IL BISOGNO DI SPEGNERE, PER RESPIRARE

E arriva il giorno in cui non ne puoi più. E spegni il televisore, lasci chiuso il giornale, allontani lo sguardo dall’ennesima foto del bambino estratto dalle macerie, e speri che sia vivo, e temi che sia morto, come tanti altri bambini, ancora lì sotto, al freddo, al caldo, nella polvere, senz’acqua, senza voce per gridare. E non sai piú che fare, ti dicono che serve sangue, poi che non serve più, servono vestiti e coperte, no, non servono, manda l’SMS al 45500.

E il tempo passa e la gente là sotto muore, e i nostri ragazzi scavano e piangono, e raccolgono i corpi, e si fermano un attimo a urlare bestemmie senza parole contro l’assurdità della morte, o della vita, per poi ricominciare a scavare e a piangere, raccogliendo resti di vite, finché sentono un sospiro, un lamento, e si arrampicano come dei gatti, si danno coraggio, dai, ché forse ne salviamo uno.

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Arriva il giorno in cui smetti di contare i morti, e ti aggrappi ai vivi: chiedi quanti ne hanno salvati e aggiorni un grottesco medagliere fatto di vite salvate. E pensi ai giornalisti, costretti a recitare il crudele questionario: cosa farà adesso che ha perso tutto? Cosa prova? Quanto le manca sua moglie, sua figlia, suo nipote? Arriva il momento in cui raggiungi il limite e spegni tutto, almeno per un’ora, perché capisci che non puoi far niente e ti senti anche tu sotto le macerie, in cerca d’ossigeno. Sentì il bisogno disperato di uscirne, spegni il computer, illudendoti che basti a cancellare tutto.

E guardi fuori e vedi l’Italia, la tua terra, che c’è ancora, lì bellissima e crudele, che ti innamora con le sue strade ed i suoi borghi e che ogni tanto ti tradisce, ti colpisce alle spalle mentre dormi e ti inghiotte. E ti chiedi un’altra volta cosa sia la vita e cosa sia la morte, e che ci fai ancora qui, in questa mattina di fine estate, in un silenzio denso, che appena ti distrai si riempie delle urla, dei pianti, del frastuono di strade che si aprono e pietre che cadono. E pensi ai bambini di Amatrice, Arquata e Accumoli, poi a quelli di Aleppo, a quelli sui barconi, a quelli in fondo al mare. E non sai dove andare, perché ti sentì inutile. E rimani lì a guardare il cielo, e ti rendi conto di essere solo un sopravvissuto. E cerchi di non fartene una colpa.

SE VINCE IL SÌ, LA FILASTROCCA DI MARIAELENA

Se vince il Sì farò un sorriso a cento denti
Ed i miei occhi brilleranno più lucenti
Ci sveglieremo con le luci del mattino
E tutta l’acqua sarà trasformata in vino.

Se vince il Sì ritornerà la primavera
E una leggera brezza soffierà la sera
Ci sarà pane, miele, zucchero e champagne
Burro e salmone su barchette e vol-au-vent

Se vince il Sì non ci sarà più la violenza
E dell’amore non dovremo fare senza
Diventeremo magri e belli e muscolosi
Verrà abolita per decreto l’alitosi

Se vince il Sì verrà sconfitto il terrorismo
I tagliagole si daranno al pacifismo
E canteremo insieme “Blowin’ in the wind”
E “Hare Krishna” “Imagine” “Let the sunshine in”

Se vince il Sì, Matteo diventerà più buono
E non ci chiederà di lucidargli il trono
Siederà a tavola con gufi e rosiconi
Distribuirà a tutti 80 euro ed altri doni

Se vince il Sì l’orgasmo durerà mezz’ora
Ed i bambini andranno volentieri a scuola
I professori diverranno tutti ricchi
Torneran tortore, fagiani e pure i picchi

Se vince il No, credete, Dio non voglia,
In cima agli alberi non resterà una foglia
Sulle città si stenderà una coltre nera
E nessun fuoco ci riscalderà la sera

Dagli scaffali spariran latte e formaggio
Ci nutriremo dei cavalli col foraggio
Non ci saran più Pokemon da catturare
E dalle spiagge verrà cancellato il mare

Se vince il No, Matteo ci guarderà in cagnesco
Ché quando fa così neppur io riesco
A fargli ritornare il buonumore
E questo a me, vi giuro, spezza il cuore

Se vince il No, sommersi di monnezza
Che arriverà, sul serio, a questa altezza
Malediremo i giorni che verranno
E in Campidoglio tornerà Alemanno

Le cavallette mangeranno tutto il grano
Un meteorite centrerà dall’alto Al Bano
Mentre Romina tornerà a cantare
E Pupo e Povia insieme a gorgheggiare

Nelle campagne smotteran le dighe
E ci capiteranno solo sfighe
E pioverà nel fine settimana
La nazionale perderà col Ghana

Se vince il No, gl’infanti piangeran la notte
E i genitori li rimpinzeran di botte
I treni arriveranno dopo un’ora
E su Trieste soffierà la bora

Orsù, formate tosto un Comitato
Perché di Sì l’Italia faccia un prato
E la più bella, la Costituzione
Saluteremo con un bel “#Ciaone”!

GIACHETTI, LE OLIMPIADI E LA BUFALA DEI 170 MILA POSTI DI LAVORO IN PIÙ

Per invogliare i cittadini romani a votarlo e ad imbarcarsi nella rischiosissima avventura delle Olimpiadi, il candidato del Pd Roberto Giachetti sta ripetendo spesso in queste ore una promessa molto berlusconiana: 170.000 nuovi posti di lavoro. Sarebbe quello, secondo lo storytelling giachettiano, il beneficio immediato che i romani riceverebbero dall’organizzazione dei Giochi Olimpici del 2024.

Il logo della candidatura di Roma 2024
Il logo della candidatura di Roma 2024

Ma è davvero così? In realtà no, utilizzare quel numero come lo utilizza Giachetti è sbagliato. Ed è anche piuttosto crudele, perché fa leva sulle speranze dei tanti disoccupati romani. Se andiamo a guardare i dati, il numero di posti di lavoro che forse, ma forse, verrebbero creati con le Olimpiadi è in realtà molto più modesto.

Secondo l’unico studio disponibile, fra l’altro tutt’altro che imparziale, i maggiori occupati sarebbero in tutto circa 8.000 unità, un dato evidentemente assai meno spendibile in campagna elettorale e del tutto insoddisfacente rispetto ai problemi occupazionali di Roma. Ma come è stato possibile far lievitare le cifre in questo modo?

OlimpiadiGiachetti
Giachetti promette 170 mila posti di lavoro in più grazie alle Olimpiadi

Cerchiamo di capirlo. La fonte a cui fa riferimento in modo non molto trasparente il candidato del Pd per parlare di “170mila nuovi posti di lavoro” è la “Valutazione Economica dei Giochi Olimpici e Paralimpici Roma 2024” commissionata dal CONI, realizzata dall’Università di Tor Vergata e presentata pubblicamente nel febbraio scorso. Vale la pena ricordare che tanto il CONI quanto Tor Vergata hanno evidenti interessi diretti alla realizzazione delle Olimpiadi: il CONI per ovvi motivi, Tor Vergata perché proprietaria di alcuni dei terreni dove dovrebbe sorgere il Villaggio Olimpico.

Ecco la tabella sugli effetti previsti sull’occupazione

Sulla sinistra il dato utilizzato da Giachetti, sulla destra il dato reale
Sulla sinistra il dato grezzo utilizzato da Giachetti, sulla destra il dato netto

Stando ai dati iper-ottimistici dello studio, è evidente come Giachetti utilizzi il dato sull’occupazione in modo non corretto. Il candidato sindaco del Pd attribuisce infatti all’effetto-Olimpiadi anche i posti di lavoro che si creerebbero comunque, anche senza i Giochi.  I posti di lavoro che Giachetti “vende” elettoralmente come dovuti alle Olimpiadi sono per la maggior parte dovuti a tutt’altro . Guardate questo grafico (basato sui dati dello studio)

OlimpiadiGrafico

In rosso, ci sono i posti medi che verrebbero creati comunque, con o senza Olimpiadi. In blu, ci sono quelli che, teoricamente, sarebbero dovuti al cantiere olimpico. Per sostenere l’utilità delle Olimpiadi bisognerebbe quindi utilizzare gli 8.000, e non tutti i  29.568 posti. Invece Giachetti non solo si appropria di dati che non c’entrano, ma, per rendere il tutto più convincente, li moltiplica per sei.

Per arrivare infatti ai magici 170mila posti della propaganda giachettiana si ricorre a un vero trucco: i dati di cui sopra si moltiplicano per i sei anni di “cantiere” dal 2018 al 2023. Ecco un altro grafico per spiegare questa singolare metodologia:

OlimpiadiGrafico2

Et voilà: basta sommare tutte quelle etichette gialle e si arriva come per miracolo al notevole quanto fuorviante dato di 177.409 (Giachetti arrotonda per esigenze di comunicazione a 170.000).

Ma è lecito moltiplicare per sei quei posti di lavoro? In realtà no, prima di tutto perché, come detto, si includono i posti la cui creazione non è dovuta alle Olimpiadi. E poi perché un solo posto di lavoro non può valere per sei solo perché dura sei anni.

C’è poi un altro elemento inaccettabile della propaganda elettorale sulle Olimpiadi. Giachetti ripete spesso che senza i Giochi non si farebbero delle opere molto importanti per Roma, quali il prolungamento della Linea C della metropolitana e la chiusura dell’Anello Ferroviario.

La grafica pro-Olimpiadi di giachetti
La grafica pro-Olimpiadi di giachetti

Anche questo però è puro terrorismo psicologico, perché nessuna delle opere che Giachetti cita è prevista nel budget olimpico da cinque miliardi, che coprirà solo le opere sportive e di cui il Comitato Olimpico Internazionale coprirà solo un quinto.

Le altre opere pubbliche che i romani aspettano dovremmo comunque pagarle noi, perché diavolo dunque accollarci anche le Olimpiadi? Non sarebbe meglio realizzare le opere necessarie alla cittadinanza senza entrare nel buco nero del grande evento sportivo, che soprattutto in Italia diventa inevitabilmente fonte di enormi debiti, corruzione e opere inutili o incompiute?

La Vela di Calatrava, costata 300 milioni per i mondiali di nuoto e abbandonata.
La Vela di Calatrava, a Roma, costata 300 milioni per i mondiali di nuoto e simbolo degli sprechi sportivi.

E’ per mettere a tacere questi legittimi dubbi che la propaganda pro-Olimpiadi sta mettendo in giro dati del tutto fuorvianti sull’occupazione. Si vuole distrarre l’opinione pubblica dai rischi di un evento i cui vantaggi diretti per la città sarebbero in realtà molto modesti, per non dire nulli, mentre i rischi sarebbero molto alti.

L’unica cosa evidente sarebbero i vantaggi per chi con i grandi eventi è abituato ad arricchirsi, spesso realizzando lavori fatti male e facendo lievitare i costi in modo esponenziale una volta ottenuto l’appalto. Il tutto a carico della collettività, cioè in questo caso dei romani, già gravati da un debito gigantesco. Siamo sicuri che ne valga la pena?

BALLOTTAGGI: PERCHÉ NON È “SOLO UN VOTO LOCALE”

“E’ solo un voto locale”, minimizza Matteo Renzi alla sua intervistatrice di fiducia sul Corriere della Sera. Ma è chiaro che non lo pensa nemmeno lui. La partita che si è aperta una settimana fa, con il primo turno delle Amministrative e che si concluderà fra una settimana con i ballottaggi è con ogni evidenza uno snodo essenziale nella strategia di affermazione nazionale del premier, che ancora soffre del fatto di non essere mai stato eletto, se non nell’area fiorentina, e che, prima o poi, dovrà inevitabilmente misurarsi e legittimarsi politicamente con un’elezione politica nazionale.

L'intervista di Renzi al Corriere della Sera
L’intervista di Renzi al Corriere della Sera

Nel suo progetto, Renzi ha bisogno delle grandi città. Nella visione renziana, conquistare Roma, Torino, Milano, Bologna e, com’era nelle intenzioni, Napoli, non significa solo far vincere il candidato del Pd, ma plasmare quelle città a sua immagine e somiglianza, perché diventino dei serbatoi di propaganda e di consenso. I sindaci in chiave renziana delle città più importanti devono trasformarsi sempre più in “amministratori delegati” del governo, in cinghie di trasmissione che consentano a Palazzo Chigi di pianificare e gestire direttamente i finanziamenti e gli interventi e di trasformarli in voti per il premier.

Il primo turno a Napoli
Il primo turno a Napoli

Illuminante, in quest’ottica, è la battaglia di Napoli, che si è appena conclusa in un vero bagno di sangue per il progetto renziano, con la candidata del Pd Valeria Valente sconfitta brutalmente al primo turno. La disfatta della Valente non nasce dal nulla ed è figlia di una lunga battaglia fra lo stesso premier, Renzi, ed il sindaco in carica, Luigi De Magistris. Al centro dello scontro c’è l’ex area industriale di Bagnoli, che attende la bonifica, il risanamento e la risistemazione. Portare a termine l’intervento, fortemente atteso dai cittadini, sarebbe un colpo elettorale gigantesco, un’enorme produzione di consenso. Ma per chi?

Renzi in pizzeria con Valeria Valente
Renzi in pizzeria con Valeria Valente

Renzi sembra volere quel consenso per sé, infatti ha dapprima commissariato Bagnoli estromettendo De Magistris da ogni decisione e poi ha tentato di sostituire lo stesso sindaco con la fidata Valeria Valente.  Ma non ha funzionato. Il sindaco in carica si è battuto con forza e ha sconfitto il Pd, dimostrato di saper ottenere un largo consenso popolare. Alla sconfitta della Valente, Renzi ha reagito con rabbia, minacciando il commissariamento del partito nel capoluogo campano, ma il problema potrebbe essere più nazionale che locale. Al secondo turno, per la seconda volta, De Magistris se la vedrà con il candidatto del centrodestra, Gianni Lettieri.

Luigi De Magistris
Luigi De Magistris

Sconfitto a Napoli, il progetto del Pd renziano è però ancora in corsa in altre grandi città, fra cui Roma, Milano e Torino, elettoralmente fra le città più importanti d’Italia, oltre a Bologna, che è però come vedremo è un caso a parte. Con intensità diversa, in tutte queste città al primo turno abbiamo assistito ad una ostinata resistenza degli elettori contro l’avanzata renziana. Un risultato che potrebbe essere confermato o meno al ballottaggio, ma che merita un’analisi approfondita e soluzioni che vadano oltre il semplicistico “lanciafiamme” annunciato da Renzi subito dopo il voto. Vediamo.

Il primo turno a Roma
Il primo turno a Roma

A Roma è in palio il boccone più ghiotto. Nella capitale, Renzi ha preteso e ottenuto le elezioni anticipate, obbligando i consiglieri del Pd a dimettersi e facendo così cadere il sindaco in carica, Ignazio Marino , al termine di una lunga campagna di logoramento stile “stai sereno”. La mossa renziana ha creato allarme e indignazione in molti romani, ma il Pd, affidato a Roma al plenipotenziario Matteo Orfini, sembrava sicuro di non pagare dazio e di sostituire facilmente Marino con il fedelissimo di Renzi, Roberto Giachetti.

GiachettiRenzi
Matteo Renzi con Roberto Giachetti

Al primo turno, però, i romani hanno preferito dare fiducia alla grillina Virginia Raggi, scelta rischiosa, ma sempre meglio di lasciar abbeverare la cavalleria fiorentina alla fontana del Campidoglio.

Se la scelta dei romani si confermerà al ballottaggio, sarà un boccone molto amaro per Renzi, perché a Roma si è esposto molto e perché la città è una casella fondamentale nel suo Risiko verso il successo nazionale. La capitale è infatti candidata ad ospitare le Olimpiadi del 2024, un compito che, una volta assegnato, significherebbe l’avvio immediato di grandi opere, grandi affari, moltissimi soldi e quindi molto potere, molto consenso e potenzialmente molti voti. Non a caso, dopo il primo turno, Renzi ha avvertito: “Se perde Giachetti, niente Olimpiadi”. Che le farebbe a fare?

Matteo Renzi con Giuseppe Sala
Matteo Renzi con Giuseppe Sala

A Milano, Renzi sta provando a mettere sulla poltrona di sindaco il suo fidatissimo Giuseppe Sala, che di mestiere faceva proprio il commissario di governo a Expo, quindi perfetto per il ruolo che il premier immagina per lui. Ma neanche nella capitale morale i cittadini sembrano entusiasti all’idea di avere un sindaco dimezzato.

Il primo turno a Milano
Il primo turno a Milano

Oltretutto, dall’altra parte si è fatto spazio un candidato eccellente come Stefano Parisi, che ha il solo handicap di essere sostenuto da personaggi ormai poco spendibili del vecchio centrodestra. Parisi ha comunque dato prova di leadership, scaltrezza e autonomia. Dopo il primo turno, Sala è in leggero vantaggio, ma appare a corto di fiato, mentre Parisi sembra avere il vento in poppa ed essere pronto al sorpasso. Vedremo.

A Torino, il renzismo è rappresentato da Piero Fassino, che nasce politicamente ben prima di Renzi, ma che è diventato col tempo un renziano di ferro. Il problema numero uno di Fassino è che si è trovato di fronte forse la candidata migliore di questa tornata elettorale: Chiara Appendino.

Chiara Appendino
Chiara Appendino

La giovane aspirante sindaco del Movimento 5 Stelle è giovane, preparata, determinatissima. Per il sindaco in carica, che è comunque in vantaggio di circa 11 punti al primo turno, rischia di essere un osso molto duro.

Il primo turno a Torino
Il primo turno a Torino

Altro problema per Fassino è che di fronte all’Appendino, giovane e dinamica, sembra un pezzo di antiquariato. Resta il favorito, ma non sarà facile.

Virginio Merola, candidato Pd a Bologna
Virginio Merola, candidato Pd a Bologna

A Bologna, la situazione è leggermente diversa. Lì Renzi non ha un suo fedelissimo come candidato. Per il Pd corre infatti Virginio Merola, che per differenziarsi da Renzi ha persino firmato il referendum della CGIL contro il Jobs Act.

Il primo turno a Bologna
Il primo turno a Bologna

Merola ha di fronte al secondo turno un’avversaria non fortissima: Lucia Borgonzoni, del centrodestra, che comunque può beneficiare del sentimento “anti-Renzi” che sembra particolarmente diffuso in questa fase un po’ in tutte le grandi città. Partita aperta, con Merola favorito, ma Renzi non appare molto coinvolto in nessun caso.

Queste sono le partite fondamentali. Come si vede, il quadro per la campagna di conquista delle grandi città da parte del Pd renziano è tutt’altro che roseo. Questo complica le cose per Renzi, che aveva sperato di potersi presentare al referendum costituzionale di ottobre, la madre di tutte le battaglie, con molte delle grandi città sotto il suo diretto controllo, per poi vincere e lanciarsi verso la consacrazione elettorale con l’Italicum.

La gioiosa macchina da guerra renziana il 5 giugno ha scricchiolato rumorosamente e ora sembra inceppata. Domenica 19 si capirà se basterà solo un po’ di lubrificante per rimetterla in moto o se gli scricchiolii, a lungo ignorati, erano il sintomo di un malfunzionamento ben più diffuso e il presagio di un crollo. La posta in gioco, come si vede, è molto alta. Per questo, quello che si sta svolgendo in queste settimane, è ben più di un semplice “voto locale”.

CONSIGLI (NON RICHIESTI) A VIRGINIA RAGGI PER VINCERE AL SECONDO TURNO

Il risultato molto positivo di Virginia Raggi al primo turno non deve ingannare: la vittoria finale non è scontata e la strada per diventare sindaco di Roma è ancora lunga. In questi quindici giorni deve mantenere alta la tensione e, allo stesso tempo, non fare errori gravi. Giachetti è una vecchia volpe e dispone di mezzi notevoli: ha con sé l’intero apparato del Pd romano, che si gioca la sopravvivenza. Lotteranno con tutte le loro forze e la attaccheranno con tutto il volume di fuoco di cui dispongono. Cercheranno di giocare sulla sua inesperienza, che è la tipica tattica dei conservatori. E’ importante che mantenga la calma, ma allo stesso tempo non dovrà perdere in determinazione.

Il primo consiglio è di puntare su un messaggio chiaro: se eletta sindaco azzererà tutto. Su questo non deve arretrare di un millimetro. E’ questo che molti romani vogliono, è per questo che al primo turno l’hanno votata in tanti, anche molti che grillini non sono. Il suo compito storico è liberare il Campidoglio da una generazione che ha fatto il proprio tempo, che ha formato dei centri di potere e di arroganza divenuti col tempo tossici e che si è definitivamente decomposta contaminandosi prima con la destra e poi con Mafia Capitale, fino a far fuori il proprio stesso sindaco. La forza principale della candidatura della Raggi è nella proposta di una generazione nuova alla guida della città e su quello deve puntare.

Quindi, allegria, ma non leggerezza, niente folklore, niente proposte troppo fuori dagli schemi. Non ce n’è più bisogno e rischiano di scatenare le iene ridens del Pd. Bisogna puntare su messaggi che comunichino affidabilità e  competenza, dimostrare di conoscere bene Roma e i suoi problemi e di avere una visione convincente per il futuro. Non basta la promessa di vietare le vaschette per alimenti, serve un’idea di città per i prossimi decenni. Non si lanci in progetti irrealizzabili, dica chiaro dove vuole portare Roma e Roma la seguirà.

Ma stia attenta: la provocheranno ogni giorno, cercheranno di trascinarla in rissa, perché devono recuperare terreno. Soffieranno sul fuoco di ogni dichiarazione, urleranno parole come “gaffe”, “tempesta”, definiranno ogni sua presa di posizione come “stravagante”, “surreale”. Sono tecniche da ritwittaroli di regime, non bisogna farsi impressionare. La Raggi deve essere pronta a questo tipo di guerriglia ed evitare il ping-pong quotidiano col suo avversario. Voli alto, si occupi di Roma, rassicuri gli elettori sulla loro scelta e lasci che sia il Movimento 5 Stelle a tenere a bada i suoi assalitori.

E poi, impari a comunicare, perché non lo sa fare. Il suo discorso in piazza del Popolo era debole, quello della notte dei risultati del primo turno pure. Sembrava quasi incredula di trovarsi in questa situazione. Era emozionatissima, e questo va bene, è comprensibile, la rende umana. Ma è ora di calarsi di più nel ruolo di front runner e persino già in quello di sindaco, altrimenti l’elettore si fa prendere dal dubbio. Se si usa il tono solenne, la frase deve essere alrettanto solenne, altrimenti meglio un tono colloquiale. Se si cerca l’applauso, l’applauso deve poi arrivare, il silenzio provoca imbarazzo e disagio. E se l’applauso non arriva è perché non si è stati chiari, o efficaci. Gli interventi pubblici vanno studiati e preparati nei dettagli, tempi compresi, non improvvisati. Bisogna comunicare qualcosa, scegliere cosa si vuole che resti di un discorso, non bastano un bel viso pulito e accuse generiche agli “altri” di essersi “mangiati Roma” o altre frasi fatte del genere.

E’ importante poi che la Raggi selezioni la squadra degli assessori e lo faccia presto, ma con molta attenzione. La stanno aspettando al varco, sono già pronti a scaricare su ognuno di loro valanghe di accuse, barzellette, scoop veri o presunti. Servono persone competenti, nuove, preparate, affidabili, possibilmente docenti o ricercatori universitari giovani dal curriculum inattaccabile, che abbiano ognuno una visione chiara del settore di cui si dovranno occupare. Devono essere tutti più bravi di lei, ognuno nel proprio settore. Ho letto che sta preparando un annuncio con le prime delibere che intende sottoporre all’Assemblea Capitolina. Benissimo, ma attenzione, cose realizzabili e di buon senso, attese dai romani, non idee a caso, né promesse irrealizzabili.

Continui ovviamente a girare per i quartieri, ma pianifichi bene ogni minuto di queste due settimane. Si presenti in bicicletta, come ha già fatto varie volte, giri in metropolitana, vada a fare la spesa. Sorrida, ma senza esagerare, sia se stessa, ma assuma un’aria meno barricadera e più istituzionale, non noiosa, ma neanche sopra le righe. Non sia arrogante, si vede che è timida, perché nasconderlo?

Se non lo ha già fatto, chiami Antonello Venditti, Fiorella Mannoia, Sabrina Ferilli e tutto coloro che hanno espresso simpatia nei suoi confronti. Sono alleati importanti. Li ringrazi, dica loro che le farà piacere ricevere consigli da chi conosce e ama Roma. E lo faccia riservatamente, senza farlo sapere: non amano essere strumentalizzati.

Faccia al massimo un duello televisivo con Giachetti. Servono solo a lui, che deve recuperare terreno.  Non perda la concentrazione, stia attenta alle trappole e sicura del fatto suo. Ma non canti vittoria. Il successo al primo turno è un risultato notevole, ma meno clamoroso di come avrebbe potuto essere. Vista la situazione, la Raggi avrebbe persino potuto vincere al primo turno. Se non lo ha fatto è perché alcuni romani non se la sono sentita di votarla, nonostante fosse forse l’unica scelta sensata. Non se la sono sentita di dare il governo della propria città ad una candidata di cui si sa ancora troppo poco e che deve ancora dimostrare di avere le capacità e la statura per fare quel mestiere. Se ce li ha, la Raggi si dia da fare per comunicarlo agli indecisi, sin da oggi.

VOTO VIRGINIA RAGGI, A ROMA SERVE ARIA NUOVA

Forse ha ragione Antonello Venditti: i romani coraggiosi domenica voteranno per Virginia Raggi . Il che non significa che aderiranno al Movimento 5 Stelle, né che credono alle scie chimiche, né che desiderano la “dittatura soft” evocata da Beppe Grillo. I romani coraggiosi voteranno Virginia Raggi, pur non essendo tutti grillini, perché la giovane avvocatessa romana rappresenta la proposta più credibile, la maggiore possibilità di riprendere in mano il destino di Roma e di strapparlo finalmente dalle fauci di chi, di riffa o di raffa, la amministra e la sotto-governa da oltre vent’anni.

Antonello Venditti
Antonello Venditti

Il problema più urgente di Roma, in questo momento, è un cambio drastico di classe dirigente, intesa come circoli di sottopotere di destra e di sinistra, che ormai si conoscono alla perfezione e fanno affari insieme dagli anni Novanta. Non si tratta tanto dei sindaci, né delle Giunte, ma di un giro di personaggi, sempre gli stessi, talmente abituati a comandare che ormai considerano Roma cosa loro. Sono entrati quando c’era Rutelli (1993), sono rimasti lì con Veltroni e persino con Alemanno, dando vita a un governissimo tossico immondo sfociato poi nella cloaca maxima di Mafia Capitale. L’unico che ha provato a scalzare questo blocco di sottopotere è stato l’ex sindaco Ignazio Marino, che infatti è stato fatto fuori, come sappiamo.

Virginia Raggi è l’unica fra i candidati ad avere la forza personale e popolare per imporre un nuovo corso. E’ una donna giovane e coraggiosa, lo si è visto al confronto su Sky, l’altra sera, quando gli altri quattro candidati si sono avventati su di lei come un branco di lupi affamati e lei li ha tenuti a bada con fierezza e determinazione. Non capivano, i quattro avversari, che attaccandola come coatti sguaiati stavano dando all’esterno una rappresentazione plastica persino eccessiva del “vecchio” che resiste al “nuovo”.

Il confronto su Sky del 31 maggio scorso
Il confronto su Sky del 31 maggio scorso

Di fronte agli assalti e alla supponenza dei concorrenti, impegnati nel “tutti contro una”, Virginia ha tenuto botta. Certo, le si leggeva un po’ di preoccupazione negli occhi, forse anche paura, ma non ha mai sbandato, non ha ceduto alle provocazioni, ha tenuto testa diverse volte agli interlocutori ed ha incassato i colpi senza indietreggiare, confermandosi sorprendentemente attrezzata per il lavoro difficile per cui si candida.

Ci sono buone alternative alla Raggi? Non mi pare, a cominciare da Roberto Giachetti, che non merita assolutamente il voto. Il candidato dei due Mattei, Renzi e Orfini sta mettendo la faccia su un’operazione di conservazione, il disperato tentativo di una generazione di continuare a comandare, nonostante sia una generazione ormai spompata, decotta, ma non per questo meno arrogante. Giachetti è la loro zattera, il loro salvagente.

Il candidato renziano è poi il simbolo dell’ignobile “metodo-notaio”, quello che servì per estromettere Marino a metà mandato. Un atto di arroganza politica del Pd da cui Giachetti non solo non ha preso le distanze, ma lo ha addirittura difeso e giustificato, diventandone quindi complice. Senza contare che ha candidato nelle sue liste dieci fra i consiglieri che con le loro dimissioni fecero terminare brutalmente la consiliatura precedente. Per il bene di Roma, ma anche della democrazia e dei suoi princìpi, è bene dunque che i romani boccino Giachetti senza appello .

Stefano Fassina è un candidato debole, isolato e incapace di comunicare, con un programma mediocre, fatto di spesa pubblica e di chiusura ai privati. Con Marino fu molto ambiguo, anche se oggi cerca disperatamente di intercettarne il consenso. Ha imposto la sua candidatura con prepotenza, a una sinistra che avrebbe potuto e dovuto cercare un candidato migliore. E dopo la gaffe dell’errore nella presentazione delle liste, ha perso ogni credibilità.

Giorgia Meloni è “meno peggio” di quanto sembri, ma il generone di destra che si porterebbe dietro, Lega compresa, è davvero inguardabile. Alfio Marchini è un bambinone ricco e annoiato che sperpera i soldi di papà facendo politica senza averne le capacità, e si candida in rappresentanza dei costruttori, dei circoli esclusivi del Lungotevere e di ciò che resta dei berlusconiani. Invotabile anche lui.

Stefano Fassina
Stefano Fassina

Resta dunque la Raggi, che, intendiamoci, è la premessa, non la soluzione di tutti i mali. Se eletta, l’aspetta un compito difficilissimo. Cambiare Roma non è uno scherzo, l’inesperienza, soprattutto all’inizio, peserà. Le condizioni sociali, infrastrutturali ed economiche della città sono pessime e voglio augurarmi, ma non sono ottimista, che il governo nazionale si comporti con lei lealmente e non lesini i finanziamenti dovuti, come fece con Marino, per farla sfigurare davanti ai romani.

Se eletta, la Raggi dovrà mettere in conto anche che i palazzinari e il loro giornale (Il Messaggero) cercheranno di renderle la vita impossibile. Che la stampa di destra (Il Tempo e Il Giornale) la attaccherà ogni giorno, per non parlare di quella radical-chic (La Repubblica e il Corriere). Deve sapere che, se non si metterà agli ordini dei soliti potenti romani, replicheranno all’infinito il “tutti contro una” della campagna elettorale, tenteranno di irriderla e amplificheranno i suoi inevitabili errori iniziali, come del resto stanno già facendo. Ogni sua dichiarazione, giusta o sbagliata, verrà definita “una gaffe”, seguita dall’inevitabile “bufera sulla Raggi”, ogni critica, da qualunque parte provenga, sarà “una bocciatura”, ogni goccia d’acqua su Roma, ogni cassonetto non svuotato sarà colpa sua. Adotteranno, insomma, contro di lei il “metodo Marino”.

Virginia Raggi
Virginia Raggi

Ma la ragazza appare in grado di difendersi. Pur essendo grillina, e quindi troppo incline alla demagogia e al semplicismo, è migliore di molti grillini. A differenza di diversi suoi colleghi sa di cosa parla: ha una laurea in Giurisprudenza, è un avvocato in gamba, quando fa riferimento ad una delibera, a una procedura, a un regolamento o a un ricorso non lo fa a caso e questo le va riconosciuto. E’ persona competente, severa e rigorosa, come ha dimostrato nella passata abortita consiliatura. I suoi avversari, in particolare Giachetti, che fra l’altro ha solo la licenza liceale, la trattano con condiscendenza, ma sbagliano, la ragazza non è una sprovveduta. C’è da augurarsi che sappia scegliere collaboratori all’altezza, questa è la vera incognita. Se lo farà, sarà davvero in grado di cambiare Roma.

Il Palazzo Senatorio, in Campidoglio

Domenica andremo dunque in molti a votare portando al seggio una buona dose di coraggio. Perché votare la Raggi è una scelta sofferta e rischiosa, ma inevitabile, che potrebbe avere un valore storico ben al di là delle sue proposte elettorali. Perché se il voto per la Raggi sarà la maggioranza, Roma avrà per la prima volta un sindaco donna, che entrerà in Campidoglio con la forza di un ciclone, spalancherà le finestre del Palazzo Senatorio e lascerà finalmente entrare nuovo ossigeno, eliminando l’aria stantia che da oltre vent’anni ristagna, sempre meno respirabile, in quel luogo meraviglioso.

BARCA, FRANCESCHINI E LA RISCHIOSA EVOCAZIONE DEL DILUVIO

“Votare No al referendum è un atto contro il Paese”, intima Dario Franceschini oggi su Repubblica. Stesso giornale, qualche pagina più avanti: “L’addio dei Vip al Pd? Così danneggiano Roma”, esclama Fabrizio Barca. Due interviste probabilmente non concordate, che tuttavia segnalano benissimo la pericolosa involuzione che ha investito il Partito Democratico, dove ormai si spazza via a gomitate qualsiasi posizione, interna o esterna, differente da quella del capo. Siamo ormai all’identificazione del segretario con il Bene e alla conseguente classificazione come nemico del partito e quindi dell’Italia di chiunque non sia allineato.

E’ un problema molto serio, anche perché né il ministro Franceschini né l’ex ministro Barca sono dei pericolosi reazionari, eppure non sembrano rendersi conto del contenuto quasi fanatico di quanto dicono. Nessuno dei due concede neppure la buona fede a chi ha un’opinione diversa. Se si vota No al Referendum, persino se si avanzano dubbi, avverte Franceschini, non lo si fa perché si considera la riforma costituzionale Boschi un pastrocchio, come legittimamente ritenuto da autorevoli osservatori e costituzionalisti, ma solo per “mandare a casa Renzi”.

Sabrina Ferilli voterà per Virginia Raggi a Roma
Sabrina Ferilli voterà per Virginia Raggi a Roma

Parallelamente, secondo Barca, se attori e intellettuali romani come Claudio Santamaria, Sabrina Ferilli  e Antonello Venditti voteranno per l’avvocato Virginia Raggi e non per Roberto Giachetti alle elezioni per il nuovo sindaco, non lo faranno perché considerano il candidato del Movimento 5 Stelle più votabile di Giachetti e del disastroso Pd romano, ma per “risentimento” e per “mordere il Pd e il suo segretario”.

Questo utilizzare Renzi come scudo umano per evitare di parlare nel merito è davvero insopportabile. E anche molto ipocrita. Bisogna dire chiaro e tondo a questi signori che a forza di ricatti morali rischiano di finire male. Che continuare a dividere il partito e il Paese in Bene e Male, in partigiani veri e partigiani finti, in amici e nemici dell’Italia, in gufi e non gufi, in buona fede e malafede, è un gioco ricattatorio demagogico e molto pericoloso.

Denis Verdini voterà Sì al referendum
Denis Verdini appoggia i candidati del Pd e voterà Sì al referendum

Perché molti elettori appaiono stanchi di sentirsi dire: “Dopo di noi il diluvio”. E potrebbero cominciare a crederci e a pensare che in fondo, fra il diluvio e un partito sempre più verticistico, dove il Verbo viene riprodotto in modo virale, ossessivo e acritico fino alla nausea, dove il dissenso viene marginalizzato e irriso, dove persino il dubbio viene trattato con spocchia e supponenza, dove le alleanze più indigeste si stringono alle spalle dei militanti, dove ogni giorno si schierano sui social legioni di scherani di complemento, spesso bulli, violenti, ignoranti e volgari, la scelta più invitante, coerente, logica e soprattutto libera e liberatoria sia il diluvio.

LA FUNIVIA A ROMA, I PREGIUDIZI SULLA RAGGI E L’OTTUSITÀ DEI MILITANTI PD

La funivia metropolitana non è un’idea di Virginia Raggi, candidato dei 5 Stelle al ruolo di sindaco di Roma. Dotare le metropoli congestionate di impianti a cabina è una soluzione studiata e realizzata da decenni in tutto il mondo. Funivie per il trasporto cittadino esistono già e sono utilissime in città come Londra, Rio de Janeiro, Portland, Coblenza, Hong Kong, Singapore e molte altre.

Un articolo di Repubblica del 2011 sulle funivia urbane
Un articolo di Repubblica del 2011 sulle funivie urbane

Per questo è stato particolarmente scoraggiante, da romano, leggere i commenti infantili contro la Raggi, dopo la sua proposta di realizzare finalmente la funivia fra i quartieri di Casalotti e Battistini. Commenti stupidi, fioccati soprattutto sui social, soprattutto da parte dei militanti romani del Pd, mediamente ignoranti e ottusamente impegnati in servizio permanente effettivo con la loro tastiera e meno cervello possibile a tentare di ridicolizzare qualsiasi proposta provenga dal Movimento 5 Stelle, non importa se buona o cattiva.

Virginia Raggi, candidat sindaco di Roma
Virginia Raggi, candidata sindaco di Roma

Nel caso specifico, la Raggi ha semplicemente rilanciato un’idea per niente stupida, e certamente non nuova, di cui a Roma già si discute da anni. Un’idea che, se realizzata, farebbe molto comodo alla città, se si pensa che le funivie metropolitane costano poco (3.5 milioni di euro a chilometro, contro i 100 della metropolitana) trasportano fino a ottomila persone l’ora ad una velocità di 25 chilometri l’ora, garantiscono tempi di spostamento certi perché non soffrono il traffico, liberano le strade dalle automobili private, hanno costi di gestione bassissimi, non inquinano, sono silenziose e hanno tempi di realizzazione minimi (fra i sei e i sette mesi).

Walter Veltroni, ex sindaco di Roma
Walter Veltroni, ex sindaco di Roma

Anche se i militanti piddini dalla tastiera facile non lo sanno, fu la giunta Veltroni, già nel 2003, la prima ad approvare l’idea di realizzare la prima funivia urbana a Roma, con un progetto che prevedeva un collegamento fra la fermata metro di Eur Magliana e la sponda opposta del Tevere, il tutto finanziato con fondi europei.

FuniviaLondra
La funivia di Londra

Con l’arrivo di Alemanno, nel 2007, il progetto, affidato all’assessore Cutrufo, si arenò. Nel frattempo, il mondo andò avanti. Oltre alle città che già avevano impianti di questo tipo, come Madrid, Barcellona, Santiago del Cile, Montreal e Singapore, si dotarono di funivie metropolitane moderne: Medellin (2004), Hong Kong (2006), Portland (2006), Caracas (2010), Londra (2012), Ankara (2013), La Paz (2014), per citarne solo alcune, mentre Berlino inaugurerà la sua fra meno di un anno. Roma come al solito rimase indietro, purtroppo, anche se il sindaco Ignazio Marino aveva cercato di riprendere in mano il progetto di Veltroni nel maggio del 2015, salvo essere fatto fuori pochi mesi dopo dal suo stesso partito, il Pd (a proposito: ancora complimenti per l’idiozia).

La funivia di La Paz
La funivia di La Paz

Nel frattempo, esasperati, i cittadini di alcuni quartieri romani decisero di darsi da fare da soli. E’ il caso degli abitanti di Casalotti, un quartiere di Roma Ovest, ingolfato di traffico, troppo lontano dalla metropolitana e quindi condannato a trasferirsi ogni mattina in automobile o in autobus lungo l’imbuto di via Boccea per raggiungere la fermata della metro di via Battistini. Una tortura.

Un ingorgo a Roma
Un ingorgo a Roma

Nel dicembre del 2009, dopo aver atteso invano per decenni l’allargamento della via Boccea o il prolungamento della metro, i cittadini di quel quartiere si riunirono in un comitato sotto il nome di “Casalottilibera” (www.casalottilibera.it), e fecero quello che fanno le migliori energie di una città moderna: cercare una soluzione e proporla. Ad aiutarli arrivò lo stesso esperto di Veltroni, Stefano Panunzi. Prepararono un tracciato e battezzarono la proposta “Gondolina”. Il comitato sottopose l’idea alle ultime giunte comunali, trovando ascolto solo dai 5 Stelle. Gli abitanti di Casalotti e dei quartieri vicini, consultati con un sondaggio, per l’86% dichiararono che, se ci fosse una funivia che li collegasse alla metro, lascerebbero l’auto a casa.

Il logo del progetto "Gondolina", proposto dai cittadini romani di Casalotti
Il logo del progetto “Gondolina”, proposto dai cittadini romani di Casalotti

Come si vede, l’idea non solo non è affatto ridicola, come i twittaroli beceri in questi giorni vorrebbero far credere, ma è realizzabile, attesa e utile. E non lo dice solo la Raggi. Nessuno si è chiesto, infatti, per quale motivo in queste ore il candidato del Pd al Campidoglio, Roberto Giachetti, non si sia unito al coro di sberleffi piovuto sulla candidata grillina dopo la sua proposta di funivia. E la risposta è semplice: perché Giachetti è d’accordo con la Raggi.

La dichiarazione di Giachetti del 22 marzo scorso
La dichiarazione di Giachetti del 22 marzo scorso

Il 22 marzo scorso, lo stesso candidato aveva dichiarato di voler realizzare, indovinate un po’, proprio una funivia urbana, riprendendo il progetto di Veltroni. Questo i denigratori della Raggi non lo sanno, perché non sanno normalmente quasi nulla, sono pigri, cercano la battutina facile, fra l’altro con scarso successo, si sentono superiori, ridicolizzano senza sapere di cosa parlano. Dopo questo capolavoro, alle imminenti elezioni i voti di Casalotti, Boccea, forse anche Eur e Magliana, andranno in massa alla Raggi. A conferma del fatto che il peggior nemico del Pd, in molti casi, sono i suoi stessi sostenitori.

L’ANNO DEL #CIAONE

Dunque, chi pensava di essere andato a votare, domenica scorsa, per lo smantellamento delle piattaforme petrolifere che deturpano e inquinano le nostre coste non aveva capito niente. I grandi analisti dei giornali ci hanno infatti spiegato che chi si è recato alle urne lo ha fatto per far cadere Renzi, mentre quelli che alle urne non sono andati, circa il 70% degli elettori, sono tutti renziani. Non solo: il 5 giugno prossimo noi pensiamo ingenuamente di andare a scegliere i sindaci di Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna, eccetera. Invece no: andiamo a votare pro o contro Renzi. E non finisce qui: in ottobre ci verrà chiesto se consideriamo opportuna la riforma costituzionale appena licenziata dalle Camere. Ma attenzione: non è quello il vero motivo per cui andremo a votare. Quello di ottobre è, indovinate un po’, ancora una volta un referendum pro o contro Renzi.

RenziCarbonePiattaforma
Una piattaforma petrolifera in Adriatico

Ormai sembra che qualsiasi nostro piccolo gesto quotidiano, dalla scelta della cravatta a quella della pizza, sia da considerarsi una dichiarazione di gradimento o di insofferenza nei confronti del premier e della sua nutrita schiera di tifosi. In questo paradossale anno del #ciaone, l’Italia sembra condannata a non pensare più ai problemi specifici, a non scegliere più qualcosa o qualcuno, a non esprimere più un’opinione, ma solo a dichiararsi tifoso o nemico del premier. Come siamo arrivati a questo punto?

In realtà, a ben guardare, quella di trasformare ogni appuntamento elettorale in un referendum su di sé sembra essere una precisa strategia del presidente del Consiglio. Come tutti i leader carismatici, Renzi ha una visione egocentrica della politica, tutto deve partire da lui e tutto deve tornare a lui. Lui, che, paradossalmente, non è mai stato eletto, se non nella provincia di Firenze, sembra aver inventato un metodo inedito di gestione e conservazione del potere basato sul plebiscito indiretto: una sorta di tattica del cuculo.

Come fa il cuculo con i nidi degli altri uccelli, Renzi occupa, con la forza della sua potente comunicazione, elezioni e consultazioni che non gli appartengono, ne caccia via piuttosto brutalmente i legittimi protagonisti e le trasforma in elezioni su di sé. Attorno a lui, a proteggerlo, interi stormi di volatili di complemento cinguettano e ciaonano a squarciagola contro chiunque si opponga a questa occupazione un po’ sbrigativa, irridendo e disprezzando, se serve, persino chi va a votare, se il capo aveva detto di non andarci. Salvo ovviamente disprezzare chi non va a votare, se il capo aveva detto di andarci.

Il risultato è che, quando arrivano i risultati, sono in pochissimi a capirne o a spiegarne le conseguenze pratiche, mentre l’unica cosa che si capisce è se Renzi ha vinto o ha perso.

Un elettore al referendum del 17 aprile
Un elettore al referendum del 17 aprile

Se queste sono le nuove regole della politica, è chiaro che domenica scorsa, al referendum sulle trivelle, Renzi ha vinto. In realtà, non c’era storia: il  premier-segretario ha vinto facile. Il quorum ormai in Italia lo si raggiunge solo con un miracolo. Al fischio finale, quindi, sarebbe stato legittimo attendersi un atteggiamento meno maramaldesco da parte del capo del Governo. Magari un rispettoso silenzio. Ma sarebbe stato anche ingenuo. Renzi, nella sua strategia del cuculo, doveva fare esattamente quello che ha fatto: parlare a reti unificate, sbeffeggiare chi aveva promosso la consultazione, e soprattutto far vedere che gli italiani fanno quello che dice lui e che quindi lui, politicamente, è legittimato dal voto popolare. Col suo discorso, il premier si è così intestato la vittoria, appropriandosi di tutti gli elettori che non sono andati a votare. Chi con il non voto ha fatto fallire il referendum, nella lettura renziana, aveva “capito”. Gli altri, che hanno esercitato un diritto e adempiuto a un dovere civico, non avevano evidentemente capito nulla.

Dunque, uno a zero, palla al centro. Adesso però ci sono le amministrative, e la musica si fa meno orecchiabile per il premier. Anche in questo caso, con il suo interventismo tipico dei leader carismatici, Renzi ha trasformato una consultazione che non gli appartiene in un referendum pro o contro di sé. Il caso più eclatante è quello di Roma, dove Renzi ha personalmente ordinato ai consiglieri del PD di sbarazzarsi del sindaco in carica, Ignazio Marino, fra l’altro eletto con il PD, scegliendo personalmente chi nei suoi piani dovrà sostituirlo: il renziano di ferro Roberto Giachetti.

Renzi e Giachetti
Renzi e Giachetti

Discorso simile a Milano, dove Renzi ha a tutti i costi voluto, e ottenuto con le primarie, che a correre fosse Giuseppe Sala, manager che nulla ha a che fare col PD e con la sua storia, ma suo uomo di fiducia ad EXPO e, nelle intenzioni, anche a Palazzo Marino.  A Napoli il PD ha pochissime chance, ma comunque il candidato è una renziana, Valeria Valente, non Antonio Bassolino, fatto fuori in malo modo, con delle primarie molto dubbie. Ci sono poi, fra l’altro, Torino, dove il renziano Fassino rischia ma potrebbe farcela, e Bologna, che appare più semplice.

A meno di sorprese, dalle amministrative Renzi potrebbe uscire piuttosto ammaccato. In caso di sconfitte a Roma, Milano o Napoli, il governo reggerà, ma comincerà a scricchiolare, come il Barcellona, che all’improvviso ha smesso di vincere, gettando nello sconforto i propri tifosi.

Il Barcellona di Messi in crisi
Il Barcellona di Messi in crisi dopo la sconfitta in casa col Valencia.

L’agitazione dei supporter a quel punto potrebbe diventare un problema, in vista della “finale di Champions”: il referendum sulla Riforma Boschi. Previsto in ottobre, l’appuntamento referendario si presenta come una grande incognita, un match dove il leader potrebbe rimediare davvero la sua prima e forse persino fatale sconfitta. Ancora una volta, non si voterà nel merito della riforma, che ha aspetti positivi e negativi. Il referendum di ottobre, scrivono già i commentatori, sarà la richiesta esplicita di Renzi di legittimazione politica, senza passare per le elezioni.

Difficile dire come andrà a finire. Renzi è attrezzato per battaglie durissime, è tattico scaltro e stratega combattivo. Ma fossi in lui non starei tranquillo. Questa sua strategia, che lo ha portato a politicizzare persino le trivelle, gli ha consentito una facile vittoria, domenica scorsa, ha esaltato (troppo) la sua corte, ma ha indispettito un sacco di gente. Chi è andato a votare e si è sentito sbeffeggiare dall’entourage renziano potrebbe non averla presa benissimo e probabilmente tornerà alle urne di cattivissimo umore.

Nelle città dove l’amministrazione sarà passata ai grillini, o alla destra, potrebbe prevalere il disorientamento dell’elettore di centrosinistra, già confuso da una riforma che aumenta grandemente i poteri del leader carismatico.

Stavolta, Renzi non potrà considerare come suoi i voti di chi resta a casa, perché al referendum costituzionale non ci sarà quorum. A votare a favore delle riforma, il premier dovrà portare milioni e milioni di elettori in carne ed ossa fino al seggio al grido di: “Chi mi ama mi segua”. E poi dovrà voltarsi e vedere in quanti lo stanno seguendo. Se non farà attenzione, se non si inventerà un modo per ricucire i molti strappi con la sua stessa base elettorale, l’anno del “ciaone”, che per il premier si è appena aperto con una facile vittoria, rischia di chiudersi con una brutta sorpresa.

ORFINI, LE PRIMARIE FLOP E L’ ARROGANZA CHE HA TRASFORMATO IL PD

Dunque, per il presidente del Partito Democratico, Matteo Orfini, più della metà di coloro che votarono alle primarie del 2013 erano “truppe cammellate dei capibastone poi arrestati”. Cioè: le sessantamila persone che andarono ai gazebo tre anni fa e che quest’anno si sono rifiutate di farsi prendere in giro da queste primarie fasulle sono criminali, o mafiosi. Una dichiarazione che la dice lunga sulla statura intellettuale e politica di questo personaggio, e che conferma come il nuovo corso del Pd renziano abbia ormai preso le fattezze e i metodi dei peggiori guardiani del potere berlusconiano.

Le primarie del 6 marzo 2016 a Roma
Le primarie del 6 marzo 2016 a Roma

Dare dei mafiosi o dei collusi ad (almeno) sessantamila romani perché hanno consapevolmente e motivatamente disertato i gazebo del Pd non è solo un errore politico grossolano, ma è anche, e soprattutto, l’indice di una protervia che il PD e tutto il centrosinistra pagheranno cara. Orfini non è nuovo a questo tipo di dichiarazioni. Già di fronte al crollo delle iscrizioni al Pd, nella Roma che lui gestisce da dominus assoluto, disse sprezzante che le iscrizioni erano crollate perché lui aveva fatto pulizia. Quindi, nel suo per così dire “ragionamento”, tutti coloro che, disgustati innanzitutto da lui, hanno stracciato la tessera, erano collusi o criminali.

L'incredibile dichiarazione di Orfini, da Repubblica del 7 marzo
L’incredibile dichiarazione di Orfini, da Repubblica del 7 marzo

Ma Orfini è solo la punta di un iceberg di una miscela contagiosa di pochezza intellettuale e arroganza che ha ormai pervaso la dirigenza di quello che una volta era il partito di riferimento di tante persone per bene, costrette oggi a sentirsi dare degli amici dei mafiosi da politici di quart’ordine. Basta guardare all’Unità, il glorioso giornale che per decenni fu il centro di dibattiti seri e rigorosi, oggi tenuto in vita artificialmente solo per alimentare affannosamente lo spin renziano. La notte del 6 marzo, quando dai gazebo del PD arrivava lo sconforto dei militanti per la scarsa partiecipazione, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci metteva frettolosamente sul sito un’analisi risibile per negare il flop, dal titolo: “Il Pd ha vinto la scommessa”. Gramsci, dove sei?

Il post dell'Unità la sera del 6 marzo
Il post dell’Unità la sera del 6 marzo

A quasi dieci anni dalla sua fondazione, dopo la cura renziana, l’unica strategia di cui sembra oggi capace il Pd sembra essere la negazione dell’evidenza, con il sostegno benevolo dei media tradizionali. Guardiamo Roma. Si nega che la gestione politica da parte del Pd dell’intera consiliatura Marino è stata fallimentare. Si nega che il rapporto con gli iscritti, dall’arrivo di Orfini in poi, è stato gestito in modo arrogante e dilettantesco. Si nega che l’inchiesta su Mafia Capitale la si è subìta e che, dopo, non si è saputo dare agli elettori di centrosinistra una prospettiva ideale e politica che non fosse solo quella della chiusura dei circoli e del potere assoluto a Orfini.

Si nega soprattutto che la condotta scellerata del duo Renzi-Orfini ha ucciso lo spirito e il senso delle primarie, perché se si chiede ai cittadni di scegliere un candidato sindaco, e quel candidato vince le elezioni, poi non lo si fa fuori logorandolo per mesi e facendo infine dimettere i consiglieri dal notaio. Ed è imperdonabile come nessuna delle vicende fondamentali che hanno segnato questi mesi drammatici sia mai stata spiegata agli elettori o agli iscritti. Ogni tentativIl vicepresidente della Camera dei Deputati, Roberto Giachettio di aprire un dialogo, di chiedere spiegazioni, è stato sistematicamente soffocato in modo sprezzante, arrivando a definire le domande dei militanti delle “cazzate” (copyright, e ti pareva: Orfini).

Orfini definisce "cazzate" le perplessità espresse dagli iscritti
Orfini definisce “cazzate” le perplessità espresse dagli iscritti

Sotto il piccolo e ringhioso Orfini, protetto dal potente Renzi, il Pd romano è diventato una caserma, dove le domande non solo non sono degne di risposta, ma sono bersaglio di irrisione e di disprezzo. Si fa finta di non vedere quale lacerazione abbia prodotto la cacciata di Marino e, di fronte alle legittime richieste di spiegazioni, la risposta è sempre la stessa, ed è una non-risposta: “Marino è il passato, noi guardiamo al futuro”. E invece Marino è il presente, e lo sarà a lungo. Perché finché non scioglierà questo nodo, il Pd romano non andrà da nessuna parte. Finché non si ammetterà che il voto degli elettori romani è stato tradito in modo cialtronesco da Orfini per ordine del grande capo fiorentino, non se ne uscirà.

Va detto chiaramente: quarantamila votanti alle primarie, per Roma, è un risultato fallimentare. Con 193 gazebo, anche volendo, sarebbe stato impossibile farne di meno. I numeri sono numeri. Nel 2013, i votanti furono oltre centomila (e ci fu chi parlò di risultato fiacco). Fra l’altro, i gazebo erano decine di meno e furono aperti due ore di meno. C’è stata un’emorragia gigantesca, segno non solo di disaffezione, ma di rabbia, di risentimento, di totale incomunicabilità fra la base e il partito.

Il vicepresidente della Camera dei Deputati, Roberto Giachetti
Il vicepresidente della Camera dei Deputati, Roberto Giachetti

Ma il Pd orfinian-renziano non ascolta, vive solo di spin, di manipolazione dell’informazione. Si pensa di aver risolto i problemi perché, grazie all’ufficio stampa, si riesce a far titolare Repubblica “Affluenza in calo” e ad evitare titoli più realistici e drammatici, come “Crollo dell’affluenza”. Perché di questo si è trattato. Ci si rifugia nelle velenose e offensive allusioni di Orfini, che dà del mafioso a chi questa volta non è andato a votare, e si spaccia per genuina la vittoria di Giachetti, mandato a fare da foglia di fico di un’operazione di puro potere, alla quale purtroppo si è prestato per devozione al capo. Tutto, tranne prendere atto di una gestione che ha trasformato il Pd fin nel suo DNA, rendendolo ormai del tutto irriconoscibile.

"Scusate, non mi lego a questa schiera"

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