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GRANDI

Che straordinaria lezione ci hanno dato questo ragazzini. Sta finendo il concerto “One Love Manchester”, il televisore manda le ultime immagini di lacrime e di abbracci e la mia generazione si inchina davanti a quella folla di teen-ager coraggiosi che ballano senza ritegno e senza paura nello stadio del cricket della città britannica. Rendiamo merito, noi cinquantenni, a queste giovanissime star del pop che snobbavamo fino a ieri e che oggi si dimostrano molto più concrete, molto meno futili di quello che pensavamo.

Ariana Grande a Manchester

E’ stata un’emozione forte, il concerto di Manchester. Abbiamo assistito da ospiti, come degli ingombranti genitori a una festa di adolescenti. Ma ci siamo commossi anche noi sulle note di “Don’t look back in anger”, di “Over the rainbow”, che conosciamo bene, e ci siamo lasciati coinvolgere persino da tanti pezzi che prima di stasera non avevamo mai ascoltato davvero.

E, soprattutto, abbiamo applaudito con rispetto questa straordinaria ragazza che risponde al nome di Ariana Grande. Certamente figlia dell show business, certamente icona teen della musica di facile consumo, ma che dopo l’attentato del 22 maggio,  alla fine del suo concerto macchiato dal sangue innocente di 22 persone, ha capito che toccava a lei, ha fermato il suo tour milionario e ha fatto quello che doveva fare.

Ariana Grande e Chris Martin

Ha realizzato qualcosa di straordinario, Ariana Grande. Qualcosa di bellissimo, di fresco, di nuovo. Qualcosa di simile al Live Aid del 1985, ma anche di completamente diverso. E’ tornata a Manchester in appena due settimane con le più grandi star del momento e ha creato un evento che probabilmente resterà nella memoria di un’intera generazione. Ha portato sul palco finalmente, davanti a tutti, la generazione dei ragazzini, quelli che sono nati nel mondo confuso e violento che fra non molto lasceremo loro e che vorrebbero viverci in pace.

Quelli che erediteranno le briciole dei nostri sperperi, che pagheranno per la nostra inadeguatezza, per la nostra lentezza, per la nostra inerzia, per le nostre indecisioni, per le nostre contraddizioni, per le bugie che abbiamo detto loro, per le ingiustizie che non abbiamo saputo o voluto combattere. Quelli che fino a ieri guardavamo con supponenza, quelli a cui bocciavamo le idee ancora acerbe e semplici, quelli a cui abbiamo ripetuto tante volte,  forse troppe, che dovevano imparare a diventare come noi.

Due ragazze del pubblico di Manchester

E invece no, per fortuna. Il concerto di questa sera ci dà la speranza che questi ragazzini non diventeranno come noi. Forse anche grazie a noi, ma soprattutto grazie a loro stessi, saranno migliori. Forse saranno capaci di utilizzare quel po’ di buono che abbiamo insegnato loro, di imparare dai nostri errori e di trovare le soluzioni che noi non abbiamo saputo trovare. Questa sera, questi bambini già grandi, che il terrore ha preso di mira per colpirci, hanno dimostrato di esserci e di non temere la paura.

Il concerto contro il terrore di Manchester aveva le caratteristiche epocali di un passaggio generazionale. Un passaggio rispettoso, non aggressivo, ma netto. Bastava guardare il palco: era Ariana Grande a condurre le danze, era lei a far entrare e uscire i vecchi Liam Gallagher, Robbie Williams e Chris Martin, o i più giovani, come Miley Cyrus, Justin Bieber e Katy Perry. Era lei a guidare, a dirci quando ballare e quando commuoverci. Aveva l’autorevolezza, l’energia, la freschezza per farlo.

Ariana Grande e Miley Cyrus

Nei suoi occhi e negli occhi dei tanti pischelli che ballavano felici e straordinariamente determinati sull’erba dell’Old Trafford Cricket Ground, si vedeva la forza di una nuova umanità imberbe che ha capito di dover crescere in fretta, ha capito che se vuole salvarsi dovrà presto prendere dalle nostre mani il timone e cominciare a guidare.

Non so come sarà il mondo, dopo che l’avranno preso in mano loro. Non so se avranno il tempo di raddrizzare questa barca vecchia e malandata che abbiamo condotto fino a qui in modo spesso confuso e inefficiente, senza pensare a chi sarebbe arrivato dopo. Ma dopo questa sera, dopo questa musica, dopo questi abbracci, mi sento un po’ più sollevato e un po’ meno in imbarazzo nei loro confronti. Perché ora so che ce la metteranno tutta.

ADDIO DAVID BOWIE, OGGI LO SPAZIO È FREDDO E SILENZIOSO

Pochi artisti hanno segnato la mia esistenza come David Bowie. Era arte pura, istinto, ma allo stesso tempo ricerca meticolosa e rigorosa, avanguardia intransigente, stile. Era il volto del futuro, quel futuro che, cambiando se stesso e la sua musica, lui vedeva prima di tutti noi e ce lo mostrava cercando di rassicurarci. Considerava se stesso un’opera d’arte, si modellava, si plasmava, per dare forma al tempo. La sua musica, bellissima, era solo una parte della sua arte.

David Bowie

David Bowie (1947-2016)

Il mio primo “incontro” con David Bowie risale a trentacinque anni fa. Ero ragazzino quando mi capitò di vedere un film bello e crudele che si chiamava “Christiana F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”. Un film feroce che fotografava il dramma e l’isolamento di una generazione, vittima di se stessa, della ghettizzazione a cui era condannata e, quindi, della droga, e la sua ricerca disperata di una via di uscita. E mentre il film raccontava l’effimero riscatto di quei ragazzi, in sottofondo, sempre più forte, arrivava la musica di “Heroes”. “Possiamo essere eroi, solo per un giorno”, cantava il Duca Bianco. Ricordo che uscii dal cinema con il desiderio fortissimo di riascoltare quel pezzo, il giorno dopo mi infilai nel solito “Ricordi” di via del Corso, a Roma, e ne uscii con il disco.

Christiane F
Christiane F

Il mondo di David Bowie si aprì davanti a me all’improvviso. “Heroes” avrebbe suonato per mesi nella mia stanza, nelle mie orecchie, nei miei pensieri. Potevo esssere anche io, forse, eroe per un giorno, pensavo. Mi inoltrai in quel mondo e mi sentii un po’ come Alice nel Paese delle Meraviglie, un po’ impaurito, ma anche molto curioso. Bowie era famoso già da più di un decennio, ma io cominciavo a scoprirlo solo allora, ed ogni giorno c’era qualcosa di nuovo. Appresi che John Lennon, poco dopo lo scioglimento dei Beatles, aveva detto: “Dopo di noi sono successe solo due cose: Elton John e David Bowie”. Certo, ne erano successe anche altre, di cose, ma Lennon aveva ragione, se si pensa al genio creativo, alla capacità di raccontare il tempo che cambia interpretandolo fino a cambiare non solo la musica, ma anche il volto, la voce, le espressioni.

John Lennon e David Bowie
John Lennon e David Bowie

La puntina viaggiava veloce sui solchi a 33 giri e, ben presto, mi imbattei in “Changes” e fu la prima volta che mi trovai davanti a un inno al cambiamento. “Turn and face the strange”, “Voltati e affronta l’ignoto”, diceva. E sembrava quasi cogliermi di sorpresa mentre cercavo di svignarmela, di nascondermi davanti al mondo che cambiava, un po’ perché cambiava davvero, un po’ perché ero io a cambiare e non volevo accettarlo. Come capita a tutti, d’altronde. “Voltati e affronta l’ingnoto”, ripetevo, nel mio incerto inglese che cresceva anche grazie ai suoi testi. E mi davo coraggio, finché non riuscii, bene o male, a mettermi al passo con il mondo e con me stesso. Cambiavamo insieme, io e il mio mondo, e uno faceva cambiare l’altro. “Changes are taking the pace I’m going through”.

David Bowie alla radio
David Bowie ancora molto giovane, alla radio

Il compito che Bowie aveva nella mia esistenza era quello dello sherpa. Mi guidava verso il dopo, ne apriva le porte, mi ci accompagnava dentro. Mi immersi nelle sue musiche, finché feci la conoscenza di “Starman”, quel personaggio a metà fra il marziano ed il super eroe, che però non faceva altro che aspettare nel cielo. “There’s a starman waiting in the sky”, che vorrebbe venire giù e incontrarci, ma ha paura di farci prendere un colpo. Starman era lì, quindi, e non aveva cattive intenzioni. Meno male. Sapeva di potermi fare paura e, invece di arrivare volando fra lingue di fuoco, si era messo in attesa, aspettando che fossi io ad essere pronto. Raccomandandosi però “not to blow it”, di non sprecare l’occasione, perché ne valeva la pena.

David Bowie in una foto recente
David Bowie in una foto recente

E così, convinto dall’entusiasmo di Bowie, fra mille canzoni meravigliose (come non ricordare “Life on Mars?”) mi imbarcai sulla mia piccola navicella di latta, la “tin can”, insieme al Maggiore Tom. Presi le mie pillole proteiche, infilai il casco e cominciò il mio conto alla rovescia, e la mia vita partì e finalmente mi sentii al centro del mio universo, e vidi la terra blu, che si allontanava, sempre più piccola, e mi sembrava di vedere me stesso bambino sparire insieme ad essa.

Finché non venne il momento di staccare la capsula e perdere i contatti con il mio pianeta di origine, e vivere quello che sarei stato capace di vivere. E che sarebbe stato diverso, senza il grande David Bowie. Chi l’avrebbe mai detto che quella guida, una mattina di gennaio, avrebbe lasciato la mia “tin can” e se ne sarebbe andata, lasciandomi solo a chiamare, disperato, “Can you hear me, Major Tom?”. Siamo in tanti, questa mattina, nel freddo dello spazio, a chiamare, aspettando invano una risposta, mentre la sua musica svanice nel silenzio, in quel punto misterioso che solo lui sapeva individuare, all’incrocio fra lo spazio e il tempo.

Addio, Duca. “The stars look very different today”.

E QUALCOSA RIMANE

La copertina di "Rimmel"
La copertina di “Rimmel”

“Rimmel” mi ricorda pomeriggi piovosi, passati da “Ricordi” in via del Corso, a guardare i dischi, ad ascoltare musica e a sfogliare gli spartiti. Francesco de Gregori era dappertutto, su quegli scaffali e nella mia adolescenza, insieme agli altri grandi di quegli anni. C’erano Dalla, Guccini, Venditti, Baglioni, Renato Zero, ovviamente Battisti. C’erano Bennato, Cocciante, Rino Gaetano, Stefano Rosso.

De Gregori era il più grande. Ricordo le 6.500 lire racimolate per comprare Rimmel, finalmente, dopo averlo sentito tante volte a casa di amici. Ricordo la corsa a casa, la plastica che si apriva, l’odore del vinile, il disco nero con l’etichetta blu della RCA che girava sul piatto. Ricordo le foto di de Gregori che uscirono quasi a sorpresa dal disco, quella sua faccia da ragazzo, che allora poteva essere mio padre e che adesso potrebbe essere mio figlio. E l’attacco, fantastico, della canzone che dà il nome all’album. Un mix di pianoforte e contrabbasso, cinque accordi a salire sulla scala di do, geniale a suo modo. E poi lui, la sua voce, che si rivolge alla misteriosa (e un po’ stronza) “dolce venere di Rimmel”. Un disco che apre un’epoca che si apre con una congiunzione, come se venisse dal vuoto che lo precede: “… e qualcosa rimane”, e già questo era rivoluzionario.

Ci sono canzoni che sono capaci di farti sentire persino gli odori di un tempo passato. E Rimmel è una di queste. Quando l’ho risentita, l’altra sera, al concerto per i quarant’anni di quel disco trasmesso in diretta dall’Arena di Verona, ho risentito l’odore del negozio di Ricordi di via del Corso, ho sentito il rumore delle porte automatiche dell’autobus (il 67 barrato) che mi portava in quel negozio quasi ogni pomeriggio. Accanto a de Gregori martedì sera, c’era Ligabue, discreto artista, che vicino a de Gregori scompare. Impacciato, intimidito, cantava quelle note, quasi fossero di cristallo, attento a non spezzarle. E de Gregori lì accanto si divertiva, autorevole dall’alto della sua storia, del suo repertorio e dei suoi sessantaquattro anni, sotto il cappello bianco, dietro a degli strani occhiali scuri che proteggevano i suoi occhi stanchi e che sembravano tutt’uno con la barba, ormai completamente bianca.

Francesco de Gregori
Francesco de Gregori a Verona

Cosa resta di de Gregori oggi è difficile dire. Da anni non riesce a scrivere canzoni memorabili, ma questo è normale, direi. L’ispirazione passa, la vena si esaurisce. Ma quando riprende in mano “La donna cannone”, accompagnato solo da un pianoforte ed un violino, è capace ancora di prenderti il cuore e stritolarlo, e gettarlo fra le stelle, e farti volare in cielo in carne ed ossa e non tornare più. Quando duetta con Elisa “Sempre e per sempre”, un pezzo relativamente più recente, sembra quasi rassicurarti che lui è ancora lì, dalla stessa parte. E sempre lì lo troveremo, ma attenzione: bisogna cercare nel posto giusto. Io, per esempio, ho dapprima provato a cercare il de Gregori di Rimmel sul palco di Verona, e ci ho messo un po’ a capire che non c’era. Ho visto un signore in gran forma che saltellava allegro fra le sue canzoni, accompagnato da ragazzi più o meno cresciuti, ma tutti più giovani di lui, e si abbandonava alla meritata celebrazione di quello che resta un capolavoro.

E così ho capito che era dentro di me che dovevo cercare. Ho capito che le corde che stavano suonando non erano quelle della chitarra di de Gregori, ma quelle che vibrano fra me, le mie parole e la mia anima, indurite e incrostate negli anni. E ho ritrovato quella contadina di cinquant’anni e di cinque figli, curva sul tramonto che sembra una bambina. E ho rivisto me stesso, a dodici anni, mentre mi chiedevo quanti potessero essere cinquant’anni. E non è che adesso che lo so mi senta meglio. Ho immaginato di nuovo quel treno, mezzo vuoto e mezzo pieno, e ho ripensato a tutte le volte che mi sono emozionato per un ritorno, perché in fondo è di quello che parla “Generale”.

“Prima parlava strano, e io non lo capivo”, de Gregori. Ma poi ho capito che in fondo non c’è niente da capire. Nei suoi testi c’erano questi lampi che mi sorprendevano ogni volta e mi hanno aiutato a crescere, senza paura. Perché siamo tutti fragili, e anche l’uomo che salta e vince sui vetri può finire implorando: “Ti prego, non andare via, non lasciarmi ferito”. A questo, forse, è servita la serata di Verona. A guardare nei ricordi e ad accorgersi che sembra ancora ieri. Quante volte ho pensato a come il mondo possa scivolare indifferente, sull’autostrada accanto al campo, e non saprà mai di quei due zingari appoggiati alla notte che si tenevano negli occhi.

Di de Gregori mi ha sempre sorpreso la capacità di entrare nella mia vita e descriverla con tratti di matita leggeri, eppure spietati. La capacità di raccontare quel rumore dietro la porta di qualcuno che sale le scale, ma si ferma due piani più giù. E quella speranza impossibile che a salire le scale sia la persona che ti manca di più in quel momento. E quanta forza c’è in quel verso così dinamico e severo, che parla degli amici che vanno e ritornano indietro, ma è tardi, perché ormai hanno perduto l’anima e le ali. E come non vedersi a ridere dentro al bar con quei giocatori tristi, che non hanno vinto mai, a parlare della donna di cui sono vanamente innamorati.

De Gregori è anche un monito a non prendersi troppo sul serio e soprattutto a non farsi ubriacare dal proprio ruolo, sentendosi come il capitano del Titanic, così sicuro di sé mentre dice al mozzo che si può andare avanti tranquillamente, verso il disastro. Ed è l’unico che sa dipingere le emozioni più profonde e dolorose, come il distacco dai figli, che capita a tutti quelli che hanno la fortuna di averne, e che non sapremmo mai raccontare, a meno che non ci mettiamo nei panni della madre del fuochista e condividiamo quella pena dentro al cuore, adesso che la nave se n’è andata e sta tornando il rimorchiatore. Finché non versiamo anche noi quelle lacrime sul bagnasciuga che non ne vogliono sapere.

Tutte emozioni che de Gregori mi aveva raccontato in tempo, quasi per avvertirmi, e che io non ho capito finché non le ho vissute. Come Banana Republic, che cantò magnificamente con Lucio Dalla. Era sera, nel buio di Haiti, passeggiavo insieme a quattro o cinque espatriati come me. All’improvviso mi tornò in testa quella canzone, di cui de Gregori scrisse le parole. E mi riconobbi in quei disperati, un po’ alticci, migliaia di chilometri lontano da casa, che attraversano la notte a piedi per truffare la malinconia. “E piangendo gli viene da ridere”, già, è proprio così.

Tutto questo, e molto altro, mi si agitava dentro, mentre la TV mandava in onda la festa di Rimmel. E mi faceva piacere vedere quell’ex ragazzo cantare e divertirsi, anche se non è più lui, anche se ha la barba bianca, anche se gli piace storpiare le sue canzoni, quasi a tenerci tutti a distanza di sicurezza. Mi ha fatto piacere rivederlo e salutarlo idealmente, e guardarlo mentre si allontana e capire che ci allontaniamo tutti gli uni dagli altri, dalle persone care, da noi stessi, da come eravamo, dalle nostre canzoni, dalle nostre passioni, dai nostri “Ricordi”. Eppure, eppure, anche se la vita a volte è un po’ stronza, qualcosa rimane.

PINO DANIELE, LACREME NAPULITANE

 

pino

Mi ricordo che ero bambino, ed era primavera. Ero a bocca aperta, davanti ad uno dei primi televisori a colori, in campagna. C’era un programma che si chiamava “L’Altra Domenica”, con Renzo Arbore. Da qualche secondo dal televisore stava uscendo una musica nuova, strana, meravigliosa. Ero imbambolato, l’unica cosa che riuscii a fare fu alzare il volume. Sul video, un ragazzino timido, riccioluto, con il naso lungo e gli occhi leggermente ravvicinati cantava un pezzo in napoletano, una lingua che avevo imparato ad amare leggendo le commedie di Eduardo. La canzone diceva “Che calore, che calore, comme coce ‘o sole”. Una canzone sul caldo, sull’oppressione, sul malessere, sulla pena di vivere, di sopportare. Ma soprattutto, una canzone che volava su note e armonie allora a me sconosciute. Non c’erano quelle note né quelle armonie, nella musica che avevo ascoltavo fino ad allora. Fu il mio primo incontro con il blues. Fu il mio primo incontro con Pino Daniele.

Fu da allora che Pino Daniele entrò a far parte della mia vita, dei miei viaggi in macchina, delle mie serate intorno al fuoco, delle mie sere, delle mie notti, dei miei momenti allegri e dei miei momenti tristi. Da lui imparai cosa sia l’appocundria e perché possa scoppiare all’improvviso nel petto. Con i suoi occhi vidi i mille colori di Napoli e le sue mille paure, la voce delle creature che sale piano piano e tu sai che non sei solo. Scoprii grazie a lui che anche a me “me piace ‘o blues”, vidi l’America dal Golfo di Napoli e il mondo dietro ai vetri quando piove e l’acqua si “infogna”, ma tanto l’aria “s’ha da cagna'”. Andai ai suoi concerti di allora, c’erano musicisti fantastici, come James Senese, Tullio De Piscopo, Tony Esposito, e una volta lo intervistai. Io, giovane cronista del Giorno, me lo trovai davanti. Aveva appena pubblicato un nuovo disco, completamente diverso dai precedenti, si chiamava “Bonne soirée”. Gli chiesi perché aveva cambiato genere, se non gli convenisse insistere con lo stile che lo aveva portato al successo. “Perché bisogna rischiare”, mi rispose guardando in basso. “Rischiare sempre, per andare avanti”. Poi alzò lo sguardo e mi guardò dritto negli occhi. E aggiunse: “Sennò che cazz’ campamm’ affa'”.