votare in primavera, come chiede Renzi (insieme a Salvini, Meloni e Grillo), l’Italia finirebbe nel caos più totale. Lo dimostrano tutte le simulazioni effettuate con il nuovo sistema elettorale, che indicano come nessuna coalizione, nemmeno quella contro natura fra Pd e Forza Italia riuscirebbe ad avere la maggioranza. E lo dimostra, più di ogni altra cosa la repentina impennata dello spread, subito dopo la sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum. Quanto al Pd, se si andasse al voto, stando ai sondaggi e con le nuove regole, otterrebbe meno di 200 deputati, contro i 310 di oggi, e rischierebbe di perdere il governo.

L’ultima simulazione di Demopolis

Ma allora dove corre Renzi? L’ansia da elezioni del ragazzo di Rignano si spiega solo parzialmente con il desiderio di tornare a sedere sulla poltrona dalla quale si è volontariamente alzato dopo il referendum. C’è di più. Si intravvede nel disegno renziano la voglia inconfessabile di distruggere quel poco che è rimasto del partito, costringendo la minoranza alla scissione. Non è solo la rivincita, quella che Renzi cerca. E’ la vendetta biblica, la cintura esplosiva, il colpo del kamikaze. La rivalsa contro quella parte del Pd che si è rifiutata di seguirlo nell’avventura del referendum e alla quale, rabbiosamente, cerca adesso di addossare la responsabilità della sconfitta.

Massimo D’Alema

La chiamata alle armi di Massimo D’Alema, che sabato ha per la prima volta evocato con chiarezza la possibilità di una scissione della parte del Pd che ha votato No, è la conseguenza logica di questa deriva renziana. D’Alema ha aperto una breccia, ma non è detto che debba finire così, non siamo ancora a questo. Gli uomini e le donne del Partito Democratico hanno ancora la possibilità di salvare il salvabile. Si sveglino dal torpore, però, anche quelli che hanno votato Sì. Pretendano con forza la convocazione di un congresso, chiedano in maniera intransigente che si rimetta in discussione la leadership, che si tracci insieme una proposta di governo nuova, in grado di resuscitare un partito allo stremo.

Si dia vita ad un confronto vero, profondo, doloroso, che rimetta insieme i cocci e faccia ritrovare il bandolo della matassa perduto. E, soprattutto, si trovi nel partito energia nuova, che lo metta in grado di tornare a parlare con le nuove generazioni, quelle che con Renzi hanno rotto, votandogli contro. E’ tempo di ridare speranza ai ragazzi sfiduciati e ai cinquantenni disoccupati, di dare risposte concrete e realistiche a chi da tempo non ne ha più e le cerca nel populismo o si rifugia nell’astensione.

Il tempo è poco, ma non pochissimo: un anno. Se si lascia lavorare Gentiloni, se si portano in Parlamento idee di buon senso e le si approva, compresa una buona legge elettorale concordata con le opposizioni, se si mette in piedi un congresso vero, se le migliori energie del Pd si faranno avanti per vincerlo e restituire alla comunità del centrosinistra il senso della propria missione politica, se si ricomincerà a includere gli esclusi, se si riprenderà a produrre idee e non più solo slide, forse non tutto sarà perduto.

LE CONSEGUENZE DEL “RENZI CONTRO TUTTI”

Più ci si inoltra in questa tossica, lunghissima campagna referendaria, più ci accorgiamo di esserci infilati in un pasticcio dal quale nessuno uscirà illeso. A causa di comportamenti politici frettolosi e superficiali, il referendum del 4 dicembre è diventato uno scontro epocale, un passaggio strettissimo, innaturale dentro il quale la nostra Repubblica dovrà passare, e dal quale uscirà profondamente lacerata. Il merito del referendum è ormai da tempo passato in secondo piano, conta solo vincere; chi vince, vince tutto, chi perde, perde tutto. Il cuore del problema è diventato come sopravvivere a quello che si è trasformato in uno scontro fratricida.

Roberto Benigni
Roberto Benigni

Si poteva, si doveva fare diversamente. Bisognava lavorare di più, con più fatica, cercare soluzioni condivise e non forzate. Bisognava fare più politica e meno propaganda, coinvolgere una parte molto più ampia delle forze politiche e non cadere nel vecchio errore delle riforme approvate a colpi di maggioranza. Bisognava cercare di meno gli slogan e di più il difficile punto di convergenza fra le forze politiche e, se quel punto non fosse stato trovato, optare per l’elezione di un’Assemblea Costituente. Bisognava evitare a tutti i costi di lasciare un arco sociale così ampio fuori dal perimetro del consenso a una riforma così profonda e così radicale.

Il duello fra Renzi e Zagrebelsky
Il duello fra Renzi e Zagrebelsky

Invece si è deciso di forzare, di usare il “lanciafiamme”, con il risultato che, il 4 dicembre, voteremo non sulla Costituzione, ma su Renzi, per Renzi o contro Renzi. Voteremo sulla sua ostinazione a portare avanti riforme unilaterali. E quindi un voto per Renzi equivarrà a un voto contro tutti gli altri. Perché la personalizzazione è nei fatti e sappiamo benissimo che, in queste condizioni, se Renzi perde il renzismo è finito, mentre se vince, diventerà il dominus indiscusso, e tutti i suoi oppositori saranno spazzati via. Siamo ad un hollywoodiano e paradossale “Renzi contro tutti”, che ci fa perdere di vista il fatto, non marginale, anzi centrale, che stiamo parlando di Costituzione, cioè delle regole che tutti dovremmo non solo rispettare, ma condividere.

Ogni giorno che passa, mentre si vanno schierando gli eserciti in campo, si delinea una battaglia sanguinosa, della quale già vediamo effetti velenosi, fatti di accuse, insulti, delegittimazioni reciproche. Veleni di cui pagano il prezzo persone rispettabili e rispettate come Gustavo Zagrebelsky. Non si guarda in faccia nessuno, chi è a favore del Sì, come Roberto Benigni, è un venduto, chi è contro, come Massimo D’Alema, è “accecato dall’odio”. L’avversario non ha diritto di parola, né di opinione.

Luca Lotti e Massimo D'Alema
Luca Lotti e Massimo D’Alema

Uno scenario da guerra civile, del quale avremmo fatto e faremmo ancora volentieri a meno, anche perché non ce n’era alcun bisogno. L’attuale Costituzione ha garantito pace sociale, riforme e progresso per mezzo secolo e più, lasciarla com’è non produrrebbe alcuna catastrofe. E’ ovvio che si possa cambiare, ma non a questo prezzo. Non dividendo il Paese fra buoni e cattivi, fra fedeli e infedeli, fra tifosi del nuovo corso e frustrati, fra cantori del mito degli slogan e delle slide da una parte, e gufi e rosiconi dall’altra.

E invece il chiasso aumenta, la situazione si fa ogni giorno più intollerabile, gli attacchi più feroci, gli insulti più pesanti, le allusioni più offensive. Questa lotta acida, che va avanti da maggio e durerà altri due mesi, sta sfiancando il Paese, lo sta allontanando dalle sue vere priorità, che sono la crescita e il lavoro, sta spingendo il governo a isolarsi in Europa e a cercare politiche drogate verso il consenso, mentre le opposizioni si scatenano in attacchi sempre più forti. Questo clima  ci sta mettendo gli uni contro gli altri nelle famigle, in ufficio, nella vita quotidiana.

Il 5 dicembre ci sveglieremo e troveremo sul campo morti e feriti. Vedremo una parte insultare e schernire l’altra, saremo travolti dal risentimento, la sete di vendetta coverà sotto la cenere. Chiunque vinca, chiunque perda, non è così che si riformano le regole comuni, non è questo il modo.

IL REFERENDUM E I RISCHI DI UNA RIFORMA CHE DIVIDE

Non mi piacciono le riforme costituzionali partorite dal Parlamento. Le trovo pasticciate, involute, confuse, inutili e probabilmente anche dannose. Contengono alcuni elementi positivi, senza dubbio, come l’abolizione del CNEL, che tuttavia non cambierebbero né la vita dei cittadini, né i conti pubblici, visto che i risparmi sarebbero comunque molto limitati. Trovo però paradossale la riforma del Senato, la cui composizione è il risultato di un pessimo compromesso al ribasso, che creerebbe un mostro indefinito, composto da persone di provenienza non chiara, con maggioranze diverse in diversi punti delle legislature.E trovo sbagliata anche la riforma del processo legislativo, che non semplifica affatto, anzi, semmai complica, basti pensare al quasi comico nuovo articolo 70, lungo una pagina e mezzo.

Ma che non piaccia a me la riforma, ovviamente, è poco importante. Quello che mi sembra invece allarmante è la spaccatura profonda che questa riforma sta portando nel mondo politico e nel Paese. Siccome stiamo parlando di Costituzione, cioè delle regole del gioco, che devono valere ed essere riconosciute da tutti, dai lepenisti ai grillini, passando per la sinistra, fino ai post berlusconiani, permettere che una riforma passi con margini di consenso così ridotti è un grave rischio, che andrebbe evitato.

Il ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi
Il ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi

Sarà quindi bene decidere con attenzione al referendum di questo autunno. Perché è vero che una riforma di questa portata (47 articoli della Costituzione, mi pare) era stata più volte tentata in passato e altrettante volte abortita. Ed è vero che una bocciatura delle riforme proposte potrebbe dare l’idea di un Paese incapace di riformarsi. Ma è anche vero che non si può approvare una riforma qualsiasi solo per approvare qualcosa. E non si può ignorare il rischio, gravissimo,che la riforma dia vita ad una Costituzione in cui una parte consistente dell’arco costituzionale non si riconosca.

Già, perché, a guardare bene, quella che entrerebbe in vigore in caso di vittoria del Sì sarebbe né più né meno che la Costituzione di Renzi. A favore ci sono: mezzo Pd (quello renziano), Alfano e Verdini. Contro si sono già espressi: i grillini, Forza Italia, le destre, la lega, Sel, Sinistra Italiana, Possibile, oltre ad una parte del Pd, destinata a quanto pare a diventare ancora più ampia se i bersaniani confermeranno il loro No.

Il partito del Presidente del Consiglio è talmente spaccato da dare vita in questi giorni a dibattiti durissimi, come quello fra lo stesso Renzi e il presidente dell’Anpi, Smuraglia, o quello fra Massimo D’Alema e Roberto Giachetti. Ma è l’Italia tutta ad essere spaccata profondamente.

Il duello fra D'Alema e Giachetti
Il duello fra D’Alema e Giachetti

A me questo preoccupa molto. E’ come se si cambiassero le regole dei mondiali di calcio, ma a decidere le nuove regole fossero solo, per dire, le squadre europee. Ci si troverebbe di fronte a una ribellione delle squadre americane, asiatiche e africane. Alcune potrebbero per protesta decidere di non partecipare, altre potrebbero organizzare un mondiale alternativo, altre ancora potrebbero denunciare l’illegittimità dei vincitori. Insomma, un caos che porterebbe il calcio al collasso. E’ questo che vogliamo?

Si dirà: allora dobbiamo rinunciare a riformare la Costituzione? Certo che no, ma forse bisognerebbe pensare ad un sistema più inclusivo, come un’Assemblea Costituente, da eleggere anche subito, con metodo proporzionale e con l’accordo di tutti, grillini compresi. Un bis di quella che, dal ’46 al ’48, stese  Carta che fino a ieri definivamo “la più bella del mondo” e il cui spirito sembra essersi drammaticamente perduto in queste ore. Si riparta dal testo Boschi, se si vuole, correggendo le sue evidenti falle ed includendo le forze che oggi sono in disaccordo.

L'Assemblea Costituente del 1946
L’Assemblea Costituente del 1946

Si dia a quell’assemblea un tempo ragionevole (un anno? Diciotto mesi?) e il massimo dell’autonomia, così che se deciderà di abolire il Senato lo possa fare, perché al suo interno non vi saranno senatori. E se deciderà di aumentare i contrappesi al potere del premier e della maggioranza lo faccia, perché al suo interno non vi saranno membri del governo. Un’assemblea slegata dalle dinamiche di legislatura, in grado di cercare un consenso ampio, faticoso, forse, ma necessario quando sono in gioco le regole comuni. Il tutto, nei tempi giusti: abbiamo vissuto quasi settant’anni con l’attuale Costituzione (riformata varie volte, fra l’altro). Non muore nessuno se aspettiamo un altro anno e facciamo, tutti insieme, un lavoro fatto bene.