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ROMA: GENTILONI TENDA LA MANO ALLA RAGGI

Forse per la prima volta da quando fu eletta, appena sei mesi fa, Virginia Raggi l’altro giorno è riuscita senza volerlo a rappresentare fedelmente lo stato in cui versa la città di cui è sindaca. Sola, in un salone del Quirinale, magra e depressa, circondata da un vuoto di diffidenza e antipatia, mentre intorno i potenti d’Italia le davano le spalle, confabulavano, ridevano fra loro, ignorandola platealmente. Un messaggio chiarissimo.

Vedere quelle immagini non può che provocare una pena profonda e un profondo allarme. Non per la Raggi, che sconta il suo rifiuto di cercare un dialogo con le Istituzioni, ma per Roma. Roma è sola, come la Raggi in quel salone. Ma Roma da sola non ce la può fare. Non ce la farebbe neppure se avesse come sindaco Anne Hidalgo, o Rudolph Giuliani, o Luigi Petroselli. E non ha nessuno di questi tre. Roma è in piena agonia, le sue condizioni sono sempre più preoccupanti. Il fallimento è alle porte e continuare a chiudersi in se stessi e a prendersela con le amministrazioni precedenti, come fanno i grillini, non serve. Né serve continuare a irridere l’amministrazione attuale, come fanno quelli delle amministrazioni precedenti. Tutto questo è semplicemente infantile, stupido, immaturo e soprattutto inutile.

La situazione è drammatica. L’assessore Paolo Berdini, responsabile dell’urbanistica, ha detto in TV che senza l’intervento del governo, la Giunta sarà costretta a chiudere in marzo le due principali linee della metropolitana, la A e la B, che sono ormai fuori norma per carenza di manutenzione. E’ chiaro che questo non può accadere, sarebbe la paralisi della città. Servono circa cinque miliardi, per questa e altre emergenze, dice Berdini. E quei soldi nelle casse di Roma non ci sono. Eppure, non risulta che il governo abbia fatto commenti a queste affermazioni.

L’assessore all’Urbanistica della Giunta Raggi, Paolo Berdini (ansa)

Intanto, il Bilancio comunale è in alto mare, bocciato dall’organo tecnico di controllo, con il rischio, che è ormai una certezza, di cominciare l’anno  al buio. L’AMA, che si occupa di rifiuti e ambiente, ha visto la caduta per mano giudiziaria dell’assessore Paola Muraro, oltre a ricambi continui di vertici, con il conseguente susseguirsi di strategie-tampone. Tutto questo non potrà che portare presto ad una nuova emergenza rifiuti, mentre le buste maleodoranti già traboccano minacciose dai cassonetti e il Natale promette nuove tonnellate di mondezza da smaltire.

Cassonetti pieni a Roma

L’Atac, oltre agli interventi per la metro, ha bisogno di rimettere in strada centinaia di autobus rotti per i quali mancano pezzi di ricambio, mentre cittadini e turisti aspettano a lungo alle fermate e prendono d’assalto i pochi autobus in circolazione. Intanto, gli sponsor fuggono e la città deve subire l’umiliazione della cancellazione del concerto di Capodanno, mentre la Procura approfitta della debolezza della politica per fare il bello e il cattivo tempo, decidendo lei chi deve restare e chi deve dimettersi.

Tutto questo è inaccettabile. Roma si avvita in una spirale sempre più cupa, e l’atteggiamento prevalente delle forze politiche sembra quello di quel tizio della barzelletta, che siede davanti ai binari per gustarsi lo spettacolo dello scontro fra due treni.

Seduto in prima fila davanti ai binari sembra essere anche Paolo Gentiloni, il presidente del Consiglio, uno che conosce benissimo la città e la sua macchina amministrativa. Uno che non può non rendersi conto della gravità della situazione. Fu assessore con Rutelli e cercò persino, senza successo, di candidarsi a sindaco nel 2013. Ora che le imprevedibili curve della politica lo hanno portato a palazzo Chigi, ora che ha messo la firma su un assegno da venti miliardi (quasi il doppio del debito di Roma) per salvare il Monte dei Paschi e le altre banche a rischio, per il premier è arrivato il tempo di alzarsi e tornare a occuparsi della sua città.

Gentiloni quando era assessore a Roma

Gentiloni non deleghi un sottosegretario, si esponga in prima persona. Chiami la Raggi, si formi un tavolo per Roma a palazzo Chigi e si cominci a lavorare subito, anche sotto le feste. Si metta da parte l’atteggiamento sprezzante dell’allora sottosegretario De Vincenti, che pochi mesi fa offese pubblicamente la Raggi, vendicandosi per il rifiuto della sindaca, per molti versi sacrosanto, di candidare Roma alle Olimpiadi.

Ognuno faccia la propria parte, evitando di cianciare di “commissariamento” e altre idiozie, si dia finalmente l’esempio di una sana collaborazione fra Istituzioni. Si individuino insieme le strategie per uscire dalle sabbie mobili della crisi infinita della capitale, il governo metta a disposizione risorse straordinarie, con un piano di breve e uno di lungo periodo, con un nuovo realistico piano di rientro e con controlli rigorosi.

E’ urgente che tutti capiscano la posta in gioco, che tutti cambino subito atteggiamento e mostrino finalmente senso di responsabilità. A cominciare dalla sindaca, che deve uscire dalla sua insopportabile presunzione, dal suo splendido isolamento, dal suo irritante rifiuto di ammettere le difficoltà. Per proseguire con le varie fazioni in guerra dei grillini romani, che la devono smettere di beccarsi come prime donne inacidite e devono cominciare a lavorare per il bene comune. Si rendano conto, i grillini, della responsabilità immensa che hanno avuto dal voto dei romani di giugno.

Quanto al governo: esca dal proprio ingiustificabile attendismo, che tradisce un incoffessabile desiderio che Roma fallisca così da poterne trarre un vantaggio politico. Montepaschi è importante, ed è giusto salvare i risparmiatori; battere i grillini può essere un obiettivo politico di rilievo ed è giusto perseguirlo. Ma c’è anche Roma. Roma è la capitale d’Italia, è un tesoro immenso che stiamo dilapidando. Il suo valore politico, culturale, storico, economico, sociale è semplicemente incalcolabile. Roma c’era prima di noi e ci sarà quando noi non ci saremo più: abbiamo tutti il dovere di occuparcene. Roma è di tutti, è dei nostri figli, è di quelli che verranno dopo. Roma, la grande, bellissima, struggente Roma, quella che de Gregori dipinge efficacemente come “una cagna in mezzo ai maiali” non merita di fare da scenografia ad una guerra fra irresponsabili.

“A COMMISSA’, FACCE TARZAN”. I DISASTROSI ESORDI DELL’INEFFABILE COMMISSARIO TRONCA

Doveva scendere a Roma da Milano e farci capire lui come si fa. L’aveva mandato nella Capitale Matteo Renzi in persona, il presidente del Consiglio, l’uomo che ha tanta considerazione per i romani da giudicarli incapaci persino di scegliersi un sindaco da soli. Francesco Paolo Tronca, siciliano, lascia la carica di prefetto di Milano e sbarca a Roma il primo giorno di novembre, mese dei morti, camminando sul sangue ancora fresco dell’accoltellamento di Ignazio Marino, sindaco regolarmente eletto e vilmente fatto fuori da poche ore. Più che un prefetto, con la sua faccia del tutto inespressiva e le sue dita lunghe, sembra un impresario delle pompe funebri. I romani lo soprannominano subito “Nosferatu”, ma il soprannome è ingeneroso. In realtà, Nosferatu era capace di qualche espressione in più. Nessuno si aspettava un trascinatore di folle, ma la punizione inferta da Renzi ai romani per non aver scelto un sindaco di suo gradimento sembra subito ai più troppo severa.

Eppure, Tronca è un fenomeno.  Deve esserlo per forza: lo ha scelto Renzi, altro fenomeno, quindi non può che essere così. I romani lo accolgono senza preconcetti: vediamo cosa sa fare, ‘sto fenomeno. Qualcuno attende il suo arrivo davanti al Campidoglio e, quando Tronca scende dall’automobile per occupare l’ufficio di Marino, gli grida: “A commissa’, facce Tarzan”, riprendendo una battuta di un film con Alberto Sordi. Lui non se ne cura, e sale in ufficio. Poco dopo torna giù e, prima di ripartire in macchina, annuncia sul predellino come importerà a Roma il rinomato “Modello Expo”: “Ho dato un’occhiata alle priorità _ scandisce sicuro _ e ora le metabolizzo”. La frase non sembra destinata a restare scolpita nella Storia. Lo capisce anche lui, infatti si ferma a pensare alla frase successiva, ma il suo pensiero viene interrotto da una signora che gli urla: “Rivogliamo il nostro sindaco!”. Che poi sarebbe Marino, quello accoltellato dal PD. Tronca si blocca, diventa ancora più pallido, abbozza un’espressione come dire: “Eh, cara signora, vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole”. Ma evita la citazione dantesca, si infila in auto e sfreccia via.

Lo storico inchino di Tronca di fronte al Papa
Lo storico inchino di Tronca di fronte al Papa

Il primo incontro ufficiale di Tronca, come ti sbagli, è con Papa Francesco al cimitero. Se Renzi, come dice Marino, era il mandante dell’accoltellamento, Bergoglio ne è stato quantomeno lo spettatore compiaciuto. Inutile rivangare, ma l’uscita di Bergoglio sull’aereo papale (“Marino non l’ho invitato io, chiaro?”) è stata interpretata dai più come il segnale che dice al boia di lasciar cadere la lama della ghigliottina. E infatti la testa di Marino è saltata. Tronca la testa ce l’ha ancora, e questo è un sollievo, ma non si vede. Anche perché, non appena vede il Papa, il prefetto la china con tanta rapidità da fare preoccupare gli uomini della sicurezza. Oddio: è caduto? E’ svenuto? Lo hanno colpito? Il panico dura per fortuna solo pochi secondi, il tempo di scoprire che la testa del super-commissario è ancora attaccata al suo lungo collo, ma è precipitata all’altezza delle rotule di Bergoglio. Se esistesse un record del mondo per l’inchino più genuflesso, Tronca ne sarebbe l’indiscusso detentore. Lo stesso Bergoglio, che non ama particolarmente i salamelecchi, ne sembra un tantino imbarazzato.

Quando la testa di Tronca riemerge dall’inchino papale, i romani presenti notano un altro dettaglio piuttosto fastidioso. Il commissario indossa infatti la fascia tricolore, quella normalmente indossata dal sindaco. Scoprono così i romani che, per indossare quella fascia, ci sono due modi: essere eletti oppure nominati da Renzi. Il secondo modo suscita qualche mal di fegato, ma a quanto pare, vista la poltrona sulla quale siede, Tronca il diritto di indossare quella fascia ce l’ha. Ci sarebbe una questione di sobrietà e di opportunità, o magari di sensibilità, che potrebbe suggerirgli di evitare cotanta ostentazione. Ma evidentemente fra i suoi compiti c’è anche quello di fare tabula rasa del passato e indossare la fascia che fino al giorno prima era di un sindaco eletto. Anche questo deve far parte del “Modello Expo”.

Il giorno successivo, il commissario di Renzi prende la sua prima decisione strategica: cambia posto alla scrivania dell’ufficio. E ci tiene a farlo sapere, si direbbe, visto che la notizia finisce su tutti i giornali. Marino aveva messo la scrivania in modo da poter guardare il Colosseo e i Fori Imperiali, ma Tronca impone immediatamente di “cambiare verso” e di spostarla dalla parte opposta della stanza. Non perché non apprezzi la vista, ci mancherebbe, ma per motivi di sicurezza. Il suo incubo, a quanto pare, è che un cecchino appostato dalle parti dell’Anfiteatro Flavio, dotato di eccellente mira, lo centri in pieno mentre è chino sulle carte intento ad importare a Roma il “Modello Expo”. Quindi, di buon mattino, grande giro di facchini e inservienti per mettere sottosopra l’ufficio.

La Fontana di Trevi restaurata
La Fontana di Trevi restaurata

Nel frattempo, senza che Tronca se ne avveda, riapre la Fontana di Trevi, straordinario gioiello rococò, immensa opera d’arte ammirata da tutto il mondo, appena restaurata. Un momento storico, con i marmi bianchissimi che risplendono al sole e l’acqua Vergine che torna a sgorgare dopo 17 mesi di restauro, avviato da Marino grazie al finanziamento delle sorelle Fendi e completato prima del previsto. Ovviamente Tronca, in rappresentanza della città, è lì a tagliar nastri e a far discorsi, a ringraziare le sorelle Fendi per aver finanziato il restauro e, perché no, anche Marino per averlo fatto partire e portato a termine, giusto? Sbagliato. A Tronca, a quanto pare, della Fontana di Trevi importa relativamente. Forse perché a Milano non ce l’hanno, o forse perché non gli piace, chissà, fatto sta che non si presenta alla cerimonia di apertura. “Il prefetto Tronca  _ fa sapere l’imbarazzato sovrintendente Claudio Parisi Presicci ai presenti _ purtroppo non è qui, a causa di impegni capitolini”. Lo spostamento della scrivania deve aver preso più tempo del previsto, si direbbe.

Camion bar a Roma
Camion bar a Roma

Passati i primi giorni, con i giornali che ripetono a martello concetti tipo “Modello Expo” e “Dream Team”, qualche critica comincia a serpeggiare. Anche perché molti romani notano che, subito dopo l’arrivo del commissario, in alcuni luoghi storici della città sono tornati a far capolino i famigerati camion bar, quelli grazie ai quali la politica romana corrotta si era finanziata per anni e che Marino aveva fatto sgomberare per tutelare il paesaggio artistico e monumentale della città. Spuntano anche i venditori di souvenir, due dei quali si piazzano proprio davanti alla rinnovata Fontana di Trevi, e i cartelloni pubblicitari abusivi, che ricominciano ad emergere dal nulla, come funghi velenosi, in diverse parti della città.

Una bancarella impedisce la vista della Fontana di Trevi
Una bancarella impedisce la vista della Fontana di Trevi

Ma Tronca non si mostra particolarmente sensibile al problema, almeno per il momento. Piuttosto, secondo i retroscena, sembra impegnato in una singolar tenzone con il suo collega Franco Gabrielli, che di Roma è il prefetto. Il vero derby della capitale, infatti, si sta giocando fra Prefetto Uno, Gabrielli, e Prefetto Due, Tronca. Entrambi agli ordini di Renzi, entrambi smaniosi di far bella figura con il loro datore di lavoro, i due non sembrano andare d’amore e d’accordo. Anche perché Gabrielli, a Roma, Tronca non lo voleva: si era anzi speso per far nominare commissario un altro prefetto, Bruno Frattasi, attualmente capo dell’ufficio legislativo del Ministero dell’Interno. Ma Renzi, a sorpresa, aveva preferito Tronca, forse perché proveniente da Milano e quindi più legato al fantasmagorico “Modello Expo” che a Renzi piace tanto, o forse perché Frattasi sembrava troppo vicino al Ministro dell’Interno, Angelino Alfano.

Gabrielli, Tronca e Renzi
Gabrielli, Tronca e Renzi

Sia come sia, una volta giunto al Campidoglio, Tronca sorprende lo stesso Renzi, individuando la sua prima priorità: impedire la nomina del famoso “Dream Team”, la squadra di fenomeni che Renzi voleva affiancare a Gabrielli per gestire Roma durante il Giubileo. Una specie di Giunta Renzi, che doveva occuparsi di tutto, lasciando Tronca a fare il soprammobile in Campidoglio. “Il Dream Team te lo sogni”, dice in sostanza Tronca a Gabrielli, il quale secondo i giornali non la prende bene. Invece dei fenomeni, quindi, Tronca nomina la sua, di Giunta, lasciando Renzi e Gabrielli con un palmo di naso. Una squadra anonima di perfetti sconosciuti provenienti dalle prefetture (i “prefetti sconosciuti”), che si occuperanno dei romani a loro insaputa e che i romani non hanno mai scelto, né potranno mai giudicare. E’ la democrazia, bellezza.

Alfonso Sabella, ex assessore alla Legalità
Alfonso Sabella, ex assessore alla Legalità

Nello stupore generale, Tronca decide di non dare a nessuno la delega alla “legalità”, quella che Marino aveva affidato ad Alfonso Sabella, e che aveva permesso di scoprire un gran numero di procedure anomale, quando non criminali, dentro l’amministrazione. “La delega alla legalità non significa niente”, spiega seccato il commissario al sindacati che gliene chiedono lumi. E, parafrasando nientemeno che Luigi XIV, il Re Sole, scandisce: “La legalità sono io”, prima di rendersi conto di aver un tantino esagerato e aggiungere: “La legalità siamo tutti noi”. Con buona pace del povero Sabella e del lavoro fatto.

Controlli dei vigili a Roma
Controlli dei vigili a Roma

Ma le disavventure del super-commissario non finiscono qui. Insediata la sua Giunta anomala, Tronca gioca uno scherzetto ai romani che difficilmente sarà dimenticato. La sera del 10 novembre, come fosse una scartoffia prefettizia qualsiasi, il super-commissario firma impavido il divieto di circolazione dalle 7.30 alle 20.30 del giorno successivo per i veicoli “Euro 1” ed “Euro 2” all’interno della Fascia Verde. Provvedimento necessario, per carità, visti i livelli di inquinamento. Peccato che Tronca non si accerti che il provvedimento venga adeguatamente comunicato ai cittadini. In poche parole: vieta alle auto di circolare, ma senza dirlo a nessuno. L’avesse fatto un sindaco qualsiasi, sarebbe successo il finimondo. L’avesse fatto Marino, ci avrebbero fatto dirette televisive, edizioni straordinarie e sarebbe apparso Renzi in persona da Bruno Vespa ad intimare lo sfratto al sindaco. Ma Tronca ha le spalle coperte, quindi lo scivolone dilettantistico del sindaco posticcio viene derubricato a piccola distrazione. Imbarazzato, il giorno successivo il commissario annulla in fretta e furia tutte le multe elevate, anche perché altrimenti verrebbe sommerso dai ricorsi, ma tanto basta a far scrivere alla stampa compiacente che in fondo Tronca ha sì sbagliato, ma poi ha rimediato efficacemente all’errore.

Anne Hidalgo, sindaco di Parigi, ringrazia le città del mondo. Roma non c'è
Anne Hidalgo, sindaco di Parigi, ringrazia le città del mondo. Roma non c’è

L’ultimo scivolone, almeno finora, è di questi giorni. E’ la sera del 13 novembre, Parigi viene colpita da un orribile attacco terroristico, il mondo si mobilita per esprimere vicinanza alla capitale francese e alla Francia. Moltissime città del mondo illuminano i loro principali monumenti con i colori della bandiera rossa, bianca e blu: dall’Empire State Building al London-eye, dal Cristo Redentore di Rio de Janeiro all’Opera House di Sydney, dalla CN Tower di Toronto al palazzo del Senato di Città del Messico, da Palermo a Tokio, a San Francisco, ogni angolo il pianeta si illumina con i colori della bandiera francese. E Roma? Silenzio, anzi: buio, nonostante Roma sia gemellata con Parigi. In passato, quando ci fu l’attacco contro Charlie Hebdo, il Comune e l’ACEA avevano illuminato con i colori francesi il palazzo Senatorio, in Campidoglio, e la foto era rimbalzata sui giornali e i siti di tutto il mondo. Stavolta, niente, Roma brilla per la sua assenza.

Nella serata di sabato 14 novembre, qualcuno deve accorgersi della gaffe e avverte il commissario. Ma la frittata è fatta, ed è ormai troppo tardi per organizzare l’illuminazione a tre colori. Quindi Tronca ripiega su una decisione assai meno suggestiva: spegnere le luci del Colosseo. L’impatto rimane pari a zero, Roma rimane per la prima volta fuori da  un’iniziativa di solidarietà mondiale. Nel tentativo di rimediare, Tronca,  si mette la sciarpa e scende dal Campidoglio al Colosseo, per raggiungere le troupe televisive locali chiamate dall’ufficio stampa e dire quattro parole, senza rendersi conto che il luogo dove deve essere non è il Colosseo, ma piazza del Popolo, dove è in corso una fiaccolata alla quale partecipa a sorpresa, fra la commozione, gli applausi e le strette di mano, il deposto sindaco Marino.

Marino alla fiaccolata per Parigi
Marino alla fiaccolata per Parigi

Insomma, un disastro, e siamo solo all’inizio. Se dovessimo esprimere un voto per il super-commissario dai super-poteri, non potremmo spingerci oltre un 3 meno di incoraggiamento. Certo, è presto per giudicare, ed è difficile prendersela con lui: un prefetto è un prefetto, non un sindaco. Issato in cima al Campidoglio con un decreto, il personaggio incarna anche fisicamente la figura del burocrate di apparato, e sembra quindi del tutto inadatto ad instaurare un qualsiasi rapporto se non di fiducia, almeno di non-diffidenza con i cittadini.

I romani, che hanno visto passare re, imperatori, papi, dittatori fascisti, occupanti nazisti e Andreotti, non sono tipi facili alle illusioni, sono anzi piuttosto disincantati. Ma vedono Tronca come un’imposizione dall’alto, sentono l’umiliazione di essere stati commissariati e quindi messi sotto tutela, come fossero cittadini di serie B. E sono ancora piuttosto seccati per il recente avvertimento di Matteo Renzi, cittadino di Rignano sull’Arno: “Il sindaco di Roma lo scelgano i romani, ma stiano attenti, lo scelgano bene”, come se fosse una gentile concessione, condizionata al suo personale gradimento.

Molti, che hanno visto con i loro occhi la congiura di potere interna al PD che ha portato all’eliminazione del sindaco che avevano votato, sono disorientati. In attesa delle elezioni, vivono in uno strano limbo, fatto di frustrazione e di insofferenza. Non si fanno illusioni, nemmeno dopo l’annuncio dei 200 milioni elargiti dal governo Renzi a Roma non appena cacciato Marino. Ma sperano che questo momento passi in fretta. Di fenomeni, da queste parti, ne hanno visti parecchi. Ma, a parte il grande Alberto Sordi, nessuno è mai riuscito a fare Tarzan.

UNA BATTAGLIA CHE ANDAVA COMBATTUTA

Ci sono delle sconfitte che ci consentono di continuare a vivere a testa alta. Aver preso le difese di Ignazio Marino mentre un coacervo impressionante di interessi e conformismo gli si scagliava contro è una di queste. Il sindaco di Roma cade mentre davanti ai nostri occhi, su piazza del Campidoglio, sventolano di nuovo le bandiere dei fascisti, mentre un odore nauseabondo torna ad invadere l’aria intorno alla statua del Marco Aurelio, mentre lo schifo blocca il respiro. Guardiamo increduli, mentre i cori volgari e i lazzi irridono non il sindaco che lascia, ma le speranze di chi aveva creduto nell’idea di riscatto di una città sprofondata nella corruzione, nel malaffare e, cosa più grave, nella rassegnazione delle persone per bene.

Braccia tese in Campidoglio.
Braccia tese in Campidoglio.

E’ di loro, solo di loro, che mi sento di scrivere in questo momento. Li ho visti abbandonare la piazza con le guance ancora rigate dalle lacrime, dopo aver gridato da soli per ore contro gli attivisti di Casa Pound, contro i militanti dei 5 Stelle, contro i palazzinari di Marchini, contro gli ignavi del Partito Democratico. Trascinavano via la loro delusione, con nelle orecchie ancora gli insulti sguaiati, i cori beceri, l’arroganza, la protervia di chi sa che sta per rimettere le mani su Roma, di chi difende interessi inconfessabili, di chi non aspettava altro che il centrosinistra si suicidasse per l’ennesima volta per fare inspiegabilmente spazio a loro.

Quanti suicidi politici abbiamo vissuto in questi anni, noi che nel centrosinistra vorremmo tanto credere? Quante volte ci hanno fatto votare per qualcuno salvo poi farlo fuori essi stessi, e poi tornare a chiederci di votare ancora per loro, come se niente fosse? Quanto ancora dovrà andare avanti questa storia? E per quanto tempo i giornali si rifiuteranno di spiegarci davvero cosa sta succedendo e continueranno ad occuparsi solo della superficie?

Manifestazioni della destra sotto l'ufficio del sindaco
Manifestazioni della destra sotto l’ufficio del sindaco

Perché è vero: non te la puoi prendere con i giornalisti se vanno a verificare se Marino sia stato o meno in quel ristorante con l’ambasciatore del Vietnam. Mi va benissimo. Ma non puoi fermarti lì. Non puoi far finta di non vedere cosa Marino, che ha le sue colpe, abbia rappresentato a Roma in questi due anni e mezzo, quali interessi abbia colpito, quali principii abbia difeso, quale autonomia abbia rivendicato, chi abbia tenuto fuori dalla porta. Non puoi far finta di non capire che l’attacco concentrico contro Marino aveva e ha delle radici profonde nel malaffare, nella mafia, in famiglie potentissime, nell’opposizione a riforme radicali che Marino aveva avviato e che sono urgenti in questa città.

Scontri nella notte delle dimissioni di Marino
Scontri nella notte delle dimissioni di Marino

Ho conosciuto tante belle persone in questi giorni, dopo aver scritto un piccolo articolo su questo blog per spiegare, dal mio punto di vista, i motivi reali dietro al linciaggio di Marino. Un articolo che ha avuto un riscontro enorme, letto da più di 160mila persone, rilanciato 78mila volte su facebook. Mi sono chiesto: perché? E la risposta è ovvia: ho scritto un articolo che sui giornali non c’era. Ho cercato di vedere oltre il fumo dell’inopportuna (ma non involontaria) stoccata di papa Francesco, delle polemiche stucchevoli sul viaggio a Filadelfia, delle chiacchiere inutili sulle due settimane di vacanza del sindaco. E ho mostrato, per quello che ho potuto e sommariamente, cosa c’era dietro la cortina fumogena: interessi, conformismo, giornalismo pigro, ignavia politica. Come mai tanta gente ha dovuto trovare questo articolo, di cui evidentemente c’era bisogno, su un blog e non sul giornale che acquista tutte le mattine? E’ solo un caso, non ci aveva pensato nessuno, o forse certe cose è meglio non scriverle?

Un cartello a sostegno di Marino
Un cartello a sostegno di Marino

Certo, poi ci sono gli scontrini. Ma mi perdoneranno i frequentatori di questa pagina se mi asterrò dal commentare le cinque o sei cene di Marino a spese del Comune non giustificate correttamente. Preferisco alzare lo sguardo e guardare nonostante tutto a testa alta verso l’orizzonte, mentre il sole scende su Roma, impallato dalle bandiere e dai cartelli osceni della destra ostentati in cima al Campidoglio. E unirmi idealmente alle donne e agli uomini sconfitti, che scendono mestamente la Cordonata di Michelangelo, con ancora in mano gli A4 con scritto “Marino resisti” e “Ignazio non mollare”. Preferisco dividere la mia rabbia con la loro, piangere le loro lacrime, ingoiare la loro delusione, mentre lasciamo dietro di noi quello che resta di una speranza tradita.