RIMOZIONE FORZATA

Sono passate otto settimane dal referendum del 4 dicembre, eppure Matteo Renzi ancora si rifiuta di fare i conti con quella bruciante sconfitta. Come se quel passaggio fosse un piccolo incidente di percorso, come se quel No fosse stato un episodio marginale e non la pietra tombale del renzismo. Quasi come se quel disastro politico, nel quale ha trascinato il Partito Democratico, non fosse mai accaduto. Asserragliato nella ridotta del Nazareno, l’ex premier ha ricominciato a dare ordini, come se niente fosse, deciso a tornare a sedere sulla poltrona che sembra ritenere sua di diritto, quella di presidente del Consiglio.

Vederlo sul palco di Rimini, davanti agli amministratori locali del Pd, sabato pomeriggio, lasciava esterrefatti. Gli stessi slogan, la stessa baldanza, la stessa sicumera, gli stessi stucchevoli artifici retorici degli “abbracci” e dei “sorrisi” agli avversari. Con un grande assente: la proposta politica. Con ogni evidenza, Renzi finge di non vedere che la sconfitta al referendum lo ha ormai svuotato di qualsiasi progetto. La sua “narrazione” aveva nella riforma costituzionale il proprio architrave, bocciata quella, non c’è più narrazione e non c’è più proposta. Renzi senza renzismo non è più nulla e quel nulla è oggi alla guida del Partito Democratico.

Matteo Renzi, segretario del Pd

L’ex premier è con ogni evidenza “spompo”, per usare un toscanismo a lui caro, ed è talmente frastornato da non rendersi conto che il suo astro è ormai spento. Si aggrappa alla poltrona di segretario del Pd, conquistata un’era geologica fa e utilizzata solo per scalare il potere, senza riconoscere che il Renzi che nel 2013 conquistò quella poltrona non c’è più. Rifiuta di fermarsi a riflettere, perché altrimenti dovrebbe ammettere che l’unica possibile conseguenza dell’ennesima sconfitta a cui ha condannato il Pd sarebbero le sue dimissioni anche da segretario. Il suo disegno è fallito e se il Renzi di oggi desse retta al Renzi del 2013 non esiterebbe un secondo a “rottamarsi”, rimettere il proprio mandato a disposizione del congresso e farsi da parte.

La strategia dell’ex premier è invece un’altra: portare l’Italia a votare il prima possibile, tentando un’altra puntata sulla roulette del potere, incurante del fatto che votare prima della scadenza naturale della Legislatura (febbraio 2018) non farebbe che danni all’Italia. Il Paese oggi ha un governo, guidato da una persona capace, competente e rispettata come Paolo Gentiloni. Ci sono una serie di emergenze a cui far fronte, a cominciare dall’assistenza alle vittime del terremoto in Italia centrale. Ci sono diversi provvedimenti da adottare, politiche sbagliate da correggere, risposte da dare all’Unione Europea e, soprattutto, importantissime scadenze internazionali: dal Consiglio Europeo di marzo a Roma, al G7 di Maggio a Taormina, alla delicatissima attività di membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni

Se si andasse a votare in primavera, come chiede Renzi (insieme a Salvini, Meloni e Grillo), l’Italia finirebbe nel caos più totale. Lo dimostrano tutte le simulazioni effettuate con il nuovo sistema elettorale, che indicano come nessuna coalizione, nemmeno quella contro natura fra Pd e Forza Italia riuscirebbe ad avere la maggioranza. E lo dimostra, più di ogni altra cosa la repentina impennata dello spread, subito dopo la sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum. Quanto al Pd, se si andasse al voto, stando ai sondaggi e con le nuove regole, otterrebbe meno di 200 deputati, contro i 310 di oggi, e rischierebbe di perdere il governo.

L’ultima simulazione di Demopolis

Ma allora dove corre Renzi? L’ansia da elezioni del ragazzo di Rignano si spiega solo parzialmente con il desiderio di tornare a sedere sulla poltrona dalla quale si è volontariamente alzato dopo il referendum. C’è di più. Si intravvede nel disegno renziano la voglia inconfessabile di distruggere quel poco che è rimasto del partito, costringendo la minoranza alla scissione. Non è solo la rivincita, quella che Renzi cerca. E’ la vendetta biblica, la cintura esplosiva, il colpo del kamikaze. La rivalsa contro quella parte del Pd che si è rifiutata di seguirlo nell’avventura del referendum e alla quale, rabbiosamente, cerca adesso di addossare la responsabilità della sconfitta.

Massimo D’Alema

La chiamata alle armi di Massimo D’Alema, che sabato ha per la prima volta evocato con chiarezza la possibilità di una scissione della parte del Pd che ha votato No, è la conseguenza logica di questa deriva renziana. D’Alema ha aperto una breccia, ma non è detto che debba finire così, non siamo ancora a questo. Gli uomini e le donne del Partito Democratico hanno ancora la possibilità di salvare il salvabile. Si sveglino dal torpore, però, anche quelli che hanno votato Sì. Pretendano con forza la convocazione di un congresso, chiedano in maniera intransigente che si rimetta in discussione la leadership, che si tracci insieme una proposta di governo nuova, in grado di resuscitare un partito allo stremo.

Si dia vita ad un confronto vero, profondo, doloroso, che rimetta insieme i cocci e faccia ritrovare il bandolo della matassa perduto. E, soprattutto, si trovi nel partito energia nuova, che lo metta in grado di tornare a parlare con le nuove generazioni, quelle che con Renzi hanno rotto, votandogli contro. E’ tempo di ridare speranza ai ragazzi sfiduciati e ai cinquantenni disoccupati, di dare risposte concrete e realistiche a chi da tempo non ne ha più e le cerca nel populismo o si rifugia nell’astensione.

Il tempo è poco, ma non pochissimo: un anno. Se si lascia lavorare Gentiloni, se si portano in Parlamento idee di buon senso e le si approva, compresa una buona legge elettorale concordata con le opposizioni, se si mette in piedi un congresso vero, se le migliori energie del Pd si faranno avanti per vincerlo e restituire alla comunità del centrosinistra il senso della propria missione politica, se si ricomincerà a includere gli esclusi, se si riprenderà a produrre idee e non più solo slide, forse non tutto sarà perduto.

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4 pensieri su “RIMOZIONE FORZATA”

  1. Potrebbe esserci un altro motivo per il ritorno “spompo” di Renzi alla narrazione, anch’essa spompa, a Rimini davanti al partito. Le promesse fatte ai più fedeli collaboratori e finanziatori non sono noccioline e se vuole giocarsi la partita decisiva e giovarsi ancora di quelli, per una molto improbabile rimonta, è molto pericoloso abbandonare la segreteria del pd e/o autorottamarsi a gratis, perché nulla egli potrebbe contare sulle cruciali questioni delle banche, specie quelle toscane, sulle poltrone di Eni, Enel, Cassa depositi e prestiti, Finmeccanica e così via. Se non verrà presa dalla furia vendicativa, invece, adoperando la “political suasion” del suo provvisorio successore a Palazzo Chigi, nel giro di un annetto o giù di lì – quindi senza pretendere elezioni subito, potrebbe fare approvare qualche legge – compresa ovviamente la elettorale – per ridare fiato alle piccole imprese, limitare di molto la pratica dei voucher, dare un tantino di risorse vere per il risanamento del territorio dopo terremoto e slavine, dare finalmente alloggi degni di questo nome ai disgraziatissimi abruzzesi, umbri, marchigiani e laziali-amatriciani, producendo così l’illusoria illusione all’elettorato che poi alla fine qualche cosa ha fatto per gli italiani, così da presentarsi meno incredibile alle elezioni del 2018…dato e non concesso che comunque al vicino Congresso del suo partito – che non potrà evitare – riesca a mantenere il partito stesso unito. In ogni caso dovrà – se è ancora astuto come una volpe (Machiavelli) favorire i suoi finanziatori con concrete contropartite…e forse questo sarà lo scoglio sul quale potrà naufragare.

  2. sono completamente d’accordo con l’analisi di Francesco Luna. In particolare sulla valutazione dell’atteggiamento di Renzi, per me del tutto insostenibile fin dall’inizio ma che ieri è sembrato addirittura peggiorato. Chi aveva pensato a un suo cambiamento dovrebbe prendere atto che la persona è quella, che ben difficilmente potrà cambiare e che, purtroppo, non è proprio compatibile con un’idea di sinistra, che peraltro è da ricercare nel mondo di adesso. Ma lui ha troppe certezze, che sbandiera con quel suo modo arrogante e inaccettabile. E’ del tutto allergico a qualsiasi problematizzazione. Inaccettabile.

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