IL RAGGIO VERDE

E così, anche il Lingotto è caduto. La strategia renziana di occupazione dei luoghi-simbolo del centrosinista ha raggiunto la capanna del presepe del vecchio Partito Democratico, svuotandolo della sua storia, dei suoi personaggi, dei suoi simboli, e riempiendolo di una retorica indigesta, verticistica, leaderista, peronista. Matteo Renzi passeggia impaziente nella vecchia fabbrica torinese, ne calpesta il suolo, come un piccolo Napoleone un po’ imbolsito, che entra a Notre-Dame per incoronarsi in fretta da solo.

Al seguito del capo, le truppe della Leopolda accorrono esaltate, eccitate, dopo aver varcato strombazzando i confini toscani e aver attraversato in auto, in treno e in pullman le Langhe e il Monferrato, decisi a recitare a Torino lo stesso copione messo in scena negli ultimi anni nella stazione fiorentina: tavoli di discussione di cui pochi ricorderanno gli argomenti, brevi interventi dal palco che pochi ascolteranno. E poi la vera ragione per cui tutti accorrono: l’apoteosi del leader, la capriola nel fuoco del fenomeno, la zampata di “quello che ci fa vincere” (ma che di solito perde) l’ovazione.

Il palco del Lingotto

Il Lingotto si arrende al renzismo senza opporre resistenza, ormai abbandonato, privo di forza, di significato, di senso. Era il luogo dove erano miracolosamente e faticosamente confluite le anime dell’identità riformista italiana, oggi è la casa buia e asfittica dove si torna dopo il divorzio, dove si rimpiange quello che avrebbe potuto essere e non è stato, dove si respira l’assenza di chi se n’è andato. Sotto le volte della vecchia fabbrica si avverte forte la prevaricazione culturale del renzismo, le smargiassate di chi ha prevalso sull’altro, gli effetti dell’Opa ostile andata in porto.

La folla adorante si accalca nel ventre vuoto di quella che una volta era la casa di tutti e oggi è la casa di chi ha cacciato via gli altri. “Fuori, fuori!” avevano gridato in novembre a Firenze. E fuori quelli della minoranza sono andati. La panoramica sulla platea mostra un popolo meno eterogeneo di una volta, con una prevalenza di boy-scout troppo cresciuti insieme a signore di mezza età affascinate dal leader. Più qualche ex di sinistra convertito al renzismo, convinto un po’ per opportunismo, un po’ per comodità, a recidere le proprie radici culturali e ad affidare le proprie idee al funambolismo del nuovo capo. Come se fosse possibile, delegando tutto al vertice, bypassare il percorso doloroso e faticoso che porta alla costruzione di un pensiero politico complesso. Come se fosse sufficiente sostituire alla sintesi il leader, per evitare la fatica del dubbio, del confronto.

Della sconfitta al referendum non resta che qualche frase di circostanza, di convenienza, mandata a memoria per evitare l’analisi e trarne ne conseguenze. Il capo ha ammesso tutt’al più qualche errore di comunicazione sui social network, francamente poco per spiegare la disfatta. Ma ai leopoldini di Torino sembra bastare. “La follia sta nel fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi”, diceva Albert Einstein. Ma il Lingotto leopoldizzato sfida con leggerezza anche l’avvertimento del grande fisico: chi sarà mai, in fondo, questo Einstein?

Albert Einstein

Dai vidiwall della vecchia fabbrica esce, come un raggio paralizzante, il verde renziano, che ipnotizza i presenti, buca gli schermi, martella il pubblico in sala senza sosta. Dagli altoparlanti, con pochissime differenze, si ripetono gli stessi slogan degli inizi, quando sembrava che, dietro agli slogan, ci fosse anche altro. Il verde tracima impetuoso da ogni muro, annulla il rosso, lo sostituisce persino nel simbolo del Pd, rompendone l’equilibrio cromatico, mandando un chiaro messaggio subliminale. Il rosso, colore caldo, della passione, del sangue, ma anche della storia della sinistra, sparisce, sostituito dal verde giallognolo della melassa renziana, che invade ogni spazio, allaga ogni area, tinge ogni angolo, si riflette nei volti e negli occhi dei supporter, rendendoli irriconoscibili: un’indistinguibile “carica dei verdini”.

A livello di comunità, vista da fuori, la sensazione è quella di un corpo mutilato, devitalizzato, incapace di muoversi e crescere autonomamente, privato dell’energia vitale che lo aveva fatto vivere. Un corpaccione inerte, trainato a forza dal renzismo, dal Giglio magico, dal gruppo di potere toscano che dalla sopravvivenza politica del capo dipende interamente. Un corpo a cui sono stati espiantati gli organi, a cui è stato tolto il sangue, e che la cura leopoldista tenta ora magicamente di rianimare impiantando organi e sangue diversi. Si erge dal palco del Lingotto un Frankenstein dall’inquietante colorito verdognolo, che prende vita e forma solo quando dal palco parla il leader, che divora voracemente il luogo, il logo, i simboli del patrimonio della sinistra: il termine “compagno”, Gramsci, persino Robert Kennedy, e quindi Veltroni.

Maria Elena Boschi

Il risultato di questo pasticcio suona falso, posticcio, innaturale. La performance renziana stride, come una musica suonata nel contesto sbagliato, una melodia infantile che profana la sacralità di un posto, caro più ai tanti che non ci sono che a quelli che oggi vi bivaccano. Lui, il leader, si crogiola nell’applauso dei tifosi, a cui basta vederlo eseguire i colpi del vecchio repertorio per scaldarsi. Promette di “passare dall’io al noi”, ma non è sincero, né potrebbe esserlo. Renzi è antropologicamente la persona meno indicata al mondo per passare dall’io al noi. Renzi è la sublimazione dell’”io”, dell’ego come dottrina politica. Il “noi” di Renzi è un plurale maiestatis, è il Giglio magico, è una nuova autoproclamazione.

Emma Bonino

La tre giorni torinese passa in un batter di ciglia. Renzi porta a casa la kermesse, i selfie, le figurine come Emma Bonino, che gli regala la foto ricordo. Non rinuncia, come fa spesso in questi giorni, ad evocare complotti: “Qualcuno ha cercato di distruggere il Pd”, grida, senza pensare che quel qualcuno potrebbe essere proprio chi sta parlando dal palco. E senza ammettere che il lavoro, in fin dei conti, gli stia riuscendo bene. Il Pd non c’è più, c’è un presepe abitato da una persona sola e dai suoi fans, che continua a dire che non è successo niente, che bisogna “ripartire insieme”. Ma insieme a chi? Nel Pd sono rimasti praticamente solo i renziani, della prima ora o dell’ultima. I suoi contendenti al congresso, Andrea Orlando e Michele Emiliano, sembrano destinati al ruolo di sparring partner, obbligati poi a sostenere il vincitore annunciato e quindi a diventare renziani anche loro. Non c’è scampo al renzismo nel Pd.

Roberto Speranza e Giuliano Pisapia

L’unica speranza per chi non si rassegna al renzismo, al populismo e all’astensione è cercare aria fresca fuori, seguire il movimento ancora confuso e magmatico di un centrosinistra che cerca di riorganizzarsi altrove. C’è vita nella galassia del centrosinistra? Chissà. Lo sgretolamento del Pd, combinato con altre forze, ha prodotto in queste settimane un nuovo sistema solare che deve ancora stabilizzarsi, trovare equilibrio, fiducia reciproca e in se stessi. Qualcosa si muove,  la sensazione non è quella di un Big Bang, ma di un processo graduale destinato ad intensificarsi dopo il 30 aprile. La speranza è che si crei uno spazio, dove si possa dare appuntamento chi se ne sta andando, chi se n’è già andato e chi se ne andrà. Ognuno con la propria storia, con il proprio progetto. Per ritrovarsi, riconoscersi, rispettarsi, ricominciare a costruire qualcosa che appartenga a tutti, ma non sia di nessuno. Com’era una volta il Partito Democratico. Prima di perdersi, prima di trasformarsi in un’altra cosa. Prima che lo colpisse il raggio verde renziano.

LE MACERIE DEL PD, IL VOLO DI RENZI, IL RISPETTO, IL “NULLA”

Martedì mattina, mentre colonne di fumo nero salivano ancora tumultuose dalle macerie del Partito Democratico, l’aereo con a bordo Matteo Renzi si allontanava verso l’orizzonte, destinazione: California. Dietro di sé, il segretario dimissionario lasciava un partito ferito, una comunità disorientata, un’idea tradita. Ma non doveva essere particolarmente dispiaciuto, anzi.

L’ultima carica esplosiva piazzata sotto le fondamenta del Pd, del resto, l’aveva fatta detonare lui stesso, domenica, all’hotel Parco dei Principi. “Con il sorriso sulle labbra”, come dice lui. Mentre gli artificieri, le donne e gli uomini di buona volontà di una parte e dell’altra erano ancora impegnati nell’estremo tentativo di disinnescare la carica letale, Renzi era salito sul palco ed aveva premuto il pulsante dell’autodistruzione. Senza esitazioni. Con il sorriso, appunto.

Matteo Renzi all’Assemblea del 19 febbraio

Il Pd si era quindi piegato su se stesso, monco di alcuni dei pilastri sui quali era stato costruito. Dalle macerie si allontanavano un po’ ammaccati, ma ancora vivi, molti degli epigoni della tradizione della sinistra democratica non renziana, considerati in questi anni da Renzi solo dei fastidiosi “gufi”.

Se ne andavano insieme ben tre ex segretari (D’Alema, Bersani, Epifani), a conferma del peso identitario di quella scelta. Se ne andavano un ex capogruppo, Speranza, e un presidente di Regione, Rossi. Preceduti in questi anni, sempre a causa del bombardamento renzista, da Enrico Letta, Ignazio Marino, Sergio Cofferati, Lapo Pistelli, Giuseppe Civati, Stefano Fassina, Alfredo D’Attorre, per citarne solo alcuni. Tante persone di valore, che arricchivano con le loro diversità il melting-pot del pensiero democratico e la cui uscita di scena è stata spesso accompagnata dai lazzi e dallo scherno dei renziani di complemento di palazzo Chigi e del Nazareno.

E faceva una certa impressione, domenica, mentre Renzi premeva il pulsante dell’autodistruzione, sentirlo evocare la parola “rispetto”. Perché è stato proprio dall’assenza assoluta di rispetto che ha pervaso il partito in questa stagione che si è determinata questa forse insanabile frattura. Fu l’assenza di rispetto, soprattutto verso gli elettori, che rese possibile la slealtà dei 101, che sdoganò il tradimento dell’”#enricostaisereno”, che trasformò epiteti inaccettabili, come “gufi” e “rosiconi” in comunicazione istituzionale di governo, che permise il licenziamento del sindaco di Roma, della sua giunta e di tutti i consiglieri del Pd con le firme davanti al notaio, che vibrò il colpo di manganello del “#ciaone” , che incoraggiò irresponsabilmnente i cori “fuori, fuori!” contro la minoranza che risuonavano fra le volte della Leopolda.

E faceva ancora più impressione, nella stessa sede solenne dell’Assemblea del 19 febbraio,  sentire il segretario invocare strumentalmente i fondatori del Pd, lui che della damnatio memoriae dei padri nobili, tramite l’orribile termine “rottamazione”, aveva fatto il proprio tratto distintivo. Lui che ama ripetere che “per trent’anni non s’era fatto nulla”, omettendo di ricordare i meriti storici della stagione dell’Ulivo. Lui, che nella difficoltà implora adesso l'”aiutino da casa” di Walter Veltroni, generosamente concesso.

Roberto Speranza

Il Pd rischia dunque di finire così, amaramente, a meno di dieci anni dalla sua nascita. Rischia di finire per una scelta precisa del suo segretario, ostinatamente contrario a farsi da parte o quantomeno a mettersi in discussione seriamente, nonostante i molteplici errori e le ripetute sconfitte. Rischia di finire per i continui scostamenti, mai spiegati, dalla linea politica ed economica votata dagli elettori alle ultime elezioni, per l’esclusione sistematica di una parte fondamentale della comunità democratica dalle scelte strategiche, rimpiazzata con i fuoriusciti e gli opportunisti del berlusconismo. Rischia di finire, perché assomiglia sempre di più al partito di una persona, e sempre meno al partito di un popolo.

Come un novello Nerone, Renzi adesso sembra impaziente di vedere le fiamme spegnersi, per poter edificare sulle macerie fumanti la sua Domus Aurea, “più bella e più superba che prìa”. Che si chiamerà sempre Pd, ma che sarà, con ogni evidenza, se il progetto renziano andrà davvero in porto, un’altra cosa.

Non a caso, con mossa altamente simbolica, Renzi dà ora appuntamento ai suoi seguaci al Lingotto, che intende trasformare nella nuova Leopolda, portando così avanti il processo di appropriazione dei luoghi e dei simboli del Pd ulivista attraverso i riti e le cerimonie messianiche del renzismo.

Enrico Rossi

Si apre una fase nuova, si volta pagina, in quel che resta del partito e fuori. Non c’è più tempo, non ci sono più spazi per mediare. Il viaggio negli USA di Renzi tronca in modo brutale questo capitolo traumatico. Stupefacente, ancora una volta, la scelta dei tempi. Mentre il popolo del Pd, quello che lascia e quello che resta, è ancora impegnato a capire, a provare a salvare il salvabile di un’idea,  di un’identità, di un progetto caro a tutti, Renzi fa sapere dall’aeroporto che non ci sono margini neppure per spostare le primarie da maggio a luglio. Anzi: che le primarie saranno probabilmente già ad aprile. E comunque ce lo farà sapere, ora non ha tempo di occuparsene perché si sta imbarcando.

Quando atterra dall’altra parte del mondo, l’ex segretario mette la parola fine ad ogni residua discussione. A Roma, dice Renzi dalla California, si sta litigando “sul nulla”. I tormenti, la sofferenza, il travaglio umano e politico di una comunità, di una famiglia che si divide e che si lacera dentro, per Renzi, sono “il nulla”. A proposito di rispetto. “Non può finire così”, dice attonito Enrico Letta dal suo esilio parigino. Ma la sensazione è che sia davvero finita.

SE RENZI RESTA SEGRETARIO IL PD MUORE

Se l’operazione “#RetakePD” non dovesse riuscire, cioè se non si riuscirà ad impedire a Matteo Renzi di confermarsi alla guida del Partito Democratico, la scissione sarà inevitabile. Perché è intuile girarci intorno. Non è una mera questione di date, di convenzioni degli iscritti, di conferenze programmatiche, di congresso. Il problema del Pd, la sua malattia, il processo che rischia di portarlo alla dissoluzione ha un nome e un cognome: Matteo Renzi. L’ostinazione dell’attuale segretario, determinato a restare al vertice del partito nonostante la sconfitta storica al referendum del 4 dicembre, è la causa che sta portando il Pd alla sua fine.

E si badi bene, non c’è nulla di personale, non è un capriccio, ma una semplice constatazione. La ragione per cui Renzi non può restare alla guida del Pd è tutta squisitamente politica: Renzi ha perso. E non ha perso una battaglia, ha perso la guerra. Una guerra senza sangue, una guerra di democrazia, naturalmente, ma non per questo meno drammatica e cruenta. E quando si perde una guerra non si torna tranquillamente a guidare il proprio esercito il giorno dopo come se niente fosse, pretendendo fra l’altro di continuare ad impartire ordini a coloro che, nel corso della guerra, ti avevano avvertito che stavi sbagliando tutto. Quando si perde la guerra si alzano le mani e si esce di scena.

Renzi e il referendum

Perché il 4 dicembre non è stata solo la sconfitta di una proposta di riforma costituzionale, che pure già di per sé sarebbe moltissimo. Il 4 dicembre è stato sancito il fallimento di una leadership. E’ stata la sconfitta di un’impostazione politica ben precisa, di un comportamento quotidiano sistematico, di una scelta culturale che ha sradicato il Pd dalla sua ragione sociale, ha prodotto una torsione insopportabile nell’identità del partito e ha tentato di trasformarlo in un’altra cosa.

Il 4 dicembre è stata sconfitta la scelta di inseguire i populisti con il populismo, con i bonus, con le mance e non con proposte di sinistra. E’ stata sconfitta l’idea di inseguire la destra con politiche di destra, precarizzando il lavoro, destabilizzando la scuola e togliendo le tasse ai ricchi. E’ stata sconfitta la scelta di emarginare sistematicamente una cultura politica, quella della sinistra riformista, rompendo il patto fondativo che portò alla nascita del Pd, con lo scopo di prendere possesso esclusivo delle sue sedi, della sua struttura, delle sue risorse. Il 4 dicembre, in una parola, è stato sconfitto il renzismo.

Di fronte a tanti fallimenti, Renzi non può far finta di nulla: deve lasciare, farsi da parte, star fermo almeno un giro. E’ una questione di coerenza, di logica politica, di matematica, persino. Lo aveva previsto benissimo lui stesso, tante volte, lo scorso anno, con grande onestà intellettuale (poi smentita dai comportameti successivi).

Ecco solo alcune delle sue dichiarazioni in proposito:

29 dicembre 2015: “È del tutto evidente che se perdo il referendum considero fallita la mia esperienza in politica”.

12 gennaio 2016: “Facendo, credo, un gesto di coraggio, ma anche di dignità, io ho detto che se perdo il referendum non è soltanto che vado a casa, ma smetto di far politica”.

20 gennaio 2016: “Se perdessi il referendum considererei conclusa la mia esperienza”

22 gennaio 2016: “Non prendiamo in giro la gente, io non sono come gli altri, se perdo su una cosa così grande è bene che vada a casa”

25 gennaio 2016: “Se sulle riforme gli italiani diranno No prenderò la mia borsettina e tornerò a casa”

12 marzo 2016: ““Se perdiamo il referendum è sacrosanto non solo che il governo vada a casa, ma che io consideri terminata la mia esperienza politica”

Quelle dichiarazioni non le riportiamo per fargli dispetto, ma perché sono lì, agli atti della Storia. Renzi non può far finta di non averle mai pronunciate, sarebbe un atto di grave disonestà politica. Quelle dichiarazioni solenni hanno un senso e vanno rispettate, e Renzi lo sa benissimo. Sono dichiarazioni giuste, logiche, coerenti.

Si dirà: ma Renzi ha tutto il diritto di contraddirsi e ricandidarsi alla segreteria, non gli si può chiedere di farsi da parte. E’ vero: non glielo si può chiedere. Dovrebbe farlo lui stesso, se davvero è uno statista e se davvero vuole bene al Pd. Dovrebbe capire da solo che il suo consenso, ancora molto forte fra gli iscritti e i militanti, è un bene che va gestito nell’interesse del Pd e non per soddisfare la sua pur legittima ambizione personale.

Pierluigi Bersani al Quirinale nel 2013

Un esempio. Quando Pierluigi Bersani si dimise da segretario, nel 2013, dopo le elezioni e la mancata elezione al Quirinale prima di Franco Marini e poi di Romano Prodi, ebbe il buon senso e la generosità di lasciare davvero. Non solo non si ricandidò alla segreteria, ma favorì l’elezione di un “reggente” di garanzia al di sopra delle parti come Gugliemo Epifani, permettendo che il nuovo congresso si svolgesse con tempi sufficienti a tutti, per rendere chiare la diverse proposte agli iscritti. La reggenza di Epifani durò da maggio a dicembre, sette mesi che consentirono a Renzi di girare l’Italia, presentare la sua proposta e vincere. Quel comportamento fu una lezione di coerenza e di amore per il partito. Bersani, facendosi da parte, consentì al Pd si sopravvivergli.

Renzi purtroppo non sembra intenzionato ad essere altrettanto coerente. Non ha intenzione di rinunciare a candidarsi, nonostante la sua proposta politica sia stata polverizzata dal referendum. E sta cercando di imprimere un’accelerazione sui tempi, per impedire ai suoi potenziali contendenti di organizzarsi e di costruire consenso su una proposta alternativa. Accelerando sulla data del congresso, Renzi vuole soffocare sul nascere qualsiasi vera discussione politica, perché sa che da quella discussione non potrebbe che scaturire la sua uscita di scena. La velocità contro la coerenza, l’accelerazione contro la logica, la fuga dalla realtà contro il futuro del Pd.

Michele Emiliano

Se questa è la dinamica, il partito non può che spaccarsi. La minoranza che votò No il 4 dicembre, e anche forse chi votò Sì solo per disciplina, non può che andarsene. D’altronde, come si può pretendere che i leader di quella minoranza, che hanno combattuto il renzismo dall’interno e che per questo sono stati relegati per anni nella torre a pane e acqua, possano restare ancora? Con quale convinzione e con quale motivazione potrebbero fare campagna elettorale per portare voti ad un leader che da anni tenta di umiliarli, di irriderli, di zittirli, e che, con questa sua condotta, ha portato il partito a sconfitte e fallimenti brucianti?

E poi, per dirla chiaramente tutta, se davvero gli iscritti e i militanti rimasti nel Pd, sempre meno, ritengono dopo tutto quello che è successo che debba essere ancora Renzi il loro leader, vuol dire che il renzismo ha prodotto una mutazione genetica irreversibile nella comunità democratica. Vuol dire che i cittadini che si riconoscono in Bersani, Speranza, Emiliano, Rossi, D’Alema sono già altrove, in cerca di qualcuno che li rappresenti. Come si potrebbe biasimare questi leader se escono e li vanno a cercare? Come si può far loro una colpa se cercano di creare uno spazio per accoglierli?

Roberto Speranza

In queste condizioni, la scissione, o la rifondazione del centrosinistra fuori dal Pd, sembrano inevitabili. A meno che Renzi non faccia un passo indietro. O magari qualcuno lo convinca a farlo. Restano poche ore, chi ha cervello lo usi. Una parte importante del Partito è sull’uscio, un’altra è disposta a seguire Renzi fino alla morte. In mezzo, c’è chi ha forse ancora la forza per impedire il disastro e far sopravvivere la comunità politica che da quasi dieci anni è la casa del riformismo italiano. Nella parte alta della clessidra scendono gli ultimi granelli di sabbia.

SALVARE IL PD

Le eventuali dimissioni di Matteo Renzi da segretario del Pd sono condizione necessaria, ma non sufficiente, ad impedire l’autodistruzione del principale partito del centrosinistra, e a garantirgli una chance di ripresentarsi competitivo alle prossime elezioni. Andrà quindi accolta con sollievo, se sarà confermata, la scelta che Renzi sembra intenzionato ad annunciare lunedì in Direzione, perché consentirà l’apertura di un processo lungo e difficile, che dovrà partire dai livelli più periferici di quello che resta del Pd e arrivare fino alla scelta di un nuovo segretario.

Purtroppo, lo stesso Renzi non sembra intenzionato a favorire questo processo. Nonostante l’evidente fallimento della sua prima esperienza da leader, nonostante la bocciatura inequivocabile dell’architrave della sua proposta politica al referendum del 4 dicembre, nonostante abbia snaturato il partito, lo abbia sottoposto a tensioni insopportabili, abbia causato la caduta di un presidente del Consiglio del calibro di Enrico Letta, nonostante una impressionante emorragia di iscritti e di elettori, Renzi sembra intenzionato ancora una volta ad utilizzare il Pd come sgabello per arrivare a palazzo Chigi, salvo poi abbandonarlo a se stesso, come fece l’ultima volta.

Il segretario del Pd, Matteo Renzi 

Le dimissioni, nelle intenzioni di Renzi, rischiano di essere dunque solo un espediente tattico, un modo per accelerare la conta interna, nella speranza di cogliere i suoi tanti avversari impreparati e divisi ed ottenere in contropiede una nuova investitura, magari provocando ancora una volta la caduta di un presidente del Consiglio del Pd (Gentiloni, stavolta) e forzando la mano al presidente della Repubblica per andare a votare in giugno.

Tutto questo, tuttavia, per quanto sia probabilmente vero, non deve spaventare chi, in questo momento, ha il dovere di tentare di salvare il Pd. Renzi è furbo, ma è anche molto confuso, e non è detto che il suo piano riesca. Dal giorno della sconfitta al referendum, ha cambiato idea, strategia e tattica praticamente su tutto, più di una volta. Stenta a ritrovare il bandolo della matassa, non sa da che parte ricominciare, alterna minacce a disinteresse, ultimatum ad aperture. E’ debole, anche se in pubblico ostenta la solita sicurezza. E’ circondato da gente che, appena gli volta le spalle, scuote la testa, come per dire: “E’ impazzito”. I suoi alleati gli girano intorno come degli squali, in attesa di azzannarlo.

Dario Franceschini

A conferma della sua debolezza, basti notare che, dalla notte del 4 dicembre, Renzi non ha fatto altro che inanellare una serie molto lunga di nuove sconfitte. La prima si chiama Paolo Gentiloni. Renzi dopo il referendum non voleva che si facesse un altro governo, voleva restare dimissionario a palazzo Chigi e andare dritto al voto. Ricordate l’ultimatum “O ci stanno tutti o il Pd non farà parte di alcuna maggioranza e si andrà a votare”? Nessuno gli rispose, gli alleati fecero finta di non sentire, le opposizioni rimasero opposizioni, il presidente della Repubblica fece il suo lavoro e Renzi fu costretto a passare il campanello al suo ministro degli Esteri.

Paolo Gentiloni e Matteo Renzi

Poi ci fu la proposta quasi ultimativa di tornare al “Mattarellum”, il sistema elettorale in vigore dal 1994 al 2005. Anche qui, nonostante l’appoggio della minoranza interna, molte porte in faccia. Stesso discorso per il tentativo di estendere al Senato il cosiddetto “Consultellum”. Intanto, mentre la Corte Costituzionale faceva a pezzi l’Italicum, la legge elettorale voluta a tutti costi dal ragazzo di Rignano, fallivano tutti i tentativi dello stesso Renzi di fissare una data per la caduta di Gentiloni ed il ritorno alle urne: a febbraio, poi ad aprile, a giugno, a settembre…

Ogni giorno i retroscena raccontavano di un foglietto poggiato sulla scrivania di Renzi, con una data cerchiata in rosso: “ecco, in esclusiva, la data fissata da Renzi per le elezioni”. Peccato che quella data cambiasse ad ogni articolo, mentre i foglietti si accumulavano sulla scrivania dell’ex premier ed i ministri Calenda, Franceschini, Alfano, diversi parlamentari della maggioranza e persino l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, un tempo alleato di Renzi, si schieravano più o meno apertamente contro le elezioni anticipate.

Giorgio Napolitano

Poi c’è stata la storia quasi comica della nuova segreteria del Pd, che per settimane i giornali ci hanno raccontato come imminente e ricca di novità, come se si trattasse di un nuovo governo del Paese. Ma Renzi ha ricevuto solo tantissimi “No”, e la nuova segreteria è ancora quella vecchia.

In questo contesto, arrivava da Bruxelles la nota che ci impone di correggere i nostri conti, pena una procedura di infrazione che avrebbe effetti molto gravi sulla nostra reputazione e sulla nostra economia. Quello che l’Unione Europea ci ha mandato è un po’ come il conto del ristorante, peccato che arrivi dopo che colui che aveva ordinato caviale e champagne se n’è andato, lasciando i commensali Gentiloni e Padoan al tavolo. Da Pontassieve, Renzi manda ora messaggi al premier, intimandogli di non pagare, ma intanto Padoan ha già preparato le tabelline e messo mano al portafogli. Perché sa, Padoan, che non si può prendere in giro l’Unione Europea. Ché se si chiedono cinque miliardi di flessibilità per il terremoto e poi se ne spendono 1,6, il resto va restituito.

Pier Carlo Padoan, Ministro dell’Economia

Renzi si presenta dunque alla Direzione di lunedì in una condizione di grande debolezza ed in uno stato psicologico particolarmente pesante. Il passo indietro, se davvero lo farà, sarà un arretramento tattico, un segno di difficoltà. Difficilmente perderà la sua baldanza, certamente ostenterà quel sorriso forzato che in occasione di altre sconfitte ha messo su, davanti agli obiettivi, per mascherare la rabbia. Farà la faccia feroce, lancerà la sfida al resto del partito, ammonirà, come ha già fatto, che poi chi perde dovrà stare alle regole di chi vince.

Michele Emiliano e Roberto Speranza

E’ necessario quindi mantenere la lucidità e raccogliere questa difficilissima sfida senza paura. Renzi è ancora molto forte, in questi anni è stato abile nel costruire un sistema di consenso solido ad ogni livello: dal centro ai territori. Certamente, nonostante i risultati deludenti al governo e fallimentari al partito, parte favorito. E fra l’altro, se si dimetterà, le redini del partito e del congresso resteranno comunque nelle mani di due suoi pretoriani di prima scelta, come Matteo Orfini e Lorenzo Guerini, che faranno di tutto per rendere la vita difficile a chi si candiderà contro di lui.

Renzi guida però un Pd  svuotato e sfiduciato, fatto di circoli spesso disabitati e silenziosi, fatto di una base con un’età media molto alta, anch’essa disorientata dalle scelte neo-centriste del segretario. Ci sono migliaia di iscritti e milioni di elettori in fuga. C’è lo spazio per ribaltare questa situazione.

Pierluigi Bersani

Ma il tempo è poco. E’ necessario che l’operazione “#RetakePD” parta subito. Occorre che tutte le donne e gli uomini di buona volontà che stanno nel partito si diano subito da fare. Non c’è tempo per i padri nobili che non vogliono sporcarsi le mani, né per i king maker. Bisogna uscire di casa, esporsi in prima persona, andare in tutti i circoli, in tutta Italia, creare un movimento interno al Pd che guardi al futuro, che racconti perché finora si è sbagliato e spieghi perché le idee di sinistra torneranno al centro della politica del Pd e aiuteranno finalmente gli esclusi di questo Paese a ritrovare motivazione, convinzione, stabilità, benessere, orgoglio di far parte della propria comunità. L’attività di queste settimane di Roberto Speranza, di Michele Emiliano, di Massimo D’Alema, di Enrico Rossi, di Gianni Cuperlo lascia ben sperare.

Andrea Orlando

Ma bisogna identificare presto una leadership, senza sgambetti, senza tatticismi. Non ci si può presentare contro Renzi in sette, perché si perde. Chi ha più carte da giocare si faccia avanti: Bersani, Franceschini, Emiliano, Orlando, D’Alema, Speranza, Rossi, Cuperlo e tutti gli altri. Ci si sieda intorno ad un tavolo e si individui il candidato segretario che correrà contro Renzi al congresso, uno solo. Un candidato vero, però, non un fantoccio. Poi, si faccia gioco di squadra dietro quel candidato, gli si stia vicino, si chieda conto pubblicamente a Renzi delle sue politiche sbagliate, dei suoi troppi errori, delle politiche fallimentari che hanno portato il partito a sconfitte storiche. Si dia al popolo smarrito del Pd, compresi i renziani delusi,  un approdo, una prospettiva. Si superino le divisioni, che sono inevitabili, e si lavori insieme per voltare definitivamente la pagina del renzismo che da troppo tempo corrode pericolosamente le fondamenta di questo giovane partito.

RIMOZIONE FORZATA

Sono passate otto settimane dal referendum del 4 dicembre, eppure Matteo Renzi ancora si rifiuta di fare i conti con quella bruciante sconfitta. Come se quel passaggio fosse un piccolo incidente di percorso, come se quel No fosse stato un episodio marginale e non la pietra tombale del renzismo. Quasi come se quel disastro politico, nel quale ha trascinato il Partito Democratico, non fosse mai accaduto. Asserragliato nella ridotta del Nazareno, l’ex premier ha ricominciato a dare ordini, come se niente fosse, deciso a tornare a sedere sulla poltrona che sembra ritenere sua di diritto, quella di presidente del Consiglio.

Vederlo sul palco di Rimini, davanti agli amministratori locali del Pd, sabato pomeriggio, lasciava esterrefatti. Gli stessi slogan, la stessa baldanza, la stessa sicumera, gli stessi stucchevoli artifici retorici degli “abbracci” e dei “sorrisi” agli avversari. Con un grande assente: la proposta politica. Con ogni evidenza, Renzi finge di non vedere che la sconfitta al referendum lo ha ormai svuotato di qualsiasi progetto. La sua “narrazione” aveva nella riforma costituzionale il proprio architrave, bocciata quella, non c’è più narrazione e non c’è più proposta. Renzi senza renzismo non è più nulla e quel nulla è oggi alla guida del Partito Democratico.

Matteo Renzi, segretario del Pd

L’ex premier è con ogni evidenza “spompo”, per usare un toscanismo a lui caro, ed è talmente frastornato da non rendersi conto che il suo astro è ormai spento. Si aggrappa alla poltrona di segretario del Pd, conquistata un’era geologica fa e utilizzata solo per scalare il potere, senza riconoscere che il Renzi che nel 2013 conquistò quella poltrona non c’è più. Rifiuta di fermarsi a riflettere, perché altrimenti dovrebbe ammettere che l’unica possibile conseguenza dell’ennesima sconfitta a cui ha condannato il Pd sarebbero le sue dimissioni anche da segretario. Il suo disegno è fallito e se il Renzi di oggi desse retta al Renzi del 2013 non esiterebbe un secondo a “rottamarsi”, rimettere il proprio mandato a disposizione del congresso e farsi da parte.

La strategia dell’ex premier è invece un’altra: portare l’Italia a votare il prima possibile, tentando un’altra puntata sulla roulette del potere, incurante del fatto che votare prima della scadenza naturale della Legislatura (febbraio 2018) non farebbe che danni all’Italia. Il Paese oggi ha un governo, guidato da una persona capace, competente e rispettata come Paolo Gentiloni. Ci sono una serie di emergenze a cui far fronte, a cominciare dall’assistenza alle vittime del terremoto in Italia centrale. Ci sono diversi provvedimenti da adottare, politiche sbagliate da correggere, risposte da dare all’Unione Europea e, soprattutto, importantissime scadenze internazionali: dal Consiglio Europeo di marzo a Roma, al G7 di Maggio a Taormina, alla delicatissima attività di membro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni

Se si andasse a votare in primavera, come chiede Renzi (insieme a Salvini, Meloni e Grillo), l’Italia finirebbe nel caos più totale. Lo dimostrano tutte le simulazioni effettuate con il nuovo sistema elettorale, che indicano come nessuna coalizione, nemmeno quella contro natura fra Pd e Forza Italia riuscirebbe ad avere la maggioranza. E lo dimostra, più di ogni altra cosa la repentina impennata dello spread, subito dopo la sentenza della Corte Costituzionale sull’Italicum. Quanto al Pd, se si andasse al voto, stando ai sondaggi e con le nuove regole, otterrebbe meno di 200 deputati, contro i 310 di oggi, e rischierebbe di perdere il governo.

L’ultima simulazione di Demopolis

Ma allora dove corre Renzi? L’ansia da elezioni del ragazzo di Rignano si spiega solo parzialmente con il desiderio di tornare a sedere sulla poltrona dalla quale si è volontariamente alzato dopo il referendum. C’è di più. Si intravvede nel disegno renziano la voglia inconfessabile di distruggere quel poco che è rimasto del partito, costringendo la minoranza alla scissione. Non è solo la rivincita, quella che Renzi cerca. E’ la vendetta biblica, la cintura esplosiva, il colpo del kamikaze. La rivalsa contro quella parte del Pd che si è rifiutata di seguirlo nell’avventura del referendum e alla quale, rabbiosamente, cerca adesso di addossare la responsabilità della sconfitta.

Massimo D’Alema

La chiamata alle armi di Massimo D’Alema, che sabato ha per la prima volta evocato con chiarezza la possibilità di una scissione della parte del Pd che ha votato No, è la conseguenza logica di questa deriva renziana. D’Alema ha aperto una breccia, ma non è detto che debba finire così, non siamo ancora a questo. Gli uomini e le donne del Partito Democratico hanno ancora la possibilità di salvare il salvabile. Si sveglino dal torpore, però, anche quelli che hanno votato Sì. Pretendano con forza la convocazione di un congresso, chiedano in maniera intransigente che si rimetta in discussione la leadership, che si tracci insieme una proposta di governo nuova, in grado di resuscitare un partito allo stremo.

Si dia vita ad un confronto vero, profondo, doloroso, che rimetta insieme i cocci e faccia ritrovare il bandolo della matassa perduto. E, soprattutto, si trovi nel partito energia nuova, che lo metta in grado di tornare a parlare con le nuove generazioni, quelle che con Renzi hanno rotto, votandogli contro. E’ tempo di ridare speranza ai ragazzi sfiduciati e ai cinquantenni disoccupati, di dare risposte concrete e realistiche a chi da tempo non ne ha più e le cerca nel populismo o si rifugia nell’astensione.

Il tempo è poco, ma non pochissimo: un anno. Se si lascia lavorare Gentiloni, se si portano in Parlamento idee di buon senso e le si approva, compresa una buona legge elettorale concordata con le opposizioni, se si mette in piedi un congresso vero, se le migliori energie del Pd si faranno avanti per vincerlo e restituire alla comunità del centrosinistra il senso della propria missione politica, se si ricomincerà a includere gli esclusi, se si riprenderà a produrre idee e non più solo slide, forse non tutto sarà perduto.

GRAZIE RAGAZZI

Non so quanti di noi averebbero avuto il coraggio di mettere le ciaspole e inoltrarsi nel bosco, nel buio, sotto una tormenta di neve, per nove chilometri, e raggiungere l’albergo travolto dalla slavina, l’altra notte. Non so in quanti l’avremmo fatto, e non voglio saperlo. Mi basta sapere che esistono nel mio Paese abbastanza persone eccezionali come quelle. Persone che quando le macchine si sono arrese, non hanno esitato un secondo ad andare avanti a piedi, ciascuno con una piccola luce piazzata sulla fronte. Con il rischio di scivolare ad ogni passo, di entrare in un cumulo di neve senza più uscirne, di venire travolti da altra neve, altre rocce, altri tronchi strappati alla terra. Ma anche con la competenza di chi sa dove mettere i piedi, e come metterli.

Di fronte a gente in grado di fare questo non resta che dire grazie e restare in silenzio. E sentirsi piccoli. E pensare che se siamo una comunità, se l’Italia ha un cuore, quel cuore è fatto di persone come loro. Che avanzano nel freddo e nel vento, che scavano con le mani, che si infilano nei cunicoli senza chiedersi se ne usciranno, che piangono quando tirano fuori dalle macerie un bambino ancora vivo. Sono loro che ci permettono di mettere a letto i nostri figli, la sera, mentre fuori nevica, e il vento batte sulle serrande, e addormentarci sapendo che finché nel buio, là fuori,  ci saranno le luci fioche delle loro lampade, che avanzano passo dopo passo nella tormenta, le tenebre e la morte ci faranno meno paura.

SERGIO #STAINOSERENO

L’Unità muore lentamente, malinconicamente, abbandonata invenduta sui marciapiedi vicino alle edicole, o davanti ai cancelli della Leopolda. Non c’è posto sul mercato, per un giornale che prima di aver perso i lettori ha perduto le idee, svuotato di ogni linfa da un Partito Democratico diventato una macchina da retweet. Non c’è posto per le critiche, dove le critiche non sono ammesse, non c’è posto per riflettere sulle vittorie e soprattutto sulle sconfitte, dove la riflessione è vista come un tradimento, dove chi propone un’analisi è un “gufo” e va pertanto zittito. Non c’è posto per l’Unità dei bei tempi, che non piacerebbe al partito, né per quella di oggi, che non interessa i lettori.

Il povero Sergio Staino, la sua storia, la sua dignità, bruciano nella fornace del renzismo, che non si è fatto scrupoli di usare il mobilio nobile della sinistra come combustibile di basso prezzo per alimentare il fuoco fatuo della propaganda. Le copie del giornale, esangue e scolorito da tempo, hanno vagato per mesi per i circoli del partito, alla ricerca disperata di lettori, ma hanno trovato i cancelli chiusi, le finestre sbarrate, la luce staccata, le bollette non pagate, i microfoni rotti. Le pagine che per quasi cento anni hanno parlato a un popolo non hanno più quel popolo, soppiantato dall’intolleranza neo futurista dei cultori dell’infallibilità renziana, che leggono poco, ma pretendono da chi scrive solo approvazione. Gente che recita ai microfoni dichiarazioni dettate tramite Whatsapp, che acclama il capo e delegittima il dissenziente, gente che non tollera la dialettica e quindi non produce idee.

I cancelli della Leopolda

Struggente per la sua ingenuità l’immagine del direttore Sergio Staino, bloccato lo scorso novembre agli ingressi della stazione Leopolda di Firenze, dove arrivò speranzoso con qualche centinaio di copie del giornale, mentre dentro il Capo parlava alle moltitudini. Fa tenerezza pensare a questa anziana bandiera critica della sinistra, voluta impropriamente direttore, che mette idealmente il fratino dello strillone, in un tentativo impossibile di incontrare i lettori, di aprire un dialogo, di fare banalmente “promozione”. E fa male pensare ai cancelli che si chiudono, ai ragazzi del servizio d’ordine leopoldino che non sanno neanche chi sia, Staino, agli “ordini superiori” che non consentono, alle copie del giornale che restano a inzupparsi nella pioggia, ancora legate e incellofanate. E si prova solidarietà per il direttore, grande vignettista del tempo che fu, che resta lì, a bagnarsi ancora un po’, frustrato e infreddolito, mentre il frastuono delle ovazioni arriva come un’eco lontana dall’interno della stazione.

Oggi Staino affonda dignitosamente con tutta la nave, mentre l’ultimo SOS a Renzi risuona nel vuoto. Le copie invendute vanno al macero, la redazione affronta l’ennesima crisi, si cercano altri soldi, altri imprenditori disposti a rimetterci per tenersi buono l’uomo più potente d’Italia. Il nodo di un giornale che doveva essere l’anima della sinistra viene al pettine di un Partito Democratico che ha perso l’anima. Se non c’è anima non ci sono idee, se non ci sono idee non c’è confronto, e se non c’è confronto non c’è un giornale.

Il racconto di Staino

Eppure i lettori ci sono, sono lì, fra il popolo della sinistra italiana, quello che si aggira smarrito in questi tempi strani, che non ha assorbito la scossa tellurica del renzismo e che si è spaccato in mille pezzi, fuori e dentro il Pd. Sono loro, i potenziali lettori, quelli che cercano le riflessioni di cui hanno bisogno su Repubblica, sul Manifesto, sul Fatto Quotidiano, persino sui blog, su Facebook, su Twitter. Non sull’Unità, che non intercetta il dibattito sul disastro dell’Italicum, sui licenziamenti di Almaviva, sulla batosta delle Amministrative, sul crollo degli iscritti, sulle forzature del Jobs Act, sull’Alitalia, sulla legge Madia.

E fallisce clamorosamente la partita del referendum costituzionale, che lascia dietro di sé macerie fumanti, rancori e voglia di rivalsa, ma non genera analisi né riflessioni fra le colonne vuote del glorioso quotidiano. L’Unità non è più il luogo dove discutere, dove disapprovare abbia la stessa dignità di approvare. Le domande su chi siamo e dove andiamo sono uscite da tempo dalle sue pagine, parcellizzandosi in mille luoghi. I lettori si sono allontanati ormai, sfiduciati, divisi, isolati, arrabbiati. Il loro giornale di un tempo resta lì, abbandonato sul marciapiede, davanti al cancello della Leopolda, battuto dal temporale.

ROMA: GENTILONI TENDA LA MANO ALLA RAGGI

Forse per la prima volta da quando fu eletta, appena sei mesi fa, Virginia Raggi l’altro giorno è riuscita senza volerlo a rappresentare fedelmente lo stato in cui versa la città di cui è sindaca. Sola, in un salone del Quirinale, magra e depressa, circondata da un vuoto di diffidenza e antipatia, mentre intorno i potenti d’Italia le davano le spalle, confabulavano, ridevano fra loro, ignorandola platealmente. Un messaggio chiarissimo.

Vedere quelle immagini non può che provocare una pena profonda e un profondo allarme. Non per la Raggi, che sconta il suo rifiuto di cercare un dialogo con le Istituzioni, ma per Roma. Roma è sola, come la Raggi in quel salone. Ma Roma da sola non ce la può fare. Non ce la farebbe neppure se avesse come sindaco Anne Hidalgo, o Rudolph Giuliani, o Luigi Petroselli. E non ha nessuno di questi tre. Roma è in piena agonia, le sue condizioni sono sempre più preoccupanti. Il fallimento è alle porte e continuare a chiudersi in se stessi e a prendersela con le amministrazioni precedenti, come fanno i grillini, non serve. Né serve continuare a irridere l’amministrazione attuale, come fanno quelli delle amministrazioni precedenti. Tutto questo è semplicemente infantile, stupido, immaturo e soprattutto inutile.

La situazione è drammatica. L’assessore Paolo Berdini, responsabile dell’urbanistica, ha detto in TV che senza l’intervento del governo, la Giunta sarà costretta a chiudere in marzo le due principali linee della metropolitana, la A e la B, che sono ormai fuori norma per carenza di manutenzione. E’ chiaro che questo non può accadere, sarebbe la paralisi della città. Servono circa cinque miliardi, per questa e altre emergenze, dice Berdini. E quei soldi nelle casse di Roma non ci sono. Eppure, non risulta che il governo abbia fatto commenti a queste affermazioni.

L’assessore all’Urbanistica della Giunta Raggi, Paolo Berdini (ansa)

Intanto, il Bilancio comunale è in alto mare, bocciato dall’organo tecnico di controllo, con il rischio, che è ormai una certezza, di cominciare l’anno  al buio. L’AMA, che si occupa di rifiuti e ambiente, ha visto la caduta per mano giudiziaria dell’assessore Paola Muraro, oltre a ricambi continui di vertici, con il conseguente susseguirsi di strategie-tampone. Tutto questo non potrà che portare presto ad una nuova emergenza rifiuti, mentre le buste maleodoranti già traboccano minacciose dai cassonetti e il Natale promette nuove tonnellate di mondezza da smaltire.

Cassonetti pieni a Roma

L’Atac, oltre agli interventi per la metro, ha bisogno di rimettere in strada centinaia di autobus rotti per i quali mancano pezzi di ricambio, mentre cittadini e turisti aspettano a lungo alle fermate e prendono d’assalto i pochi autobus in circolazione. Intanto, gli sponsor fuggono e la città deve subire l’umiliazione della cancellazione del concerto di Capodanno, mentre la Procura approfitta della debolezza della politica per fare il bello e il cattivo tempo, decidendo lei chi deve restare e chi deve dimettersi.

Tutto questo è inaccettabile. Roma si avvita in una spirale sempre più cupa, e l’atteggiamento prevalente delle forze politiche sembra quello di quel tizio della barzelletta, che siede davanti ai binari per gustarsi lo spettacolo dello scontro fra due treni.

Seduto in prima fila davanti ai binari sembra essere anche Paolo Gentiloni, il presidente del Consiglio, uno che conosce benissimo la città e la sua macchina amministrativa. Uno che non può non rendersi conto della gravità della situazione. Fu assessore con Rutelli e cercò persino, senza successo, di candidarsi a sindaco nel 2013. Ora che le imprevedibili curve della politica lo hanno portato a palazzo Chigi, ora che ha messo la firma su un assegno da venti miliardi (quasi il doppio del debito di Roma) per salvare il Monte dei Paschi e le altre banche a rischio, per il premier è arrivato il tempo di alzarsi e tornare a occuparsi della sua città.

Gentiloni quando era assessore a Roma

Gentiloni non deleghi un sottosegretario, si esponga in prima persona. Chiami la Raggi, si formi un tavolo per Roma a palazzo Chigi e si cominci a lavorare subito, anche sotto le feste. Si metta da parte l’atteggiamento sprezzante dell’allora sottosegretario De Vincenti, che pochi mesi fa offese pubblicamente la Raggi, vendicandosi per il rifiuto della sindaca, per molti versi sacrosanto, di candidare Roma alle Olimpiadi.

Ognuno faccia la propria parte, evitando di cianciare di “commissariamento” e altre idiozie, si dia finalmente l’esempio di una sana collaborazione fra Istituzioni. Si individuino insieme le strategie per uscire dalle sabbie mobili della crisi infinita della capitale, il governo metta a disposizione risorse straordinarie, con un piano di breve e uno di lungo periodo, con un nuovo realistico piano di rientro e con controlli rigorosi.

E’ urgente che tutti capiscano la posta in gioco, che tutti cambino subito atteggiamento e mostrino finalmente senso di responsabilità. A cominciare dalla sindaca, che deve uscire dalla sua insopportabile presunzione, dal suo splendido isolamento, dal suo irritante rifiuto di ammettere le difficoltà. Per proseguire con le varie fazioni in guerra dei grillini romani, che la devono smettere di beccarsi come prime donne inacidite e devono cominciare a lavorare per il bene comune. Si rendano conto, i grillini, della responsabilità immensa che hanno avuto dal voto dei romani di giugno.

Quanto al governo: esca dal proprio ingiustificabile attendismo, che tradisce un incoffessabile desiderio che Roma fallisca così da poterne trarre un vantaggio politico. Montepaschi è importante, ed è giusto salvare i risparmiatori; battere i grillini può essere un obiettivo politico di rilievo ed è giusto perseguirlo. Ma c’è anche Roma. Roma è la capitale d’Italia, è un tesoro immenso che stiamo dilapidando. Il suo valore politico, culturale, storico, economico, sociale è semplicemente incalcolabile. Roma c’era prima di noi e ci sarà quando noi non ci saremo più: abbiamo tutti il dovere di occuparcene. Roma è di tutti, è dei nostri figli, è di quelli che verranno dopo. Roma, la grande, bellissima, struggente Roma, quella che de Gregori dipinge efficacemente come “una cagna in mezzo ai maiali” non merita di fare da scenografia ad una guerra fra irresponsabili.

MA PAOLO NON AVER PAURA…

Può capitare, in una finale, che una riserva semisconosciuta, entrata in campo quasi per caso a pochi minuti dalla fine, si trovi a dover tirare il rigore decisivo. E’ quello che è capitato a Paolo Gentiloni, mediano della politica, abituato a macinare chilometri nelle retrovie, a coprire le spalle di quelli più dotati di lui, a giocare in difesa, a sacrificarsi. Gentiloni è diventato da pochi giorni presidente del Consiglio dei Ministri per un accidente della storia che deve aver sorpreso prima di tutti lui stesso. Già, perché fino a due anni fa il neo premier non solo era una riserva, ma non era neppure fra i convocati, abbandonato al suo destino da Matteo Renzi dopo la brutale presa del potere del 2014 e ripescato solo per sostituire agli Esteri Federica Mogherini.

Paolo Gentiloni e Matteo Renzi

Eppure, “Paolo chi?” adesso è lì, con la maglia azzurra, davanti al dischetto, inopinatamente, incredibilmente, sorprendentemente al centro dell’attacco della Nazionale, dopo l’espulsione a furor di popolo del “top player” Matteo Renzi. Solo che ha un compito piuttosto inusuale: sbagliare il rigore. Il suo predecessore gli concede infatti solo un po’ di gloria sotto i riflettori mentre aggiusta il pallone, prende la rincorsa, fissa negli occhi il portiere avversario. Ma poi gli ordini sono precisi: tirare fuori, far perdere la Nazionale e consentire a Renzi di riprendersi il posto al centro dell’attacco.

Paolo lo sa che deve sbagliare. Infatti, ha già cominciato. Ha detto che il suo compito sarà “completare” il lavoro fatto da Renzi. Ha detto che non interverrà sulla riforma del lavoro (“Jobs Act”) con il rischio di andare violentemente a sbattere contro il referendum promosso dalla CGIL, o di suicidarsi proprio per impedire ai cittadini di esprimersi con quel referendum. Avvicinandosi al dischetto, il premier si è preoccupato di rassicurare il predecessore sulla sua “fedeltà”, si è sperticato in elogi nei suoi confronti, gli ha persino permesso di nominare due sentinelle come Boschi e Lotti nel governo. Non solo: non ha attribuito neppure un errore al premier uscente, non ha azzardato neppure una velata analisi di una sconfitta storica, che ha quasi spappolato il Partito Democratico.

Luca Lotti e Maria Elena Boschi

Ma forse non poteva fare altrimenti. Bisognava accompagnare Renzi all’uscita, senza ulteriori traumi, come raccomandava il presidente Mattarella. Adesso, però, è il momento di decidere cosa fare. L’Italia che Gentiloni ha ereditato è un Paese incattivito, risentito, messo in marcia verso un voto arrabbiato, che non potrà che portare al governo il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo. A spingerla verso il comico di Genova è stata la politica arrogante, divisiva e povera di risultati veri di Renzi. La politica che adesso Gentiloni ha il dovere di cambiare. Come diceva Enistein, solo un pazzo può pensare di ottenere risultati diversi facendo sempre le stesse cose. Solo un pazzo può pensare di “cambiare verso” all’ascesa di Grillo continuando a fare la politica di Renzi.

Gentiloni non può non saperlo. E non può non vedere la grande occasione che gli si è presentata in questo scorcio finale di partita. Se saprà farsi coraggio, ribellarsi ai diktat e comportarsi di conseguenza, l’Italia avrà ancora un anno per ritrovare lucidità e serenità e il Partito Democratico avrà l’occasione per ricostruire una parvenza di comunità politica, dopo le liti furiose che lo hanno attraversato in questi anni per colpa quasi esclusivamente di Renzi. Insieme, Gentiloni, il Pd e tutto il centrosinistra hanno l’occasione di ricostruire in questo anno un approdo per i milioni di italiani progressisti che non vogliono assolutamente votare per Grillo, ma che lo faranno se non avranno un’alternativa decente.

Qualche segnale, in questo senso, c’è. Gentiloni, per esempio, ha fatto benissimo a non mettere il governo al centro del processo di riforma elettorale. La nuova legge dovrà farla il Parlamento, com’è giusto che sia. E il Parlamento deciderà quanto questo governo deve durare, come il premier ha giustamente detto. Non solo: Gentiloni ha portato con la sua calma e ragionevolezza uno stile diverso al vertice del governo. Basta con il bullismo renziano, non se ne poteva davvero più. Molto meglio la riflessività, magari noiosa, senza applausi, ma concreta, di Gentiloni.

Se sia vera “discontinuità” lo vedremo nelle prossime settimane, quando si capirà di che pasta è fatto il nuovo premier. Lo si vedrà nei provvedimenti sul lavoro, nella revisione della scellerata politica dei voucher, nella gestione dell’articolo 18, nell’autorevolezza con la quale gestirà gli importantissimi appuntamenti di politica internazionale che attendono l’Italia.

Francesco de Gregori

Lo si vedrà dal coraggio dei provvedimenti a favore delle fasce più periferiche della società, a cui chiaramente non bastano le mancette elettorali della renzonomics. Lo si vedrà da quante volte risponderà alle telefonate da Pontassieve e quante a quelle dal Quirinale. Da tutto questo si capirà se la rincorsa di Gentiloni verso il dischetto lo porterà a sbagliare il rigore apposta, per paura della rabbia del capo. O a ribellarsi, fare un bel respiro, accelerare il passo e segnare il gol decisivo, quello della vittoria della Nazionale, proprio nei minuti di recupero.

Coraggio Paolo. In fondo, per parafrasare de Gregori, uno statista si vede dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia.

PD: PERDERE È UMANO, PERSEVERARE È RENZIANO

Auguri a Paolo Gentiloni, ne ha bisogno. Nelle condizioni date, la scelta del suo nome per la guida del nuovo governo va giudicata con cauto ottimismo. Dopo il disastro del referendum, era importante evitare la sconcertante capriola che si stava preparando e che avrebbe permesso al grande sconfitto, Matteo Renzi, di rimanere a palazzo Chigi fino alle elezioni anticipate (dimissionario, o con un bis che il Capo dello Stato avrebbe dovuto chiedergli in ginocchio). Il tentativo c’è stato, ma è andato a vuoto, grazie alla regia silenziosa, ma inflessibile, di un gigante delle istituzioni che risponde al nome di Sergio Mattarella. Il prossimo che penserà di mettersi in tasca questo presidente, silenzioso, ma per nulla ingenuo, è avvertito.

Gentiloni è renziano, molto renziano. Ma non è, a differenza di altri, un miracolato del renzismo. C’era prima, ci sarà dopo. E’ un “burattino”, come lo descrivono le opposizioni? Certamente chi nella notte fra sabato e domenica ha suggerito il suo nome a Mattarella lo considera un prestanome, destinato secondo i piani renziani a tenere calda la sedia di palazzo Chigi in attesa di un improbabile ritorno. Ma non è detto che sia così.

Edoardo Bennato – Burattino Senza Fili – 1977

Gentiloni potrebbe rivelarsi, per dirla con Edoardo Bennato, un “burattino senza fili”, capace di muoversi in autonomia e rispondere solo ai suoi veri datori di lavoro: il popolo italiano, il Parlamento e il presidente della Repubblica.

Le premesse ci sono. L’uomo ha senso dello Stato, è saggio, leale, è un grande tessitore di rapporti, anche internazionali, non è per nulla incline alla rissa, al contrario del premier uscente. Si spera che il suo passaggio, non necessariamente breve, per palazzo Chigi regali al Paese la tregua necessaria per riprendere fiato, dopo un anno ininterrotto di campagne elettorali. E si spera che il Pd e i suoi derivati ne approfittino per rigenerarsi, dopo la devastante avventura renziana.

Il tempo è pochissimo e probabilmente insufficiente. Ma vale la pena tentare. La premessa necessaria è che chi ha lacerato il partito in questi anni stia almeno temporaneamente fuori dai giochi. Per ora, non sembra sia così. Malgrado sia tornato a Pontassieve, infatti, Renzi non appare intenzionato a farsi da parte. Anzi: sembra essersi intestardito nella ricerca di un’ennesima, sanguinosa resa dei conti. Prima di lasciare Roma, il segretario ha umiliato la Direzione del partito soffocando qualsiasi discussione e ha fatto partire la macchina del congresso anticipato, dove intende ricandidarsi per la segreteria e poi ripresentarsi come candidato premier alle elezioni.

Renzi, sconfitto, parla alla Direzione, per poi abbandonarla senza discussione

E’ auspicabile che chi crede ancora nel centrosinistra italiano si ribelli a questa logica autodistruttiva. Le ripetute clamorose sconfitte (elezioni amministrative, referendum) alle quali Renzi ha portato un partito già esangue non possono più restare senza conseguenze. Il conto salatissimo degli errori strategici, tattici, di linea politica che hanno diviso non solo i vertici, ma tutto il popolo di centrosinistra, deve a questo punto essere presentato a chi deve pagarlo.

Se Renzi non vuole dimettersi da segretario, bisogna che sia il resto del partito ad accompagnarlo alla porta, raccogliendo la sfida del congresso, proponendo un’alternativa accettabile e restituendo alla comunità di centrosinistra l’identità perduta. Bisogna che il Pd ritrovi il suo ruolo di rappresentanza delle fasce sociali più emarginate, ignorate e dimenticate, il suo orgoglio riformista e inclusivo, la sua democrazia interna. Poi toccherà al popolo, con le primarie, decretare la fine di questa devastante parentesi, infliggendo a Renzi l’ennesima e speriamo definitiva sconfitta. Forse è tardi, ma si può almeno tentare di evitare di consegnare l’Italia a Grillo, come Renzi stava facendo in modo inesorabile, e come dimostrano Roma e Torino.

Perseverare nella chimera del renzismo, da parte del Pd, sarebbe imperdonabile. Continuare a inseguire la retorica vuota e verticistica, che ha snaturato la casa del centrosinistra, trasformandola in una specie di caserma, sarebbe suicida. Renzi è passato, Renzi è il passato. E’ arrivato il momento per il popolo di centrosinistra di ritrovarsi, di guardarsi negli occhi, di abbracciarsi forte. Chi ha votato Sì e chi ha votato No. E’ tempo di consegnare le armi della guerra civile appena conclusa e ricostruire sulle macerie, insieme, con fiducia, senza paura. L’alternativa è seguire Renzi nel baratro.

"Scusate, non mi lego a questa schiera"

Copy Protected by Chetan's WP-Copyprotect.