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ADDIO PAOLO VILLAGGIO, OGGI PIANGIAMO E BASTA

La signorina Silvani, l’invito a cena da Gigi il Troione (“ho già prenotato”), “Pinaaaa!”, Mariangela, i mutandoni ascellari, l’autobus al volo, “Batti lei”, la lavatrice dalla finestra a Capodanno, che piomba sulla Bianchina. E il capo odioso che lo chiama “merdaccia” e i suoi occhi tristi che incrociano lo sguardo in lacrime della moglie, il pomodorino da dodicimila farenheit, la terribile acqua Bertier, di cui Fantozzi, obbligato dal capo, bevve quattro casse, equivalenti a tre metri cubi di gas compresso e “dovette ancorarsi come un pallone-sonda”. L’incontro con il doberman Ivan XXXII, “discendente diretto di Ivan I, appartenuto allo Zar Nicola, leggendario campione di caccia al mugiko nella steppa e fucilato come nemico del popolo, durante la Rivoluzione d’Ottobre sulla piazza Rossa”.

E ovviamente, il liberatorio “La Corazzata Potemkin è una cagata pazzesca”, seguito da 92 minuti di applausi. Il tragico salto a occhi chiusi convinto di atterrare sul materasso coniugale, mentre Pina fa appena in tempo a dire: “Guarda che ho separato i let…”. La frittatona di cipolle, la Peroni familiare e il rutto libero. La festa di Capodanno con la squallida orchestrina che mette avanti l’orologio per poter andare a suonare a mezzanotte ad un’altra festa. Lo spigato siberiano. La martellata sul dito mentre monta la tenda con Filini e la fuga nel bosco fino al punto più isolato per poter gridare con tutta la forza il proprio dolore senza disturbare. La partita scapoli-ammogliati, la Madonna che appare sulla traversa, lo spogliatoio congelato con i tennisti della sera prima. “Fantocci”. “Chi ha fatto palo?”. Aveva segnato anche Zoff, su calcio d’angolo. La nuvoletta dell’impiegato. La poltrona in pelle umana del Mega-Direttore Galattico.

La battuta di caccia, con il ragionier Filini col trombone da brigante calabrese e lui con cartuccera da mitragliatrice residuato della Seconda Guerra Mondiale. La contessa Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare (“Vadi, contessa, vadi”), il mignolo dell’acrivescovo troncato di netto con tutto l’anello pastorale e Fantozzi che propone “facciamo flick e flock?”. La cura nel centro dimagrante “Villa Mag-nolia”, con il terribile Dottor Birkenmeier che gli mangia le crocchette davanti. La telefonata anonima: “Faccio l’accento svedese?”. “Fantozzi, è lei?”.

E come dimenticare il testo di “Carlo Martello ritorna dalla Battaglia di Poitiers”, con il suo grande amico Fabrizio De Andre, “La Voce della Luna”, con Federico Fellini e Roberto Benigni, “Io speriamo che me la cavo”, Fracchia, il professor Kranz, l’Avaro di Molière.

Abbiamo visto noi stessi nei suoi film fino a vergognarcene, abbiamo riso fino a piangere. Ora piangiamo e basta. Tanto cinico quanto adorabile, tanto cattivo quanto amato. Addio, Paolo Villaggio, farai sempre parte di noi.

GRAZIE RAGAZZI

Non so quanti di noi averebbero avuto il coraggio di mettere le ciaspole e inoltrarsi nel bosco, nel buio, sotto una tormenta di neve, per nove chilometri, e raggiungere l’albergo travolto dalla slavina, l’altra notte. Non so in quanti l’avremmo fatto, e non voglio saperlo. Mi basta sapere che esistono nel mio Paese abbastanza persone eccezionali come quelle. Persone che quando le macchine si sono arrese, non hanno esitato un secondo ad andare avanti a piedi, ciascuno con una piccola luce piazzata sulla fronte. Con il rischio di scivolare ad ogni passo, di entrare in un cumulo di neve senza più uscirne, di venire travolti da altra neve, altre rocce, altri tronchi strappati alla terra. Ma anche con la competenza di chi sa dove mettere i piedi, e come metterli.

Di fronte a gente in grado di fare questo non resta che dire grazie e restare in silenzio. E sentirsi piccoli. E pensare che se siamo una comunità, se l’Italia ha un cuore, quel cuore è fatto di persone come loro. Che avanzano nel freddo e nel vento, che scavano con le mani, che si infilano nei cunicoli senza chiedersi se ne usciranno, che piangono quando tirano fuori dalle macerie un bambino ancora vivo. Sono loro che ci permettono di mettere a letto i nostri figli, la sera, mentre fuori nevica, e il vento batte sulle serrande, e addormentarci sapendo che finché nel buio, là fuori,  ci saranno le luci fioche delle loro lampade, che avanzano passo dopo passo nella tormenta, le tenebre e la morte ci faranno meno paura.

ADDIO MARIO SPEZI, GIORNALISTA MITE E CORAGGIOSO

E’ morto nella sua Firenze, a 71 anni, Mario Spezi, cronista di razza. Una carriera passata a sfidare con coraggio le tesi cervellotiche delle procure, e a difendere gli innocenti. Non aveva paura, Mario, nemmeno di finire in prigione. Infatti ci finì, con accuse assurde, compresa quella di concorso in omicidio, mentre era colpevole solo di aver fatto il proprio dovere. Venne scarcerato e scagionato dalla Cassazione, e continuò a combattere.

Lo avevo conosciuto nei primi anni Novanta, mentre seguivo il processo Pacciani. Per me è sempre stato un maestro. Fu fra i pochi a sostenere, contro la massa, l’assurdità delle teorie esoteriche legate al Mostro di Firenze e l’estraneità di Pietro Pacciani a quei fatti. Ugualmente, fu fra i pochi coraggiosi a difendere Amanda Knox e Raffaele Sollecito dall’accusa di aver ucciso Meredith Kercher, raccontando quello che era evidente e che nessuno voleva vedere: cioé che l’unico responsabile di quell’omicidio era Rudy Guede.

Dovrebbero intitolargli una scuola di giornalismo e far studiare il suo lavoro ai ragazzi che si avvicinano alla professione. E non farebbe male un bel ripasso del suo rigore, della sua passione e del suo spirito critico ai troppi cronisti pecoroni che affollano oggi i giornali e le trasmissioni televisive, buoni solo a barattare la propria onestà intellettuale con pochi, miseri scoop sapientemente elargiti dai procuratori. Un mercimonio immondo di verità e di informazione che ha fatto la fortuna di molti. giornalisti e procuratori, a cui Mario si è sempre sottratto.

IL BISOGNO DI SPEGNERE, PER RESPIRARE

E arriva il giorno in cui non ne puoi più. E spegni il televisore, lasci chiuso il giornale, allontani lo sguardo dall’ennesima foto del bambino estratto dalle macerie, e speri che sia vivo, e temi che sia morto, come tanti altri bambini, ancora lì sotto, al freddo, al caldo, nella polvere, senz’acqua, senza voce per gridare. E non sai piú che fare, ti dicono che serve sangue, poi che non serve più, servono vestiti e coperte, no, non servono, manda l’SMS al 45500.

E il tempo passa e la gente là sotto muore, e i nostri ragazzi scavano e piangono, e raccolgono i corpi, e si fermano un attimo a urlare bestemmie senza parole contro l’assurdità della morte, o della vita, per poi ricominciare a scavare e a piangere, raccogliendo resti di vite, finché sentono un sospiro, un lamento, e si arrampicano come dei gatti, si danno coraggio, dai, ché forse ne salviamo uno.

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Arriva il giorno in cui smetti di contare i morti, e ti aggrappi ai vivi: chiedi quanti ne hanno salvati e aggiorni un grottesco medagliere fatto di vite salvate. E pensi ai giornalisti, costretti a recitare il crudele questionario: cosa farà adesso che ha perso tutto? Cosa prova? Quanto le manca sua moglie, sua figlia, suo nipote? Arriva il momento in cui raggiungi il limite e spegni tutto, almeno per un’ora, perché capisci che non puoi far niente e ti senti anche tu sotto le macerie, in cerca d’ossigeno. Sentì il bisogno disperato di uscirne, spegni il computer, illudendoti che basti a cancellare tutto.

E guardi fuori e vedi l’Italia, la tua terra, che c’è ancora, lì bellissima e crudele, che ti innamora con le sue strade ed i suoi borghi e che ogni tanto ti tradisce, ti colpisce alle spalle mentre dormi e ti inghiotte. E ti chiedi un’altra volta cosa sia la vita e cosa sia la morte, e che ci fai ancora qui, in questa mattina di fine estate, in un silenzio denso, che appena ti distrai si riempie delle urla, dei pianti, del frastuono di strade che si aprono e pietre che cadono. E pensi ai bambini di Amatrice, Arquata e Accumoli, poi a quelli di Aleppo, a quelli sui barconi, a quelli in fondo al mare. E non sai dove andare, perché ti sentì inutile. E rimani lì a guardare il cielo, e ti rendi conto di essere solo un sopravvissuto. E cerchi di non fartene una colpa.

GRAZIE ADELE

E’ morta a 84 anni Adele Cambria. Ho avuto la fortuna di lavorare con lei a lungo al Giorno, alla fine degli anni Ottanta. Mi aveva preso sotto la sua ala protettiva, mi invitava alle sue cene nella bella casa in via dei Giubbonari, con scrittori, poeti e artisti. Mi piaceva ascoltarla, ma ciò che ancora mi sembra incredibile è che a lei piaceva ascoltare me e leggere quello che scrivevo. A me, poco più che ventenne, insegnò tanto. Come molti ventenni, credevo di aver già capito tutto e lei sapeva come farmi capire, con garbo, che non era affatto così. Una volta le dissi di essere fermamente a favore della parità fra uomo e donna, e lei mi spiegò il concetto delle “differenze femminili”. Fu fra le poche persone ad aprirmi gli occhi su molte cose e fra le prime a farmi capire che la vita è complicata. Le devo molto.

UNA MATTINA MI SON SVEGLIATO

Ho letto queste parole il 25 ottobre 2015 in piazza del Campidoglio. Molti amici mi hanno chiesto di pubblicarle sul blog. Lo faccio adesso, 7 febbraio 2016.

Roma, 25 ottobre 2015

Una mattina mi son svegliato

E ho scoperto che Roma aveva un sindaco per bene

Una mattina mi son svegliato

E ho visto il mio sindaco che cacciava i delinquenti dal Campidoglio

Che raccoglieva i cocci di una città disastrata da chi ne aveva fatto scempio

Che rimetteva a posto i conti

Che riconosceva i diritti di tutti

Che non aveva paura di nessuno

Una mattina mi son svegliato

E ho pensato che forse non c’era più bisogno di avere paura

Che si poteva dire di no ai potenti, agli arroganti, ai boss

Ho scoperto che la mia città

non era la città di pochi,

ma era la città di tutti

Una mattina mi son svegliato

E ho scoperto che il sindaco, il mio sindaco, era sotto attacco

Che i giornali, le televisioni, i politici, persino qualcuno al di là del Tevere

Aveva deciso che era troppo, che il mio sindaco se ne doveva andare

Hanno cercato di farlo passare per incapace, per inetto, per disonesto

Ho visto il mio Partito, il Partito Democratico

Fare a pezzi il mio voto e la mia fiducia

E dare addosso al mio sindaco

Una mattina mi son svegliato

E ho trovato gli invasori sul Campidoglio

Ho visto sventolare le bandiere fasciste

Ho visto gli opportunisti e gli arrampicatori

Salire la scalinata e avvicinarsi sempre di più all’ufficio del mio sindaco

Ho visto gli avvoltoi girare sul cielo di Roma.

Poi, una mattina mi son svegliato e ho detto no

Ho aperto la finestra e ho guardato il cielo

E ho visto che era una bella giornata

E ho visto tanta altra gente aprire la finestra

E ci siamo capiti con uno sguardo

Abbiamo pensato ai nostri nonni, che hanno combattuto

E che sono morti per la nostra libertà e la nostra democrazia

E abbiamo pensato ai nostri figli

E ci siamo detti che questa cosa non la potevamo lasciar passare

Una mattina ci siamo svegliati

E siamo andati tutti insieme in cima al Campidoglio

E ci siamo guardati negli occhi, e abbiamo visto quanti siamo

E quanto siamo arrabbiati

Ci siamo abbracciati e ci siamo tenuti per mano

E abbiamo cantato insieme, e abbiamo gridato insieme

E abbiamo capito che ce la faremo

L’IPOCRISIA E LA PIZZA “VISTA CONCORDIA”

28 luglio 2014

Una pizzeria di Genova distribuisce volantini per far sapere che dalla sua terrazza si può vedere il relitto della Costa Concordia. Alberghi e pensioni di Voltri mettono annunci dello stesso tipo, sottolineando che le loro camere sono “vista Concordia”. E su Internet si fingono stupore, indignazione e, soprattutto, conformistica commiserazione per quelli che si lasciano suggestionare da questo marketing del rottame. Eppure, non c’è nulla di sorprendente. La Concordia è diventata una celebrità e, come tutte le celebrità, attira il pubblico degli anonimi. E’ un monumento, come il Colosseo, o la Torre Eiffel, o la scritta “Hollywood”, con in più il fascino di essere destinata alla demolizione e quindi a sparire presto. Quando era incagliata al largo del Giglio, la gente prendeva il traghetto e si faceva fotografare con il relitto sullo sfondo, per poi mettere la foto su Facebook o farla vedere agli amici. Lo sanno bene, gli abitanti dell’isola, che hanno pianto lacrime amare quando la Concordia se n’è andata, non perché le fossero affezionati, ma perché portava turismo e soldi. Su un aereo per Miami, diversi mesi fa, il mio pisolino è stato interrotto dal grido di una signora: “La Concordia!”. Stavamo sorvolando il Giglio ed, effettivamente, la sagoma bianca era ben visibile. Le hostess hanno faticato non poco per convincere i passeggeri a non accalcarsi su un lato dell’aereo per fare le foto. Persino Paolo Sorrentino, nel celebratissimo “La Grande Bellezza”, gira una scena con la nave incagliata sullo sfondo, solo che lui è un intellettuale, quindi se lo fa lui è una metafora dell’Italia riversa su un fianco che distrugge se stessa e muore abbandonata per eccesso di superficialità. Persino la visita, doverosa, di Matteo Renzi ieri a Genova all’arrivo della Concordia è stata una specie di “selfie”. Dunque, se lo fanno Sorrentino e Renzi, che male c’è se lo faccio io, che non sono nessuno e che voglio godermi una pizza ammirando il pachiderma disincagliato?

CARO BALOTELLI, IL RAZZISMO E’ UNA COSA SERIA

26 giugno 2014

Caro Balotelli, il razzismo è un problema maledettamente serio, non un alibi. C’è gente che combatte il razzismo ogni giorno, contro chi fa i soldi schiavizzando gli immigrati sui campi di pomodori. O contro chi trasporta donne e bambini sui pescherecci per il Mediterraneo, magari lasciandoli affogare. Non è razzismo dire che sei una pippa, al massimo può essere una critica ingiusta o persino sbagliata. Ma le critiche, giuste o meno che siano, si accettano, soprattutto quando si fa un mestiere privilegiato, come quello del calciatore. Se sbagli una partita, ti becchi le critiche e se ti sfottono per come hai giocato ci devi stare. Se ci fai uscire dai mondiali e dai l’impressione di non impegnarti, ti prendi i fischi. Puoi dire che non sei d’accordo, che ti sei impegnato, che hai fatto del tuo meglio. Ma tirare in ballo il colore della tua pelle è una vigliaccata, non nei confronti del calcio, o dei tifosi, ma di quelli che il razzismo lo subiscono o lo combattono per davvero.

UCCELLACCI E UCCELLINI (WHERE THE DOVES CRY)

28 gennaio 2014

No, proprio non ce la faccio a prendermela con gli insolenti volatili romani che domenica scorsa hanno brutalmente attaccato le bianche colombe lanciate gioiosamente da Papa Francesco su piazza San Pietro. Perché a Roma è difficile dare solennità ai gesti, persino per il Papa. Perché c’è sempre un romano capace di smontarti al volo qualsiasi poesia e ridurla in pochi secondi a un crudele stornello. Me li immagino, il corvo e il gabbiano, atterrati da poco sul colonnato del Bernini, sbracati e indolenti, ridere sguaiatamente alla vista del Pontefice affacciato e benedicente di fronte ai fedeli. “Aoh, s’è riaffacciato Francesco, quello cor cappelletto! Tutto vestito de bianco, ma che è, ‘n gelataro?”. E giù a ridere. Me li immagino guardare mezzo addormentati la folla adorante che applaude e fotografa: “Ma che ciavranno da fotografa’, tutti co ‘sti telefonini”. “Me parono matti, me parono…”.

E poi, alla vista della colomba ringalluzzirsi improvvisamente: “Daje!”. E partire di scatto, librandosi in aria agili e spietati, perché il romano quando c’è da mangiare trova in sé energie che nemmeno immagina di avere. “Prima magnamo e poi parlamo”, si dice dalle nostre parti. E via, dritti verso l’innocente obiettivo. Poche beccate, e delle povere, bianche e pure malcapitate non resta che una nuvola di candide piume, che scendono tristemente, cullate dal ponentino, e si posano sul selciato. Il tutto davanti allo sguardo allibito dei fedeli e sotto il sorriso imbarazzato di Francesco, preoccupato di consolare i bambini che dalla sua finestra avevano involontariamente procurato il pasto ai due uccellacci romani. “Ammazza che bbona”. “A France’, tiracene n’antra”. Prosit.

Ciao, Boemo

Un saluto affettuoso e una stretta di mano a Zdenek Zeman, che non ho mai amato ma sempre rispettato, la cui carriera è giunta forse all’ultima salita. Ripida, ovviamente, come è sempre stata la vita per lui. Ha tenuto testa ai potenti e non ha mai abbassato lo sguardo. Ha predicato il bel gioco e la pulizia, ha sfiorato varie volte il miracolo, senza mai toccarlo. Ha affrontato l’ultimo fallimento con la dignità delle persone vere. Il sipario si chiude tra i fischi, le urla e i lazzi della curva, com’è normale che sia e come meritano gli scarsi risultati della sua squadra. Ma un uomo resta un uomo. Ciao Boemo. 2 febbraio 2012