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LASCIARE RENZI AL PROPRIO DESTINO E GUARDARE AVANTI

Quindi, il famoso lanciafiamme di Matteo Renzi, andando a stringere, si è ridotto ad un cerino. L’uomo che doveva spaccare il mondo, rottamare un’intera generazione, asfaltare gli avversari, annichilire i populisti, seppellire le destre, è adesso ridotto a fingere di elemosinare un’alleanza con quelli che prima ha tradito e poi epurato, per poter sfuggire alle proprie responsabilità. La pantomima di questi giorni, in fondo non è altro che questo: una meticolosa preparazione alla narrazione che si renderà necessaria quando Renzi dovrà presentarsi davanti alle telecamere ed al Paese, in primavera, per rendere conto del disastro a cui ha portato il centrosinistra. Di fronte ai numeri assai probabilmente impietosi delle urne, sarà costretto a dare una spiegazione. E l’unica cosa che quest’uomo sa fare, ormai lo si è capito, è scaricare la colpa sugli altri.

Pierluigi Bersani a Propaganda Live

Dirà quindi, Renzi, di aver perso per colpa di coloro che se ne sono andati e che hanno rifiutato la sua disponibilità a formare un’alleanza per impedire la vittoria dei populisti di Grillo o della destra di Berlusconi e Salvini. E cercherà di utilizzare questo pretesto per fare un governo con il centrodestra. Darà ancora una volta la colpa a Bersani, a Civati, a Sinistra Italiana, che accuserà di essere rimasti insensibili alla missione esplorativa di Piero Fassino, ai tentennamenti di Giuliano Pisapia, alle pressioni dietro le quinte dei cosiddetti “padri nobili”, Prodi e Veltroni, dapprima consegnati da Renzi al cimitero degli elefanti e oggi rispolverati e restituiti temporaneamente alla nobiltà, per poterli utilizzare come zattere per non affondare.

Piero Fassino

Io spero che questo grande equivoco, questo pressing asfissiante su chi cerca di ricostruire uno spazio a sinistra libero dal renzismo, cessi presto. Spero che chi, come MDP-Articolo Uno, si sta impegnando da mesi in un percorso difficile per creare un campo agibile non renziano dia una risposta chiara il prima possibile alle sirene che vengono dal Nazareno. Spero che non ci si lasci invischiare nella ragnatela che i vari messi renziani, spalleggiati da Repubblica, stanno ogni giorno tessendo intorno ad un progetto che, se non si libera presto da questi lacci, rischia davvero di soffocare.

Il “No” deve essere serio, motivato, rapido e convinto, come fu il No del 4 dicembre. Non c’è spazio per un accordo con chi ha portato la situazione a questo punto. Con chi ha imposto politiche di destra ad un governo che si reggeva sui voti degli elettori di centrosinistra. Con chi ha sperperato in mance e mancette le poche risorse disponibili invece di creare lavoro tramite investimenti. Con chi si attribuisce abusivamente il merito dell’aumento dei posti di lavoro, quando quei posti sono semplicemente il risultato della ripresa economica in atto in tutto il mondo e il Jobs Act, al massimo, li ha resi più precari. Con chi non ammette il fallimento della riforma della scuola. Con chi ha tolto la tassa sulla casa ai ricchi, premiando i loro rampolli con il bonus cultura. Con chi ha epurato i conduttori televisivi e i direttori di telegiornale sgraditi. Con chi ha trasformato il Partito Democratico in una setta di adepti. Con chi ha trascinato il Pd a un referendum assurdo e a sconfitte epocali. Con chi, mentre il Partito Democratico si spaccava e perdeva una sua componente storica, se ne andava in America definendo “il nulla” la drammatica discussione in corso a Roma. Con chi ha imposto una legge elettorale su misura del centrodestra a colpi di fiducia.

Roberto Speranza

Si guardi oltre, si guardi avanti e si lasci Renzi al suo destino. E’ la strada più difficile, certo, ma è anche l’unica che abbia un senso. Accettare un accordo elettorale per raggranellare qualche deputato o senatore (ammesso fra l’altro che ciò sia possibile) vorrebbe dire uccidere nella culla il progetto che si sta portando avanti e che vedrà la luce il 3 dicembre. Non si può pensare di riunire oggi quello che Renzi ha definitivamente diviso in questa Legislatura. Il renzismo ha i suoi fans, che continueranno a votare Renzi, ma risulta assolutamente indigesto ad una larga parte di elettori di centrosinistra, i quali non sono disposti a votare né Renzi, né chiunque scenda a compromessi con lui. Sono costoro quelli che la nuova formazione politica deve andare a prendere. Anche se recuperarli dal “bosco” sarà difficilissimo, anche se probabilmente non sarà possibile farlo del tutto alle prossime elezioni. Ma la strada è quella: la politica a volte impone delle scelte difficili, dei sacrifici, delle traversate nel deserto, e questo è uno di quei momenti.

D’altronde, l’offerta renziana con ogni evidenza non è sincera. Renzi non ha alcuna intenzione di aprire su nulla. Le aperture offerte da Fassino sono pura tattica. Una volta fatto l’accordo, Renzi resterebbe leader della coalizione, al massimo costretto a qualche “caminetto” (proprio quelli che giurava di non voler fare) e continuerebbe a fare di testa sua. Se per assurdo questa coalizione governasse, Renzi non esiterebbe a marginalizzare i parlamentari di sinistra facendo accordi con quelli eletti con Berlusconi e torneremmo al regime renzian-verdiniano. Renzi è come lo scorpione di Esopo: la sua natura è quella, non può cambiare.

E poi, parliamoci chiaro, Renzi si aspetta certamente un No da Bersani, Speranza e gli altri. Lo ha messo in conto, vuole semplicemente utilizzare quel No come scusa per sopravvivere alla più bruciante delle sue tante sconfitte. E’ un modo spregiudicato, ma anche molto scoperto, di fare politica. E’ puro tatticismo, pura narrazione, doppiezza eletta a dottrina sulla pelle e sulla storia del centrosinistra. Renzi non solo vuole lontano da sé l’amaro calice della sconfitta, ma vuole farlo bere a qualcun altro. Chiuso nel bunker che da solo si è creato, di fronte al destino che si avvicina, si prepara un’ingloriosa via di fuga. Inquina le prove, nel tentativo di crearsi un alibi. Sarà bene che chi ne ha la possibilità non glielo consenta, metta fine agli equivoci e si concentri sul duro lavoro che c’è da fare.

SALVARE IL PD

Le eventuali dimissioni di Matteo Renzi da segretario del Pd sono condizione necessaria, ma non sufficiente, ad impedire l’autodistruzione del principale partito del centrosinistra, e a garantirgli una chance di ripresentarsi competitivo alle prossime elezioni. Andrà quindi accolta con sollievo, se sarà confermata, la scelta che Renzi sembra intenzionato ad annunciare lunedì in Direzione, perché consentirà l’apertura di un processo lungo e difficile, che dovrà partire dai livelli più periferici di quello che resta del Pd e arrivare fino alla scelta di un nuovo segretario.

Purtroppo, lo stesso Renzi non sembra intenzionato a favorire questo processo. Nonostante l’evidente fallimento della sua prima esperienza da leader, nonostante la bocciatura inequivocabile dell’architrave della sua proposta politica al referendum del 4 dicembre, nonostante abbia snaturato il partito, lo abbia sottoposto a tensioni insopportabili, abbia causato la caduta di un presidente del Consiglio del calibro di Enrico Letta, nonostante una impressionante emorragia di iscritti e di elettori, Renzi sembra intenzionato ancora una volta ad utilizzare il Pd come sgabello per arrivare a palazzo Chigi, salvo poi abbandonarlo a se stesso, come fece l’ultima volta.

Il segretario del Pd, Matteo Renzi 

Le dimissioni, nelle intenzioni di Renzi, rischiano di essere dunque solo un espediente tattico, un modo per accelerare la conta interna, nella speranza di cogliere i suoi tanti avversari impreparati e divisi ed ottenere in contropiede una nuova investitura, magari provocando ancora una volta la caduta di un presidente del Consiglio del Pd (Gentiloni, stavolta) e forzando la mano al presidente della Repubblica per andare a votare in giugno.

Tutto questo, tuttavia, per quanto sia probabilmente vero, non deve spaventare chi, in questo momento, ha il dovere di tentare di salvare il Pd. Renzi è furbo, ma è anche molto confuso, e non è detto che il suo piano riesca. Dal giorno della sconfitta al referendum, ha cambiato idea, strategia e tattica praticamente su tutto, più di una volta. Stenta a ritrovare il bandolo della matassa, non sa da che parte ricominciare, alterna minacce a disinteresse, ultimatum ad aperture. E’ debole, anche se in pubblico ostenta la solita sicurezza. E’ circondato da gente che, appena gli volta le spalle, scuote la testa, come per dire: “E’ impazzito”. I suoi alleati gli girano intorno come degli squali, in attesa di azzannarlo.

Dario Franceschini

A conferma della sua debolezza, basti notare che, dalla notte del 4 dicembre, Renzi non ha fatto altro che inanellare una serie molto lunga di nuove sconfitte. La prima si chiama Paolo Gentiloni. Renzi dopo il referendum non voleva che si facesse un altro governo, voleva restare dimissionario a palazzo Chigi e andare dritto al voto. Ricordate l’ultimatum “O ci stanno tutti o il Pd non farà parte di alcuna maggioranza e si andrà a votare”? Nessuno gli rispose, gli alleati fecero finta di non sentire, le opposizioni rimasero opposizioni, il presidente della Repubblica fece il suo lavoro e Renzi fu costretto a passare il campanello al suo ministro degli Esteri.

Paolo Gentiloni e Matteo Renzi

Poi ci fu la proposta quasi ultimativa di tornare al “Mattarellum”, il sistema elettorale in vigore dal 1994 al 2005. Anche qui, nonostante l’appoggio della minoranza interna, molte porte in faccia. Stesso discorso per il tentativo di estendere al Senato il cosiddetto “Consultellum”. Intanto, mentre la Corte Costituzionale faceva a pezzi l’Italicum, la legge elettorale voluta a tutti costi dal ragazzo di Rignano, fallivano tutti i tentativi dello stesso Renzi di fissare una data per la caduta di Gentiloni ed il ritorno alle urne: a febbraio, poi ad aprile, a giugno, a settembre…

Ogni giorno i retroscena raccontavano di un foglietto poggiato sulla scrivania di Renzi, con una data cerchiata in rosso: “ecco, in esclusiva, la data fissata da Renzi per le elezioni”. Peccato che quella data cambiasse ad ogni articolo, mentre i foglietti si accumulavano sulla scrivania dell’ex premier ed i ministri Calenda, Franceschini, Alfano, diversi parlamentari della maggioranza e persino l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, un tempo alleato di Renzi, si schieravano più o meno apertamente contro le elezioni anticipate.

Giorgio Napolitano

Poi c’è stata la storia quasi comica della nuova segreteria del Pd, che per settimane i giornali ci hanno raccontato come imminente e ricca di novità, come se si trattasse di un nuovo governo del Paese. Ma Renzi ha ricevuto solo tantissimi “No”, e la nuova segreteria è ancora quella vecchia.

In questo contesto, arrivava da Bruxelles la nota che ci impone di correggere i nostri conti, pena una procedura di infrazione che avrebbe effetti molto gravi sulla nostra reputazione e sulla nostra economia. Quello che l’Unione Europea ci ha mandato è un po’ come il conto del ristorante, peccato che arrivi dopo che colui che aveva ordinato caviale e champagne se n’è andato, lasciando i commensali Gentiloni e Padoan al tavolo. Da Pontassieve, Renzi manda ora messaggi al premier, intimandogli di non pagare, ma intanto Padoan ha già preparato le tabelline e messo mano al portafogli. Perché sa, Padoan, che non si può prendere in giro l’Unione Europea. Ché se si chiedono cinque miliardi di flessibilità per il terremoto e poi se ne spendono 1,6, il resto va restituito.

Pier Carlo Padoan, Ministro dell’Economia

Renzi si presenta dunque alla Direzione di lunedì in una condizione di grande debolezza ed in uno stato psicologico particolarmente pesante. Il passo indietro, se davvero lo farà, sarà un arretramento tattico, un segno di difficoltà. Difficilmente perderà la sua baldanza, certamente ostenterà quel sorriso forzato che in occasione di altre sconfitte ha messo su, davanti agli obiettivi, per mascherare la rabbia. Farà la faccia feroce, lancerà la sfida al resto del partito, ammonirà, come ha già fatto, che poi chi perde dovrà stare alle regole di chi vince.

Michele Emiliano e Roberto Speranza

E’ necessario quindi mantenere la lucidità e raccogliere questa difficilissima sfida senza paura. Renzi è ancora molto forte, in questi anni è stato abile nel costruire un sistema di consenso solido ad ogni livello: dal centro ai territori. Certamente, nonostante i risultati deludenti al governo e fallimentari al partito, parte favorito. E fra l’altro, se si dimetterà, le redini del partito e del congresso resteranno comunque nelle mani di due suoi pretoriani di prima scelta, come Matteo Orfini e Lorenzo Guerini, che faranno di tutto per rendere la vita difficile a chi si candiderà contro di lui.

Renzi guida però un Pd  svuotato e sfiduciato, fatto di circoli spesso disabitati e silenziosi, fatto di una base con un’età media molto alta, anch’essa disorientata dalle scelte neo-centriste del segretario. Ci sono migliaia di iscritti e milioni di elettori in fuga. C’è lo spazio per ribaltare questa situazione.

Pierluigi Bersani

Ma il tempo è poco. E’ necessario che l’operazione “#RetakePD” parta subito. Occorre che tutte le donne e gli uomini di buona volontà che stanno nel partito si diano subito da fare. Non c’è tempo per i padri nobili che non vogliono sporcarsi le mani, né per i king maker. Bisogna uscire di casa, esporsi in prima persona, andare in tutti i circoli, in tutta Italia, creare un movimento interno al Pd che guardi al futuro, che racconti perché finora si è sbagliato e spieghi perché le idee di sinistra torneranno al centro della politica del Pd e aiuteranno finalmente gli esclusi di questo Paese a ritrovare motivazione, convinzione, stabilità, benessere, orgoglio di far parte della propria comunità. L’attività di queste settimane di Roberto Speranza, di Michele Emiliano, di Massimo D’Alema, di Enrico Rossi, di Gianni Cuperlo lascia ben sperare.

Andrea Orlando

Ma bisogna identificare presto una leadership, senza sgambetti, senza tatticismi. Non ci si può presentare contro Renzi in sette, perché si perde. Chi ha più carte da giocare si faccia avanti: Bersani, Franceschini, Emiliano, Orlando, D’Alema, Speranza, Rossi, Cuperlo e tutti gli altri. Ci si sieda intorno ad un tavolo e si individui il candidato segretario che correrà contro Renzi al congresso, uno solo. Un candidato vero, però, non un fantoccio. Poi, si faccia gioco di squadra dietro quel candidato, gli si stia vicino, si chieda conto pubblicamente a Renzi delle sue politiche sbagliate, dei suoi troppi errori, delle politiche fallimentari che hanno portato il partito a sconfitte storiche. Si dia al popolo smarrito del Pd, compresi i renziani delusi,  un approdo, una prospettiva. Si superino le divisioni, che sono inevitabili, e si lavori insieme per voltare definitivamente la pagina del renzismo che da troppo tempo corrode pericolosamente le fondamenta di questo giovane partito.

CARA MINORANZA PD, CHI NON VOTA HA SEMPRE TORTO

24 novembre 2014

Il crollo dell’affluenza in Calabria ed in Emilia Romagna è figlio di molti padri, non solo delle politiche impopolari di Renzi. Si è votato solo in due regioni, senza che se ne sia parlato granché in TV, a novembre non si va a votare volentieri, ci sono stati gli scandali, si votava solo di domenica. E poi ci sono, certo, i provvedimenti sul lavoro del governo, forse necessari, come le tasse, ma certamente non elettorali.

Quello che stona sono i commenti soddisfatti della minoranza PD, che non riuscendo a battere Renzi sul campo, esulta piuttosto sguaiatamente, individuando un insolito alleato nell’astensionismo. Non è un atteggiamento maturo, andrebbe ricordato a costoro e a quanti hanno liberamente scelto di non andare a votare, che chi non vota, in democrazia, ha sempre torto.